Toro: il Paese delle Rue

Parliamo di rue, le caratteristiche stradine del centro storico di Toro, e non solo. Di rue ce ne sono anche in altri comuni del Molise e d’Italia, ma da nessuna altra parte così numerose, compatte e omogenee nella loro intitolazione che, nella gran parte dei casi, è riferita alla famiglia che vi abitava e almeno in un caso vi abita

Giovanni Mascia

Il corpus delle piazze, strade e viuzze di Toro è caratterizzato da precisi riferimenti alle famiglie e al territorio. Ma a colpire è la grande diffusione, specie nel centro storico, del vocabolo Rua a indicare una per una tutte quelle anguste stradine, che per il tramite di scalini più o meno comodi collegano le due strade principali del nucleo originario alle sottostanti strade parallele, sorte in tempi relativamente moderni al di là delle mura di cinta del paese. Da non confondersi le rue, sempre nella toponomastica di Toro, con i vichi, che collegano due strade adiacenti, poste sullo stesso piano. E con i vicoli e vicoletti, che sono ciechi, senza sbocco. Tanta accuratezza dei nostri antichi amministratori è davvero ammirevole e va sottolineata

Sono sette le rue del centro storico, che collegano Via di Sopra alla sottostante via Occidentale:
1. Rua Caruso, 2. Rua Graziano, 3. Rua Favetta, 4. Rua Francalancia, 5. Rua Fabale, 6. Rua della Scimmia, 7. Rua Capalozza…

Sei le rue del centro storico che collegano Via di Sotto alle vie sottostanti (Via dell’Ospedale, Via Orientale):
8. Rua Risorto, 9. Rua Cianciulli, 10. Rua Tesoriere, 11. Rua Ricciardi, 12. Rua Tucci, 13. Rua Salvatore…

Quattro le rue poste fuori dal centro storico che collegano via Occidentale alle vie e agli orti sottostanti:
14. Rua Pifalo, 15. Rua del Trappeto, 16. Rua Peluso, 17. Rua Fracasso…

Una rua è posta fuori del centro storico e collega Via Roma alla sottostante via Sotto le Case:
18. Rua Petrucci…

Infine va ricordata che l’attuale Via dell’Annunziata, collegando via Roma alla sottostante via Pozzillo, nell’Ottocento era chiamata 19. Rua dell’Annunziata. E in effetti ne aveva ed ha tutte le caratteristiche.

Bene. Era inevitabile che il vocabolo Rua finisse preda di un luogo comune, gremito da una selva di pubblicisti molisani, tra i quali Emilio Spensieri, secondo cui le stradine toresi sono “dette con un francesismo rue” (1), e il caro Diomede Ciaccia ancora più radicale nel sostenere che “angustissimi i vichi, … si chiamano col vocabolo francese ‘rues’ e ‘ruelles’” (2). Sulla stessa scia si è posta Rita Frattolillo di Zinno, che con gli Appunti sul dialetto di Campobasso (3) arriva a una conclusione meno categorica: all’ipotesi del contributo francese, accosta anche l’ovvio riferimento alla rua spagnola, sfuggito ai primi due, senza peraltro decidersi per l’una o l’altra derivazione.

Rilevando in rogiti notarili ottocenteschi e nella produzione poetica di Giuseppe Altobello l’esistenza in città della rua di Santa Cristina e della rua tre dita (altrimenti indicata come Ruva di Treddita), la linguista e dialettologa non sa astenersi da una stoccata polemica e scrive che: “non sono sfuggite alla smania di italianizzazione, col risultato che oggi esse sono diventate ‘Via di S. Cristina’, ‘Vico tre dita’, etc., ed hanno perso in tal modo il sapore antico che le distingueva”. Viceversa, e torniamo al nostro paese, eccola formulare un giudizio perlomeno azzardato e condito di imprecisioni: “Un’eccezione, attribuibile forse ad un distrazione [sic], è costituita dalle sopravvissute ‘Rua della scimmia’, ‘Rua Petrucci’ ed altre, nomi che ho letto non senza sorpresa affissi su alcune stradine raccolte intorno alla cattedrale [sic] di Toro (CB)”.

