Vietati i simboli religiosi nelle aree verdi, la Storia rinnegata

di Paolo Giordano

Non può che essere accolto con giudizio fondamentalmente positivo il nuovo regolamento, promulgato nei giorni scorsi dall’Amministrazione Comunale, “per l’affidamento in convenzione per la cura e la manutenzione di aree verdi pubbliche”.

Con tale strumento si intende coinvolgere, rendendola direttamente partecipe, tutta la cittadinanza nella manutenzione delle aree verdi urbane: dalle semplici rotatorie/spartitraffico ai giardini ed agli spazi verdi più ampi, attualmente incolti o abbandonati. “Semplici” cittadini, imprese, enti, circoli e associazioni, scuole di ogni ordine potranno diventare soggetti attivi nella tutela e nella salvaguardia del territorio comunale, attraverso processi di partecipazione e autogestione del patrimonio comune. Tra gli obiettivi finali quello di stimolare ed accrescere il senso civico e di appartenenza, nonché contrastare i fenomeni di degrado urbano.

Il documento, però, presenta un inspiegato neo: “non è ammessa la realizzazione di opere, di statue, di arredi e di ogni tipo di ornamento a sfondo religioso” (articolo 6 comma 2).

Forse sarebbe stata opportuna una delucidazione, considerato che chi leggerà nei decenni futuri, avrà perso memoria del dibattito sviluppatosi a riguardo e, pertanto, non comprenderà il perché. Dall’ascolto dei documenti audiovisivi dei lavori dell’assise comunale (operazione che andrebbe compiuta più frequentemente al fine di conoscere da vicino il dibattito politico) abbiamo dedotto che la scelta di vietare simboli legati a qualsivoglia confessione dipenderebbe da due principali motivazioni: l’esigenza di tutelare l’aspetto estetico, ed il decoro delle aree da affidare, e l’interpretare la religione come tema divisivo.

Relativamente alla prima, considerando che ogni progetto verrà vagliato da un’opportuna commissione, basterebbe bocciare, senza remore, ogni proposta inadeguata.

In merito alla seconda ci sembra opinabile ritenere le religioni “divisive”: purtroppo spesso è altamente dannosa la strumentalizzazione che ne fa l’uomo, ma non è certo la religione in sé divisiva, anzi tutt’altro.

Quell’unico divieto provoca un brivido lungo la schiena in quanto ha l’amaro gusto di una limitazione delle libertà individuali. Tale disagio si amplifica leggendo la Costituzione secondo cui tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione… di religione… ed hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma. Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge ed il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative (artt. 3, 8, 19, 20).

Inoltre se ammiriamo gli imponenti murales di Andrea Ravo Mattoni e di Luis Gomez (San Michele e Corpus Homini), realizzati a Fontanavecchia, o la Statua di San Giorgio (del Caetani) in piazza Vittorio Emanuele, ci risulta difficile pensare alla Religione disgiunta dal Bello.

Il regolamento, pur coinvolgendo “cittadini e residenti singoli, ovvero costituiti in forma associata (associazioni, anche non riconosciute, circoli, comitati…), organizzazioni di volontariato, parrocchie, enti religiosi…” appare discriminate verso tutti coloro che hanno una Fede e che potrebbero immaginare un’installazione artistica ispirata a motivi religiosi. Infine, cos’altro ha sviluppato, maggiormente nei secoli, il senso di appartenenza, se non il credere condiviso in qualcosa o qualcuno?

Paradossalmente, però, è permessa l’apposizione di cartelli indicanti (oltre al logo del Comune di Campobasso e la paternità della realizzazione) la denominazione, il logo o l’immagine del soggetto affidatario, consentendo in tal modo “di farsi pubblicità”.

A confutare l’idea divisiva delle religioni ci giunge in soccorso la Basilica di Santa Croce in Firenze, il Pantheon delle glorie italiane. La facciata, inaugurata nel 1863, fu realizzata su disegno del Pollaiolo dall’architetto ebreo Nicola Matas, che non fu discriminato per il suo credo. Egli non poteva/voleva essere sepolto in una chiesa cattolica, ma ottenne che la sua tomba fosse posta all’esterno della chiesa, davanti alla porta centrale (dov’è ancora visibile e rispettosamente ossequiata dai visitatori). Addirittura, in tal modo, la Facciata stessa è divenuta un monumento al suo artefice, che vi inserì, in alto al centro, nientedimeno che la Stella di Davide con il monogramma di Cristo.

Molto più divisivo, invece, è il laicismo alla francese secondo cui nessun simbolo religioso può apparire nei luoghi pubblici. Speriamo che non si arrivi anche da noi a negare, ai singoli cittadini, di esibire liberamente i segni della propria appartenenza religiosa (che si tratti del velo islamico o del crocifisso cristiano).

Concludiamo con un quesito per i nostri amministratori:

una statua allegorica che faccia riferimento alla mitologia classica, si pensi allo nostra Flora del Prinzi o alla Minerva di Arturo Martini dell’Università “La Sapienza”, sarà da ritenersi al pari di arredi o ornamenti a sfondo religioso?