ST(R)AGE

di Marianna Meffe

C’è poco da fare, allo stage non si sfugge.

Nel percorso di molti studenti universitari, lo stage formativo (in questo caso chiamato tirocinio) è una tappa obbligata: croce e delizia del curriculum, quello dello stage è un argomento per cui il ferro è sempre caldo.

La colpa che i più gli additano è quella di non essere un contratto lavorativo a tutti gli effetti: arma a doppio taglio, questa, che offre ai datori di lavoro una libertà d’azione assente invece con i dipendenti “normali”.

Per definizione, infatti, lo stage è il “periodo, fase d’iniziazione pratica o comunque di addestramento per lo svolgimento di una determinata attività o professione”. Insomma, sulla gli manca quelche chose per essere un vero e proprio lavoro.

Ma, mentre il fatto che lo stagista non possa essere paragonato ad un lavoratore dipendente dovrebbe proteggerlo, esimendolo dallo svolgere certi tipi di incarichi e assicurandogli la presenza di un tutor che gli insegni il mestiere, più frequentemente sul piano lavorativo ciò si traduce in molte aziende che fanno finta di niente, tirando a campare con queste risorse “usa e getta”. A volte, nonostante espressamente proibito dalla legge, essi vengono persino usati come rimpiazzi per lavoratori licenziati o in ferie.

Dal punto di vista economico, invece, la mancanza di una definizione stringente viene convertita, per coloro che svolgono un tirocinio curriculare (cioè da svolgersi obbligatoriamente durante il periodo di studi) in una “retribuzione” che al massimo coincide con un rimborso delle spese, al minimo con dei buoni pasto. Al peggio, con tanti auguri per il futuro.

Per i più fortunelli, che svolgono tirocini extracurriculari (ossia facoltativi e assimilabili a stage), la retribuzione è giusto pari al contributo minimo previsto dalle linee guida (salvo qualche contributo aggiuntivo previsto dalla Regione).

E dal punto di vista relazionale? Come vengono trattati gli stagisti?

Se sulla carta è facile cavarsela con le belle parole, i dati raccontano una realtà diversa.

Rapporti idilliaci come quello tra Robert De Niro e Anne Hathaway in “Lo stagista inaspettato” non sono affatto all’ordine del giorno.

Nella maggior parte dei casi lo stagista viene visto come “lo schiavo”, il nuovo arrivato, l’ultima ruota del carro: decisamente più somigliante ad Alessandro di Boris.

Basta infatti una breve ricerca su Internet per leggere le decine di storie ai limiti del comico sulle esperienze di stage dei ragazzi italiani: tra promesse disattese, fotocopie accumulate e formazione assente, si gioca il futuro dei lavoratori del domani.

Gli stagisti potrebbero, e devono, essere nuove giovani leve, un investimento anche per il futuro dell’azienda. Avvilire una persona con mansioni poco pertinenti o retribuzioni da fame, se può essere “conveniente” sul breve periodo, aiuta solamente a distruggere le speranze di chi si affaccia al mondo del lavoro, spesso per la prima volta. E dalla strage di buone intenzioni non nasce nulla di buono.