Ora, con buona pace dei citati interlocutori, che le rue toresi e molisane siano da scrostare da ogni pretesa patina francese o spagnola (e, aggiungiamo, portoghese, visto che ci siamo), è ribadito in ogni vocabolario italiano che si rispetti, dove vocaboli arcaici come rua, ruga e ruvasono opportunamente ancorati alla etimologia latina ruga, nell’accezione di strada, via. In ogni modo, al fine di sgombrare il campo da ogni dubbio residuo, non sarà ozioso riportare le testimonianze di antichi scrittori italiani in genere, toscani e fiorentini in particolare, i quali, anticipando ogni preteso influsso angioino o aragonese, per indicare una strada dell’abitato fecero buon uso del termine ruga (o rua) fin dal XIII secolo e a cavallo del secolo successivo.

Già l’anonimo autore del duecentesco Novellino ambienta la novella ottava in Alexandria di Romania tra le “rughe ove stanno i Saraceni li quali fanno i mangiari a vendere: e cerca l’uomo la rugaper li piue netti mangiari e per li più dilibati, sì come l’uomo fra noi cerca de’ drappi”. La “nuova quistione e sentenzia” dell’uomo colpevole di aver intinto il pane nel fumo dell’arrosto e perciò condannato a pagare con il suono della moneta fece scalpore, tanto che “li cavalieri adunati trassero per le rughe e per le piazze: tutta la terra parea piena di cavalieri” (Novellino, nov. 18.26).

Più limpida (se non altro perché sgombra del velo dell’anonimato) la testimonianza di Lapo Gianni (Firenze, ca. 1250–1328), poeta e amico del sommo Alighieri, da costui invitato nel sonetto Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io a un ideale viaggio per mare insieme all’amico Guido Cavalcanti e alle rispettive donne. Con la canzone Amor, eo chero mia donna in domìno, Lapo sancisce l’ingresso di ruga nella lingua eletta delle lirica cortese toscana, in particolare nei versi in cui il poeta vagheggia: L’Arno balsamo fino / le mura di Firenze inargentate/ le rughe di cristallo lastricate/ fortezze alt’e merlate…

Gli fa eco, nei celebri sonetti ispirati ai mesi dell’anno e alle delizie da essi apportate alla lieta brigata di gentiluomini e gentildonne, il contemporaneo Folgore da San Gimignano (1270 ca. – 1330 ca.). Nel sonetto dedicato al mese di novembre, Folgore riprende l’immagine di Lapo Gianni e auspica per i suoi gentili amici trenta muli carchi di monete, da tirarsi dietro là dove le rughe sien tutte coperte a seta.

Ovviamente la freccia non poteva mancare nella faretra parodistica dell’aretino Cenne della Chitarra (ca. 1260 – 1300), autore di una parallela corona di sonetti indirizzati a una trista brigata, cui mese per mese sono augurati i più fastidiosi accidenti e malanni. Rifacendo il verso a Folgore, Cenne propone a giugno per la sua scalcagnata combriccola il soggiorno in “tale campagnetta”, allietata da ogni nequizia. Tra l’altro: Sorbi e pruni acerbi siano lie/ nespole crude e cornie savorose/ le rughe sian fangose e strette vie.

Il vocabolo trova la consacrazione burocratica nelle Croniche dei Villani, Giovanni (Firenze 1280 – 1348), il fratello Matteo (1285 – 1365) e il figlio di questi Filippo (1335 – 1405 circa), che ne attestano in modo definitivo l’uso corrente nella toponomastica fiorentina del Trecento. Giovanni, soprattutto, è prodigo di esempi. Oltre a sette casi di rughe, genericamente intese, le sue Croniche ricordano la Ruga che da San Giovanni porta al Vescovado, la Ruga Porta Rossa, la Ruga mastra di Porta Santa Maria, la grande Ruga, la Ruga de’ genovesi, la Ruga del Palagio, la Ruga di Porte Santa Maria, la Ruga di San Brancazio.

Fuori da Firenze e dalla Toscana, un testimone autorevole accerta l’uso di ruga anche nella Venezia del tempo. Nel suo resoconto della Cina, Marco Polo (Venezia, 1254 – 1324), tra le altre meraviglie, discorre della immensa Camblau, la città fondata dal Gran Khan, le cui mura si sviluppano disegnando un perimetro quadrato di ventiquattro miglia. E scrive: “Sappiate che le rughedella Terra [città] sono sì ritte che l’una porta vede l’altra; di tutte quante encontra così (Il Milione, 84.4)”.

