Sul libro “Gli Indifendibili” di Luigi Lavacchi

Recensione di Nello Filippetti

UN DOCUMENTO ANTROPOLOGICO DI UN INTERNATO IN UN CAMPO DI LAVORO TEDESCO

Se scrivere non vuol dire solo vedere, capire, ricordare, oppure elaborare il tempo, la memoria, trasferire i fatti e le emozioni, ma anche, e soprattutto, scolpire immagini, sentimenti, estrarre dal pensiero la materia, e non viceversa, assimilare più che sintetizzare, allora Lavacchi nella sua opera è poeta. Ne è la riprova che l’autore degli Indefinibili, nella vita, lavora il legno, crea, e così come dalle sue mani non uscirebbe mai un’idea senza forma, la bellezza senza tatto, così non potrebbe scaturire dal suo pensiero qualcosa che non sia forma, di diverso dalla poesia.

E che sia riuscito a far balenare, dalla tragica materia trattata, sprazzi di poesia, immagini di un’essenzialità lirica e dolorosa, sta a confermare che prima di essere scrittore, in senso tecnico, Lavacchi è poeta per natura, dotato di mezzi plastici che gli provengono dal suo non essere intellettuale, dal suo essere uomo senza supporti né presupposti, da una sua interpretazione visiva, manuale, della vita, del quotidiano. Basterebbe, da solo, il capitolo delle «Facce nere» dove, per continuare a vivere, altri morti vanno a sostituire i morti; una trentina di righe in tutto che fissano in un dolore pietrificato, mineralizzato, una potentissima immagine vivente, vivente di sola eternità. Gli occhi non esistono più, eppure tu vedi le pupille di quegli occhi, qualcosa di fisso che brilla in un nero che ricorda le caverne, la paura. E nel capitolo del «Rimorso», il rimorso è una parola che non ha suono, che non è stata detta, che non è stata udita, che diventa per sempre una voce.

Ma Lavacchi prima di tutto è un uomo ed esercita la sua umanità a contatto con i propri simili, nella più semplice, elementare comprensione della vita; è esplicita nella sua opera la condanna dell’uomo in quanto moltitudine ideologica, qualificazione numerica e aberrazione motivata, ma altrettanto esplicita è la pietà per l’uomo in quanto individuo. E questo convincimento si evidenzia nella rievocazione di piccoli episodi che, pur nell’orrore della situazione, trovano posto nel cuore dell’uomo, e sono narrati così semplicemente che non manca quel pizzico di fantasia, mai però apertamente liberatorio, necessario per poter sopravvivere, per rendere il proprio stato se non comprensibile almeno vivibile. Illuminante, a questo proposito, la descrizione del Comandante del Campo disegnato non tanto come un feroce aguzzino bensì come un piccolo uomo, forse travolto da eventi più grandi di lui, che pur nell’esercizio della sua crudeltà quotidiana, si rende quasi accettabile agli occhi del lettore per quel suo humour noir certo degno di migliori momenti. Bellissima l’immagine dei pidocchi che escono a prendere una boccata d’aria inguaiando il prigioniero oggetto dell’ispezione.

Lavacchi supera se stesso nel capitolo de «Gli uccelli», in quella piccola, libera creatura dell’aria che si trasforma necessariamente in cibo dopo essere scivolata nel più comune dei prodotti umani; in quel sogno che si struttura nel sonno, nel ricordo larvale della vita, in una seconda infanzia che rigermoglia nel buio. Il pane, la polenta, il sesso, nell’opera di Lavacchi, non degenerano mai, il loro crudo bisogno non avvilisce il sentimento della vita, semmai diventano sogni, come la polenta sognata appunto dal timido e quasi romantico bresciano e che, come un sogno, gli rimane dentro per tutta la vita. E cosa dire dei macabri specchi dove Lavacchi vide quella misera cosa e pianse? Quando si è detto che pianse dentro se stesso si è detto il vero perché non una volta nell’opera si parla di lacrime, come fossero un lusso, uno spreco.

