Zaccheo: redenzione senza frontiere

XXXI Domenica del tempo ordinario, il commento di Fra Umberto Panipucci

“In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura”.

Gesù giunge a Gerico, prima di entrare a Gerusalemme per la Pasqua, è l’ultima tappa del grande viaggio, lo è stata per Lui proprio come per i suoi avi , capeggiati da Giosuè (suo omonimo), prima di giungere alla terra che Dio aveva promesso loro dopo il lungo pellegrinaggio nel deserto.

Egli “attraversa” la città, come in passato Israele attraversò le acque del Giordano, simbolo del male e dell’ostilità, quella stessa che incontrava nella folla, infida e mutevole, nella quale si mescolavano nemici e spie.

In questa massa indistinta l’evangelista Luca, irriducibile narratore della Misericordia di Dio, focalizza l’attenzione sul celebre Zaccheo. Il personaggio ha un nome, è ben descritto, contestualizzato, quindi, molto probabilmente si tratta di un membro della primitiva comunità cristiana che più volte ha offerto la sua straordinaria testimonianza agli orecchi delle prime assemblee ecclesiali. Se i pubblicani, considerati peccatori irrecuperabili nel Talmud (testo autorevolissimo), per la mole di malefatte di cui si macchiavano, è facile immaginare che reputazione doveva avere il loro capo! Un vero è proprio boss della “malavita legalizzata”: corrotto esattore delle pesanti tasse imposte dagli occupatori romani, traditore della sua stessa gente, spietato “affama-popolo”. Non era affatto esagerata questa affermazione:

“I pubblicani stipulavano con il Senato Romano dei contratti pubblici per vari fini, quali la gestione delle forniture militari all’Esercito romano, il controllo e il finanziamento dei progetti di costruzione degli edifici pubblici, l’esazione delle tasse doganali e delle altre tasse. Essi anticipavano le somme richieste dal Senato per poi recuperarle addizionate del loro aggio, che secondo gli autori antichi (Lucullo, Gabinio), poteva anche essere molto consistente, fino al 45%. Spesso, inoltre, i pubblicani traevano arbitrariamente vantaggio dall’indeterminatezza con cui venivano stabilite le tasse.” (Fonte Cathopedia).

La folla gli impedisce di vedere Gesù: è troppo basso per elevarsi su di essa. Quante volte non riusciamo a scorgere la presenza di Dio nella storia perché siamo vinti dalla pigrizia di osservare il mondo seguendo le opinioni dominanti? Come si può scorgere lo straordinario se la miopia della banalità e la convenzionalità appanna l’occhio dell’anima? Se abbiamo già tirato le somme sul senso della vita e crediamo di aver capito tutto, difficilmente proveremo lo stupore di chi vede Dio.

V. 4 Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.

L’impossibile sta per tradirsi l’ennesima volta diventando realtà. Un desiderio smodato di vedere il Maestro sconvolge il cuore del ricco e potente capo dei pubblicani, fino al punto di renderlo ridicolo: immaginiamolo gridare e farsi strada a spintoni mentre tutti lo squadrano con un’ espressione ibrida di paura, disprezzo e confusione. Zaccheo ha messo in gioco quell’estorta rispettabilità che, nanetto com’era, si era conquistata con tanta fatica. In quel disperato slancio, non risparmiò nessuno sforzo, anche la sua mente era tutta volta ad architettare fulmineamente un modo per vederlo. Calcolò perfino il percorso che doveva compiere scartando tutte le alternative improbabili, corse anticipando il corteo verso il sicomoro da dove, una volta arrampicato, avrebbe potuto scorgere l’uomo che tanto desiderava incontrare e magari riuscire a toccare un lembo del suo mantello, forse quel dolore sottile e persistente, il peso opprimente delle sue colpe, sarebbe cessato. Quel profeta, si diceva in giro, offriva una possibilità a tutti, forse persino a lui!

V. 5 Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».

Siamo davvero fortunati ad avere come giudice supremo proprio Gesù. Lui si che guarda oltre la coltre di fandonie che affolla il giudizio sommario della gente. Lui vide il cuore di quell’uomo, stanco, affaticato e sofferente a causa del peccato. Sentì dirsi: “Scendi Subito”. Zaccheo che ha avuto tutto, ma senza mai essere riuscito a trovare quello che davvero cercava; Zaccheo che teneva in pugno la vita di molti ed era temuto e rispettato, ora si sentiva oppresso da ciò che, ormai, reputava nulla rispetto al Mistero atteso nell’intimo da sempre, inconsapevolmente desiderato, e che stava per essergli svelato. Quel inedito profeta voleva “fermarsi” proprio nella sua dimora, abitare lì. Chissà se la grande casa, da lui certamente posseduta, non sia diventata una delle prime chiese mai esistite.

VV. 6-7 Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».

La cosa che più vi invidieranno nella vita? La gioia. Più profonda sarà, più susciterà confusione e rabbia in chi la cerca invano dove essa non abita. Ebbene, la gioia del pubblicano esplode come mai avrebbe sognato che accadesse, probabilmente molto simile a quella provata da chi, condannato a morte, insperatamente ottiene grazia. Odiato è Zaccheo, odiato è Gesù: ha osato amare chi oramai era stato confinato nel limbo dei “senza ritorno”, un non-luogo dell’opinione comune, un inferno sulla terra, dove abitano i maledetti di ogni epoca, un “non-luogo” che Dio non ha mai voluto perchè il suo Amore è invincibile.

V. 8 Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».

Trovata la perla da sempre cercata, il mercante offre gioiosamente tutto quello che ha per acquistarla. Il contadino nel suo giorno più fortunato, trova provvidenzialmente un tesoro proprio nel campo dove fatica e soffre ogni giorno, è felice di vendere tutto per acquistare quel terreno (cfr. Mt 13, 44-52). Zaccheo ha compreso quello che gli è stato offerto e non esita a spogliarsi di tutto per ottenerlo. E’ disposto non solo a riparare tutto il male compiuto (restituire quattro volte tanto era la condizione per ottenere il perdono dopo una frode), ma anche a dar prova della felicità raggiunta, donando metà dei suoi beni a chi ne aveva bisogno e scegliendo di rivoluzionare per sempre la sua vita.

VV. 9-10 Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

La vicenda di Zaccheo è del tutto speculare a quella del giovane ricco (Mt 19, 16-22). Il quale, a differenza del primo, ritenuto giusto e timorato di Dio, si è dimostrato invece incapace di distinguere quale fosse il vero bene da conquistare, con la diretta conseguenza di restare nella sua mal consolata tristezza. Dio ama anche coloro che troppo facilmente vengono giudicati indegni di considerazione, se non meritevoli di morte, proprio come ha dimostrato attraverso Zaccheo. Un uomo astuto, lo è stato con la disonesta ricchezza e non di meno con quella vera. Egli ha trasformato la sua maledizione in un’abbondante fonte di Grazia per la sua stessa salvezza e quella di molti altri. Ancora oggi questo brano non smette di dirci che la Misericordia di Dio non ha limiti e che nessuno ne è fuori!

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