Giovanni Boccaccio (Firenze 1315 – 1375) già nel Filocolo e nella Comedia delle ninfe fiorentine ricorre diverse volte all’uso di ruga(2 volte) e rughe(5 volte), ma l’esempio più noto e più geograficamente vicino a noi ce lo offre nel Decamerone, nella famosa quinta novella della seconda giornata, dove sono narrate le peripezie di Andreuccio da Perugia che, venuto a Napoli a comperare cavalli, scampò da tre “gravi accidenti” e se ne tornò a casa sua con un rubino. Nel pieno delle sue avventure, raggirato da una prostituta e derubato di cinquecento fiorini, il giovane cadde in un fetido stalluccio e si ritrovò solo. Allora Andreuccio, “dispiacendo per lo puzzo che a lui di lui veniva, disideroso di volgersi al mare per lavarsi, si torse a man sinistra e su per una via chiamata la RugaCatalana si mise (Gior. 2, nov. 5.25)”.

Dovrebbe bastare, a meno che, ignorando o facendo finta di ignorare la filiazione diretta (per velatura della g) di ruada ruga, attestata già in un documento latino del IX secolo, non si pretendano esempi specifici della variante. In questo caso la parola definitiva è detta dal Grande dizionario della lingua italiana della Utet, altrimenti conosciuto come il “Battaglia”, in omaggio al suo primo curatore. Registrando altri due esempi duecenteschi di ruga, nelle Rime antiche di Lotto Pisano (XIII secolo) e nelle Lettere di Guittone d’Arezzo (1230 – 1294), il “Battaglia” dà la variante ruaper “già accertata in documenti medievali (a Brescia del 1192) e tuttora viva nella toponomastica di alcune città (Napoli, Ascoli Piceno, Modena)”. Ne certifica, quindi l’uso letterario, con esempi che spaziano dal vercellese Nicolò Barbieri (1576–1641) al “nostro” Mario Pagano, da Giosuè Carducci a un modernissimo Giovanni Giudici (La Spezia, 1924), in una strofa di energica suggestione: Eravate la Morte vi ho scoperta/ che mi fate tremare e ormai vedete/ mattina e rua deserta/ ove all’obliqua croce io seguo e sto/ castamente supino (4).

Ora sì, il cerchio italico con Napoli, Ascoli Piceno, Venezia, Brescia, Modena, La Spezia, Firenze e per estensione la Toscana tutta, è sommariamente chiuso. Salvo, beninteso, non si voglia impugnare la purezza degli autori citati, non rimane nessuna valida ragione che giustifichi l’arrivo di rua a Toro e a Campobasso e nel Molise tutto dalla Francia o dalla Spagna o dal Portogallo così lontani. Né rimane nessuna valida ragione per continuare ad etichettare per dialettali le rue dei centri molisani (5) e quelle campobassane in particolare, scomparse dalla toponomastica cittadina, non perché vittime della “smania di italianizzazione” (come ritiene la Frattolillo), ma semmai della smania di modernizzazione. Ingenerosa, poi, nei confronti degli amministratori di Toro, l’ipotesi di una loro “distrazione” alla base della sopravvivenza in paese di un paio di decine di rue, ubicate soprattutto intorno alla chiesa madre, parrocchiale, o arcipretale che dir si voglia (ma, per la buona pace della Frattolillo, senza nessuna aspirazione al titolo di “cattedrale”, visto che a Toro di cattedre vescovili non ce ne sono né ce ne sono mai state).

La gentile linguista e dialettologa non avrebbe dovuto ignorare che tra i sindaci che si sono succeduti a Toro nel tempo della modernizzazione operata a Campobasso c’è stato chi, come Luigi Alberto Trotta (in carica dal 1878 al 1902), ha coltivato la passione per l’indagine filologica e, confrontandosi con i Rigutini e i Fanfani, ha dedicato al dialetto locale comparato con la parlata toscana quattro bei saggi, senza mai sognarsi di includere l’arcaico ma italianissimo “rua” nel novero dei vocaboli autoctoni, e non certo per distrazione se, viceversa, ha opportunamente incluso nel novero il derivato “ruarello” (con migliore trascrizione dialettale ruarille), nel significato di “gorello, rivolino”(6). Tanto più, ed è il caso di sottolinearlo, che il vocabolo rua a Toro ha un’accezione precisa; indicando sempre e solo quelle vie, per lo più strette, ripide e a gradini, che collegavano in origine le due strade principali del centro storico agli spalti delle mura di cinta e successivamente alle strade sorte attorno alle mura. Successivamente il vocabolo si è esteso anche a quelle vie, parimenti anguste e a gradini, che fuori del centro storico collegavano due strade poste su piani altimetrici differenti, continuandosi – viceversa – a chiamare con i nomi di vico, vicolo o vicoletto, calata o salita, tutte quelle stradine che dentro o fuori del centro storico non hanno le caratteristiche che abbiamo evidenziato.

