Squid Game: un mondo senza regole

di Marianna Meffe

Squid game, l’ultima novità di Netflix, è una serie allucinante che mette in scena in chiave moderna un dramma eterno, quello della guerra. La guerra, intesa nel suo senso più intimo di lotta per la sopravvivenza.

Squid Game è una specie di Hunger Games, sei giochi della morte articolati lungo sei giornate, dove i giocatori che non rispettano le regole o semplicemente perdono vengono eliminati. Per sempre.

In palio cento milioni a testa. Se qualcuno muore, la sua quota va ad aggiungersi al montepremi finale.

I concorrenti sono scelti tra persone disperate e ormai disposte a tutto.

Per 6 giorni dovranno convivere in un enorme capannone.

Al di fuori dei Giochi, il controllo sui giocatori è pressoché inesistente.

E così vengono fuori gli istinti animaleschi del branco, lo spirito di conservazione che lentamente scardina le regole del vivere civile, per precipitare verso notti di incursioni e violenze, di lotte tra bande, di tradimenti e uccisioni.

La visione è ancora più sconvolgente se si nota come le regole sadiche del gioco siano nascoste dietro l’illusione della scelta. Ai player viene data in ogni momento la possibilità di “rescindere il contratto” e terminare il gioco, a patto che, dopo democratiche votazioni, la maggioranza di loro voti per uscire.

Il contrasto tra l’apparenza di una società egalitaria e regolamentata che i suoi creatori raccontano e il sangue che lascia dietro di sé a ogni round, è ciò che rende i giochi ancor più disturbanti: simbolo di un mondo in cui neppure le regole e le istituzioni possono (e a volte neppure vogliono) proteggere i cittadini.

Un mondo dove le istituzioni sono rappresentate da scagnozzi in maschera, che uccidono a sangue freddo: volti vuoti, che dietro la maschera hanno seppellito l’uomo per lasciare emergere il selvaggio.

Maschere che diventano volti solo in rari casi e che vengono per questo immediatamente puniti: l’ingranaggio crudele del gioco non permette falle e mostrare il proprio volto è per i detentori di potere una debolezza che non possono permettersi. E i deboli non sopravvivono a lungo.

Perché quello è ancora un mondo dove vige la regola del più forte, vecchia come la Terra stessa: ma possibile che sia quello lo stesso mondo dove viviamo anche noi, oggi, nel 2021, con tutti i progressi che abbiamo fatto? Se bastano due ore di gioco a tramutarci in assassini, forse sì.

Il quesito cruciale è: siamo giustificati per ingannare e uccidere soltanto perché non abbiamo altra scelta?

Ma soprattutto: dov’è il confine tra necessità e crudeltà?

 E cosa definisce allora la nostra umanità, intesa come appartenenza? Forse l’umanità stessa, intesa come virtù. Ma esiste ancora, e ha senso, una cosa del genere? O è un atto che mettiamo in scena per il pubblico che abbiamo creato nella platea della nostra vita pubblica?

E in un contesto come lo Squid game, nel quale quell’umanità potrebbe rivelarsi fatale, ha ancora senso portare avanti la “recita” fino in fondo? Cos’è che ci àncora al nostro essere umani in un mondo decaduto dove le leggi non hanno più valore?

Eppure, anche in mezzo a tutto questo sfacelo, a questa indistinta identificazione delle essenze, dove bene e male si confondono in quella che è, per dirla alla Hegel, la notte in cui tutte le vacche sono nere, qualcosa riesce comunque a stagliarsi sul fondo, a riprova del fatto che le verità assolute non esistono.

La mente dietro tutto ciò, infatti, è sempre stato il più insospettabile dei giocatori, la serpe covata in seno, che si è fatta scudo di quella bontà umana in cui lui per primo non aveva mai creduto per arrivare vivo alla fine dei suoi Hunger games dell’orrore.

Sotto mentite spoglie, il “boss” ha voluto calarsi in quell’ebbrezza che, a sua detta, l’avrebbe fatto sentire di nuovo vivo.

Dopo il primo pazzo gioco però, un “Un due tre stella” mortale dove gli errori si pagano con la vita, i player si ribellano e decidono di votare per uscire fuori da quell’inferno. Tra i favorevoli c’è anche il creatore.

Il riconoscere in sé stessi un essere altro è il Vero, la realtà che viene fuori dalla negatività. Negando sé stesso, il boss giunge a ritrovarsi nella sua umanità.

E nella prova finale, nel mortale corpo a corpo tra due vecchi amici d’infanzia, Gi-Hun (il protagonista) e Sang-Woo(l’antieroe), sarà proprio quando l’eroe buono Gi-Hun arriverà a negarsi e sentire forte dentro di sé l’urgenza di uccidere Sang, che egli si scoprirà incapace di tanta cattiveria e ritroverà così se stesso.

E capirà che non è l’omicidio la soluzione che cerca, ma solo quella che gli viene presentata dai suoi aguzzini: si rifiuterà quindi di ucciderlo, anche se difendere la sua convinzione comporta rinunciare ai soldi che sono stati causa di tutte le morti precedenti.

Ha senso sputare in faccia a quei 454 morti per salvarne solo uno? Per Gi-Hun si.

Ma sarà l’amico a non dargli altra scelta: con un atto di pentimento estremo si suicida, lasciando l’intera vincita nelle mani di Gi-Hun.

Entrambi si riappropriano alla fine della loro umanità, rifiutandosi di obbedire alle leggi di un mondo-gioco crudele, che vorrebbe trasformarli in ciò che non sono, che chiede, in cambio di soldi, tutta la loro essenza.

In ultima battuta, rifiutano di giocare secondo le regole. E solo così, vincono.