Tenere accesa la candela della speranza

GENNARO VENTRESCA

Stanotte ho pensato allo sconfitto, ancor prima di mettermi nei panni del vincitore. Dico Guardiola (sconfitto) e Turchel (vincitore). Il favorito battuto senza troppe attenuanti ha lasciato il campo, baciando la medaglia del secondo posto, con più ferite che gioie. La finale della Champions, prima di regalarci un magnifico spettacolo agonistico e tecnico, ha posto in essere l’immensa professionalità di due grandi manager, da cui tutti gli appassionati di calci d’angolo dovremmo imparare qualcosa.

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Guardiola prima di diventare il numero uno al mondo degli allenatori ha giocato ad alti livelli nel Barcellona; molto meno nobile è stata la carriera del tedesco con le orecchie a sventola, grandi come quelle della coppa che ha appena vinto. Turchel non si è spinto oltre la Quarta Serie. Poi si è messo a studiare da allenatore. Si è immerso nei libri convinto che una volta sprofondato in risme di appunti e sinossi ce l’avrebbe fatta. E così è stato.

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Lo dico per i più giovani che sognano di seguire le orme di Sacchi e Tuchel. Il tempo si può recuperare. Studiando….studiando… studiando. Per quante volte possiamo cadere a terra, arriva prima o poi l’occasione per tornare in pista. Cudini lo vedrei bene qualche gradino più su. Ha l’età giusta per cominciare la scalata. Partendo dalla C, dove credo gli tocchi allenare il Campobasso. E poi…provando a dare la scalata alla B. Con un pensierino alla A.

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Quante storie ci sono dietro a ognuno di noi. Storie che quasi sempre restano sepolte, visto che se non diventi campione non interessano a nessuno. Adoro Kantè, maliano naturalizzato francese. In un’era di watussi sembra pollicino. Un pollicino che ha saputo farsi onore su tutti i campi, correndo più di un maratoneta. Si racconta che il minuscolo centrocampista del Chelsea a differenza di Ronaldo che ha sette auto fuori serie, un panfilo e un aereo, guidi un’utilitaria. Comprata usata.

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Credo che sia indispensabile tenere accesa la candela della speranza. Stamane ho fatto un selfie, tra le scale del borgo antico. Ero l’unico, a scarpinare. Come mi capita ogni giorno. Quella foto l’ho chiamata “solitudine”. Sapeste com’è bello camminare da soli. C’è modo di pensare a ciò che si vuole. E io penso spesso, direi più di una volta al giorno, a SuperMario, a Cudini, ai nostri ragazzi. E al giorno che verrà, in cui potrò urlare “ce l’abbiamo fatta”. Intanto, tengo sempre accesa la candela della speranza. Sapendo che non bisognerà mollare la presa. 

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Essere un camminatore è anche questa cosa qui. Accendere la radiolina, sintonizzarla su una stazione che trasmette canzoni italiane, sapendo che starai da solo, tu e i chilometri da percorrere e che un po’ alla volta scalerai dal totale della giornata. In questo piccolo rituale mi fanno compagnia i miei sogni a occhi aperti. Che cominciano col ritorno in C, come nel 1975, e arrivano …mi vergogno a confessarlo. Tanto sono ambiziosi.