“We too”

di Roberto Normanno

Se qualcuno pensa che la brutalità umana abbia dei limiti logici, non vorrei mai arrivare a consigliare a costoro di assistere ai notiziari di questi giorni, tanto per tentare almeno di restare sobri nell’ambito dell’oscena cronaca, più che ricorrere alla rete e men che meno alla vasta gamma dei talk show televisivi, di quelli che del dolore puro e mai semplice ne fanno incetta da auditel e faccette (da schiaffeggiare, agevolmente) pietose quanto le rispettive trasmissioni che conducono, o partecipano, con un occhio all’acconciatura di fronte alla resa della telecamera.

L’obbrobrio della extraterrestre fine della piccola Elena di Catania ha sconvolto per l’innaturale mano assassina ma anche per la scioltezza della comunicazione, che indugia sempre più sui luoghi del massacro e sulle immagini di una videocamera di un asilo, mentre non perde tempo, a caldo, di parlare di disagio, di gelosia, come se avesse una qualche importanza dover trovare un movente, una spiegazione che non c’è, non esiste.

Rimane ciò che si raccoglie da una fossa scavata da mani si presuppone materne, una appena germogliata esistenza che abbandona un mondo dove nemmeno con un genitore si è al sicuro; basterebbe questa conclusione, per concludere.

E invece qualcosa va aggiunto, qualcosa che non mi risulta sia altrettanto simboleggiata con un paio di scarpe rosse, due segni sul viso, campagne pubblicitarie, manifestazioni e giornate celebrative, movimenti internazionali e tutta una politicanza che fa sempre troppo poco e male per contrastare le violenze, di ogni tipo. Nulla invece si compie per quelle che riguardano i bambini, ma anche gli anziani, come quelli a cui il covid non regala solo un raffreddore o poco più, i cui numeri sui bollettini sembrano quasi voler confortare le generazioni più fresche.

Chi rappresenta Elena? Come possono coloro che abbiamo deciso di mettere al mondo da così poco tempo coalizzarsi e farsi sentire nelle piazze? Per fortuna non possono, ci ignorano ed ignorano la disillusione, per ora evitano di sporcarsi la faccia e la coscienza immettendosi nel mercato della retorica, dell’ingiustizia, del magma nero d’ipocrisia che scorre tra le fila cosiddette adulte. Ma ci sono, sono nelle nostre mani e gridano amore più che vendetta.                Ci sono anche loro, soprattutto loro.

C’è chi azzarda che di fronte all’atrocità commessa su un bambino, che soverchia come in una gara al peggio la violenza economica perpetrata ai danni di una signora magari poco votata al sacrificio dell’auto-sostentamento, l’unica ragione che si può addurre è la mancanza della ragione stessa, ed ecco spuntare la gogna psichiatrica, il matto o la matta di turno.

Eppure molti matti doc smentiscono la fin troppo facile equazione, ricordiamo poetesse soavi del calibro della Merini ad esempio, che diceva: “mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri” come a ribadire una interazione verace, magari deludente, niente a che vedere con la coltura horror e del crimine. Certo anche J.P.Sartre, che matto non era, nella sua piéce “A porte chiuse” sembrava volersela prendere col prossimo affermando “l’enfer, c’est les autres” salvo auto smentirsi forse anche a seguito di pressioni politiche.

Fatto sta che la società è sempre stata lo specchio del pensiero comune, e quando quest’ultimo non ha brillato per edificio morale ma si è speso magari per l’inconsistenza di una classe politica alla deriva totale che ha saputo perfezionarsi solo nell’uso del proclama, si potrebbe parlare di miserrima propaganda se il termine non evocasse già altri disastri contemporanei.

In questo modesto marasma è sufficiente aggrapparsi a poche garanzie quotidiane: basta trovare pronti i nostri corn-flakes preferiti  la mattina, accanto al caffellatte sul tavolo, il cellulare ricaricato nottetempo e un etto in meno sulla bilancia, poi siamo a posto.

Sì, sappiamo di quei bambini che non possono difendersi come noi, che magari nemmeno abbiamo bisogno di farlo, o di quei quattro vecchi abbandonati nelle case di cura che se ne vanno con la nostra rassegnazione, ma tutto sommato è meglio schierarsi a priori con Amber Heard (she too) prima che con Depp. A meno che questi non ottenga dieci milioni di risarcimento e allora la ex moglie scopra improvvisamente di aver dimenticato ogni sopruso, e di amarlo ancora come il primo giorno, anzi di più. Hai visto mai.