Viaggio in Molise per la singolare festa della Madonna degli Ulivi (foto)

Lunedì in Albis a Colletorto

Luigi Pizzuto

Ondeggiano gli ulivi della Madonna riscaldati dai raggi di sole sotto gli sbuffi di bora. Talvolta si piegano in segno di devozione. E’ questo il contesto ambientale della singolare tradizione che dopo tre anni di pandemìa finalmente ritorna alla normalità, nel giorno della Pasquetta. Rivive così la caratteristica festa della Madonna degli Ulivi secondo un quadro di rituali che si perde nella notte dei tempi. La tradizionale festività è senz’altro un unicum nel suo genere. Intorno alla Madonna solitaria s’intrecciano non pochi pensieri devozionali tra tradizioni rurali, ritualità cristiane, bisogni sociali e tante speranze. A circa tre chilometri dal paese, in mezzo agli ulivi secolari, dove primeggia l’Oliva Nera di Colletorto, su una verde collina dalle radici normanne brilla solitaria una piccola chiesetta rurale. Nell’unica navata accoglie una preziosa statua lignea della Madonna col Bambino. Il sito su cui sorge vanta una storia antichissima. Nel giorno del Lunedì dell’Angelo la festa è qui in mezzo al verde appena spuntato e alla vistosa macchia mediterranea. I profumi della nuova stagione sono nell’aria. Durante il periodo pasquale spesso si prega affinchè il tempo in questo giorno di festa sia clemente. C’è un intreccio di valori fortemente radicato nello svolgimento della festa. Tra riti sacri, valori cristiani, paradigmi dialettali ed eventi di una cronologia che abbraccia non pochi secoli di storia passata. Non mancano i legami con l’Oriente. Né con i fatti più importanti che sulla linea del tempo hanno segnato la nascita del paese. Nel corso della giornata non mancano poi abitudini dal sapore pagano in mezzo alla natura verdeggiante. Alimentate da una società sicuramente frettolosa, spesso poco sensibile ai valori della memoria. La festa della Madonna dunque è decisamente particolare. C’è uno spirito vitale che la sostiene perché radicata nella cultura locale. Dopo la Santa Messa, che termina a mezzogiorno, nel corso del rituale religioso si mette al centro dell’attenzione l’amore per i campi olivetati, per le donne e per i bambini. La ricorrenza è dunque molto sentita. Chi vive in paese fa sentire la sua presenza raggiungendo a piedi il luogo sacro come si faceva nel passato. Invece chi risiede fuori fa di tutto per non mancare. Perché Santa Maria di Laureto suscita sempre una forte nostalgìa. Al centro degli sguardi, delle preghiere e di una richiesta di grazia si pone sempre l’immagine sacra di questa graziosa Madonna Nera dall’iconografìa particolare. In simbiosi peraltro con gli alberi circostanti perchè la sua pelle è di colore olivastro. Sulla mano sinistra regge un vivace Bambinello incoronato d’argento allo stesso modo della Madre. Una bella composizione scultorea. Tra l’altro animata da un linguaggio espressivo capace di coniugare visibilmente lo spirito del cielo e della terra. La Madonna al suo passaggio intercetta gli sguardi di tutti. A Lei si rivolge chiunque. Nel passato le spose come ex voto lasciavano nella cappella il proprio abito matrimoniale dopo aver ottenuto la prima nascita tanto desiderata in famiglia. C’è infatti una foto antica che ritrae l’interno della piccola navata piena di abiti bianchi. E’ dunque la Madonna delle spose, dei bambini e degli ulivi. Nell’epoca passata “Loreta” era infatti il nome femminile più diffuso in paese per testimoniare un forte legame di fede. Sono le donne ancora oggi a portarla a spalle in mezzo ai suoi cinquecento alberi di olivi. La Madonna di Laureto è protettrice dei bimbi che nell’occasione con una cerimonia particolare