Sulla validità dell’opera intesa come recupero, riproposizione, filtro del passato, rielaborazione odierna di fatti lontani, io credo che non si debba insistere in quanto, penso che, se anche l’autore abbia voluto in qualche maniera operare in tal senso, la necessità del suo scrivere va ricercata altrove, nel suo profondo essere poeta e darne testimonianza attraverso una dolorosa esperienza che, se non accidentale, non definirei però essenziale, necessaria per il suo sentire.

In quanto allo stile di Lavacchi c’è da dire che esso è scorrevole, assorbente, e che mai il suo pensiero si struttura per diventare esercizio, mestiere, ideologia, un mezzo raffinato per sostituirsi ai fatti, ai personaggi, o quantomeno per influenzare la narrazione e con essa i lettori stessi.

La poesia di Lavacchi è la vita, è immagine realistica, qualche volta sogno, ma il sogno della materia, ed è sempre viva anche quando vive dentro la morte.

Recensione di Gaetano Chiappini

Mi sarebbe piaciuto molto di aver conosciuto Luigi Lavacchi, certamente sostenuto dalla plasticità stessa della scrittura, con quel suo stupore essenziale del mondo che non coincideva con nessuna definizione e categoria; ecco, il titolo splendido degli indefinibili, quelli che, appunto, sfidano le definizioni e le regole. Ironico fino ad un certo punto, da buon fiorentino, l’uomo-scrittore si fa restio e stupito di fronte ad un mondo e a comportamenti che non coincidono con nulla di quanto fieramente invece il falegname appoggia. Del resto, si compiace se lo mettono vicino al bancone del legnaiolo, e disprezza abbastanza il fabbro che sembra non saper essere (oltreché fare) proprio quel fabbro che sarebbe la sua sedicente attività. Così i tedeschi, invece, sono e sanno fare i tedeschi; anche se, poi, anche loro si sottraggono (credono) alle regole della loro provenienza e mentalità. Lavacchi non si sottrae a niente della sua esistenza pur precaria nel lager, e sembra invece sottrarsi a quella mentalità che più che uccidere o maltrattare altri uomini li costringe ad essere quello che non sono né possono essere. E così vede molto – il verbo più decisivo – e procede a riflettere ed anche a giudicare: ma il torto dei tedeschi è quello di imporre ad altri uomini regole che non sono regole. E il vedere / scorgere dello scrittore invece esigono il riflettere e più spesso giudicare, più che secondo ideologie, invece secondo gli irrispettati parametri dell’uomo: fiorentino, italiano, falegname. L’umano prima di tutto che viene clamorosamente alienato. Il punto piú alto – segnalato dalla bellissima nota di Manescalchi – davvero come sempre bravissimo – è il capitolo affatto bizzarro degli uccelli, anch’essi distolti violentemente dalle regole. Lavacchi si appunta dunque dove si imbarbarisce l’umano totale obbligandolo a due violenze laceranti di stupore: prima la pulizia – che è la cosa sempre osservata e denunciata nei suoi negativi. L’altro è la noia, altra deformazione della libertà che annulla corpi e menti imponendo loro persino il bisogno di trasgredire. Salvo poi che nemmeno questo riesce a piegare Lavacchi, che se commette qualche errore o viola i codici del campo obbliga sé stesso a riparare con assunzione di responsabilità.

Chiarezza, linearità, buon senso, rispetto per la logica umana, appello alla normalità anche e soprattutto nella permanente rabbia della violenza proprio a questi codici etico-pragmatici. La prima cosa che induce stupore e ribellione quieta è proprio lo squilibrio del rispetto di fondo che esige la natura umana. E Lavacchi definisce indefinibili coloro che perpetrano questo annullamento dei codici. Se il lager è il nucleo e la cifra di questa violazione, si potrebbe anche tentare di capire; ma quello che non si capisce può essere il costringere il falegname a fare il gruista. In questo profondo senso etico-razionale il libro spiega bene la corruzione tedesca (ma anche russa, slava, italiana, casentinese) e la vicissitudine oscena del lager (un amico reduce da Mauthausen confermerebbe tutto), come irritante e sprezzante mezzo di imposizione alla libertà dei codici altrui. Le figurine tragiche o anche irrisorie per di piú riportate ad un linguaggio colorito senza barocchismi, esatto e responsabile, fanno di questo libro-testimonianza una prova robusta della propria verità da ogni punto di vista.