Dopo aver ben ribadito tutto ciò, va detto che negli antichi documenti cinquecenteschi e successivi le rue del centro storico di Toro sono in genere anonime, e indicate per approssimazione con espressioni tipo “Una rua di Piazza di Sopra” (cioè di Via di Sopra), o “Una rua di Piazza di Sotto (cioè di Via di Sotto), cui si accompagnavano i necessari richiami a color che vi abitavano. Con due eccezioni: Rua Falandra (indicata anche come Rua Rico Falandra o Errico Falandra) e Rua Francozza, che al momento sono difficili da posizionare. Solo nel corso della seconda metà dell’Ottocento, magari proprio durante il sindacato del citato Trotta, si è provveduto a battezzare una per una le rue e, con pochissime eccezioni (Rua Favetta, Rua della Scimmia, Rua Tesoriere e Rua Risorto (cioè Ritorta), molto opportunamente sono state intitolate alle famiglie che da tempo vi abitavano o vi avevano abitato. Ed ecco allora in senso anti orario a cominciare da via di Sopra: Rua Caruso, (Vicoletto) Tromba, Rua Graziano, Rua Francalancia, Rua Fabale, Capalozza, e risalendo per via di Sotto, oltrepassata Piazzetta San Rocco, Rua Salvatore, Tucci, Ricciardi, Cianciulli, (Sopportico) Cofelice. A queste rue del centro storico, onorate nel nome oggi solo dai Graziano che continuano ad abitare nella rua omonima, vanno aggiunte le rue che si diramano da via Occidentale: Rua Pifalo, Rua del Trappeto, Rua Peluso e Rua Fracasso, nonché la citata Rua Petrucci, che non è vicino alla cattedrale, come indicato dalla Frattolilllo, peraltro inesistente, ma da Via Roma porta alla sottostante via Sotto le Case e precisamente alle abitazioni, appartenute a suo tempo ai signori Petrucci, che ne giustificarono l’intitolazione, e oggi agli eredi dei Petrucci (famiglia Fazio-Pietracatella), e alla famiglia Fracasso.

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(1) Toro, in Nuovi Itinerari del Molise, «Almanacco del Molise», Nocera, Campobasso 1975, p. 73.

(2) Toro, in Toro ricordato in Venezuela, Poligrafica Industrial, Caracas 1993, s.n.p.

(3) Saggio sul lessico, Edizioni Enne, Campobasso 1985, pp. 77–8.

(4) Salutz (1984–1986), Einaudi, Torino 1986.

(5) Il vocabolo compare in molti dei tanti repertori dialettali pubblicati in regione, per esempio nel Dizionario illustrato Bonefrano–Italiano di Michele Colabella (Amodeo, Milano 1993), ne Il lessico santacrocese di Michele Castelli (Once Editorial, Caracas 1996; ristampa Edizioni Enne, Campobasso 1999), e nel Lessico del dialetto di Ripalimosani di Michele Minadeo (Università di Torino, 1955; ristampa Edizioni Enne, Campobasso 1996), senza peraltro indurre gli autori ad assegnargli ascendenze galliche o iberiche. Fa eccezione Antonio Vincelli che, nel Vocabolario ragionato del dialetto di Casacalenda (Enne, Campobasso 19952), àncora al francese rue la voce rùvve e il derivato ruvvetèlle.

(6) Luigi Alberto Trotta, Saggi di voci del vernacolo di Toro, I–II in Opuscoli Religiosi Letterari e Morali, Roma 1879 – 1882; III–IV in Studi Letterari e Morali, Roma 1889, Modena 1891. I quattro saggi, accorpati in uno, sono stati riproposti in Giovanni Mascia, ‘A tavele de Ture, Lampo, Campobasso 1994, pp. 158–197.