vengono benedetti. Dopo tre anni il parroco padre Vincenzo Bencivenga ha rinnovato l’antico rito della benedizione donando ad ogni bambino una coroncina con l’immagine sacra della Madonnina. All’interno della chiesa una lapide ricorda la triste morte dei due adolescenti, figli di Don Romolo Campanelli, scomparsi in tenera età. A questo benefattore si deve il restauro della chiesa e a sue spese la costruzione della sacrestìa e dell’ambiente riservato all’eremita. Una figura spirituale dedita ad un’esperienza di vita umile e semplicissima che sceglieva come dimora il territorio di Lauretum. Prima dell’Ottocento dimorava in piena solitudine in una grotta ancora visibile. Scavata nella rena a poca distanza dalla chiesa. Tale sito era preesistente all’anno Mille. Sulla scorta dei reperti archeologici ai tempi dell’impero romano vi sorgevano svariati casalia e ville rustiche. Nel XII° secolo il luogo viene ricordato da Edrisi, geografo arabo alla corte del re normanno Ruggero II, in quanto il Castrum Laureti era interessato dalla Via Laureti, all’epoca al centro di un importante sistema viario. L’area era dunque strategica. Comodamente arroccata sul vallone sottostante a pochi passi dal tratturo Celano Foggia e dalla stessa Via Francigena in direzione Monte Sant’Angelo. Tra le curiosità affiorano tante pillole di fede, di storia e di cultura. Quando esce la processione suona a distesa la campana del piccolo campanile a vela sulla facciata. Tra cielo e terra vibra la voce degli angeli per i giovani caduti in battaglia. La sua storia è particolare. Si può dire che unisce la chiesa orientale a quella cristiana. La campana proviene dalle macerie di una chiesa ortodossa distrutta durante la campagna di Russia che nel 1942 travolse i giovani soldati italiani sulle rive del Don. Il generale Luigi Minniello, nativo di Colletorto, la raccolse durante la ritirata. In seguito la riportò a Colletorto facendola sistemare sulla chiesetta di Santa Maria, a perenne memoria dei numerosi giovani italiani che persero la vita tra tanti inaspettati patimenti. Nella festa dunque c’è questa preziosa pagina di storia che ci ricorda come la guerra sia un’azione barbara contro l’umanità. Non manca il sussurro della tradizione dettato da curiose voci dialettali. “Nde scurdà de purtà ‘ncopp’a Sanda Marije u cesc’tille che l’òve allesse, u careselle e na bella buttiglie de vine pe tutt’a cumbagnìje”. Si, perché il dolce tipico della festa che ancora resiste è appunto “u careselle”, il panettone pasquale, simile ad un salvadanaio portafortuna, da consumare a conclusione del pranzo all’aria aperta. Quest’anno veramente tanti sono stati i gruppi giovanili provenienti da Bonefro, San Giuliano di Puglia e Santa Croce di Magliano che hanno partecipato alla tradizionale scampagnata. Tra aree boschive, macchie verdi, bancarelle e giochi popolari hanno fatto sentire lo spirito del divertimento. Non è mancato infine il saluto alla Madonna da parte della scuderìa De Girolamo e dei cavalieri angioini dell’Associazione “Roberto de Firmitate”. Una scena suggestiva dunque sulla collina ha fatto da cornice all’ambiente naturale disposto dolcemente sui due versanti della vallata. Facendo rivivere in mezzo all’erba ritmi emotivi, rumori, passaggi sonori, echi di voci, tipiche di angoli selvaggi distanti da noi. Chi sosta sulla comoda spianata di Santa Maria capisce subito che si tratta di un luogo del cuore dalle tante radici. E di fede. Tra non pochi abbracci ideali e sensibilità nascoste in questo grazioso santuario risuona per un attimo l’incanto dei valori d’un tempo. Perché su questo sito antichissimo, tranquillo e felice, ci sono gli affetti di ogni famiglia.