Violenza sulle donne, basso Molise “maglia nera”

Il giudice di Larino Colucci: «Esistono procedimenti per maltrattamenti perché nascono in determinate sottoculture presenti in regione»

Bricofer

REDAZIONE TERMOLI

Episodi che sono all’ordine anche in Molise dove «esistono molti procedimenti per maltrattamenti perché sono procedimenti che spesso nascono e si sviluppano in determinate sottoculture di sopraffazione». L’ultimo in ordine di tempo, anche se si è verificato nel vicino Abruzzo, dove una donna originaria di Termoli è stata accoltellata dal compagno che aveva denunciato perché vittima di stalking. Ed è proprio della violenza sulle donne che si è parlato nel corso dell’incontro organizzato dal Comitato Art21 di Petacciato. Ospite di eccezione Daniele Colucci, giudice del tribunale di Larino che ha dato una descrizione di come funziona la giurisprudenza italiana nei casi di maltrattamenti. Perché se la difficoltà delle donne è quella di denunciare persecuzioni e maltrattamenti, la difficoltà aumenta quando c’è la percezione che, in realtà, la giurisprudenza faccia poco per arrivare a una condanna. «Ho cercato di spiegare il ragionamento probatorio nell’ambito del processo penale – ha affermato il giudice Colucci – e quello che è l’iter di un procedimento per l’accertamento della verità. Il particolare meccanismo del procedimento penale può giustificare un esito assolutorio che può lasciare perplessa l’opinione pubblica, ma il giudice ha il dovere di seguire delle regole di garanzia nell’affermazione della penale responsabilità». Un meccanismo che si basa sul fatto che la giurisprudenza italiana sia, di fatto, garantista e che i procedimenti che riguardano i maltrattamenti debbano necessariamente chiarire il rapporto tra la vittima e il carnefice. «In Molise esistono molti procedimenti per maltrattamenti – ha continuato Colucci – perché sono procedimenti che spesso nascono e si sviluppano in determinate sottoculture di sopraffazione perché l’essenza del maltrattamento è proprio un rapporto vittima carnefice e non il rapporto paritario conflittuale. Questo in determinate realtà più arretrate è ancora presente e quindi il Molise presenta una rilevanza diciamo abbastanza accentuata». Che in Molise esistano episodi di maltrattamenti viene messo in evidenza anche da Sara Fauzia, responsabile del centro antiviolenza che ha aperto a Termoli. «Da settembre ad oggi sono 22 le donne che hanno iniziato un percorso di fuoriuscita dalle relazioni violente. In Molise ci sono tre centri, Campobasso, Termoli e Isernia, ma il lavoro è ancora molto lungo da fare». Un lavoro che nasce prima di tutto dalla necessità di far capire alle donne che uscire dalle situazioni in cui si è vittima di violenza è possibile e necessario non solo per sé stesse ma anche per tutti coloro che sono al loro fianco. Di pari passo, però, come ricordato anche dal consigliere comunale di Petacciato, Matteo Fallica, deve incrementarsi anche una forma di cultura che sconfigga il pensiero secondo il quale maltrattare una donna sia “normale”. «E’ una riflessione che abbiamo voluto lanciare assieme al Comitato Art21 e al giudice Daniele Colucci che ringraziamo perché si tratta di un vero e proprio dramma sociale. Io credo – ha affermato Fallica – che l’antidoto alla violenza contro le donne sia la cultura, quindi incidere seriamente sulla cultura perché dove c’è violenza vuol dire che manca la cultura e questa è una battaglia che deve fare tutta la società civile perché dove c’è una donna vittima di violenza è un fallimento di tutti. Quindi fa bene il Comitato Art21 a fare queste riflessioni per creare un certo tipo di responsabilità e uscire dal circolo della violenza. Non so se prima o poi la società sarà culturalmente elevata da diventare impermeabile alla violenza ma intanto dobbiamo iniziare a raccontare una nuova storia: che la violenza è fragilità, debolezza di un animo miserabile. Di questo la politica deve farsi carico e ognuno di noi quotidianamente deve contribuire con gesti, con piccole azioni a uscire fuori dal circolo della violenza». Una nuova storia che il Comitato Art21 ha voluto iniziare a raccontare anche attraverso la posa di una Panchina rossa proprio davanti alla vecchia sede del Comune di Petacciato, chiusa all’indomani della frana. «Abbiamo deciso di accogliere l’appello e divulgare l’idea della panchina rossa in tutti i Comuni italiani – ha affermato Paola Raspa, presidente del Comitato Art21 – come simbolo delle donne che non ci sono più a causa dei femminicidi. Da oggi abbiamo questa importante e significativa iniziativa che spero, e questo è l’intento del Comitato, non sia solo il simbolo delle donne che non ci sono più a causa della violenza ma sia anche un momento di riflessione sulla disparità di genere che ancora oggi in Italia viviamo come donne». 

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