Una generazione calcistica di piagnoni e di show man

di Sergio Genovese

Davvero si fa fatica a sopportare le ipocrisie di cui il mondo del calcio continua a fare promozione dimenticando che purtroppo rappresenta una grande cassa di risonanza che si riverbera sulle nostre generazioni giovanili. Faccio una premessa: i miei maestri di vita mi avevano sempre insegnato a conservare una certa dignità nella buona e nella cattiva sorte. In ambito sportivo poi l’indimenticabile Nicola Palladino ci teneva a spiegare ai suoi allievi che bisognava dare onore sia alle vittorie che alle sconfitte. Tutte pillole di saggezza che utilizzavi continuamente in una rincorsa attenta che trovava il suo successo nella costante applicazione. Nel mio piccolo da calciatore e da tecnico mi è capitato di vincere campionati e di perderli. Le manifestazioni consequenziali  non hanno mai superato certi limiti in un senso e nell’altro. Ora qualsiasi squadra vincente, da quelle della categoria pulcini al Milan, deve debordare  e se possibile fungere da scherno alle squadre perdenti. Anche i nostri punti di informazione pubblicano le foto, tutte uguali, di gruppi festanti che, rigorosamente a petto nudo, si lasciano andare a qualsiasi impennata purché  ripresa dai flash e qualche volta da qualche tv locale. Infine ci sono le lacrime quelle che diventano più fitte quando ci si accorge della presenza delle telecamere. Piange chi vince e piange chi perde. Ormai è diventata la medaglia che ognuno si infila al collo per meritare consensi più pop. Certo se i maestri di sport di una volta vivessero la realtà del momento si metterebbero le mani nei capelli. Vedere un professionista che piange per aver perso una partita o un campionato che il giorno dopo va ad incassare uno stipendio mensile pari a tutti i soldi che un semplice lavoratore guadagna dopo quaranta anni di servizio, è davvero avvilente. Assistere allo show di Dybala che singhiozza per l’ultima partita in bianconero mentre il giorno dopo apparirà sorridente ai tifosi della nuova squadra affermando di aver raggiunto un sogno, è deprimente proprio per la essenza ancestrale del gioco del calcio. Una recita davvero ingloriosa che vede protagonisti tutti gli attori che operano nel carrozzone/calcio. Con la complicità non solo dei giovanotti tatuati con le Maserati ma di tutta la stampa adusa allo spettacolo circense, statene certi:  su ogni campo in cui si muoverà un pallone troveremo i bambini piangere per ogni sconfitta rimediata. Ottima pubblicità progresso che un contesto disorientato dalla voglia di spettacolo, favorisce persino senza rendersene conto. I famosi vecchi maestri insegnavano  ai propri allievi che quando si aveva voglia di piangere era meglio farlo nascondendosi perché gli uomini capaci di vivere all’incrocio dei venti, dovevano mostrare di saper controllare le emozioni pur dando grande importanza alle stesse. Ora tutto tracima, tra finzioni e finte lacrime lo spettacolo può continuare chissà per arrivare dove.