Solo Dio è perfetto

XXVIII Domenica del tempo ordinario (b)

Commento Mc 10, 17-27

Nel brano evangelico dell’uomo ricco, individuato altrove come un giovane (cfr Mt 19,20), emergono due elementi che si affacciano più volte: la grandezza e la misericordia di Dio ed il limite dell’essere umano, incapace di imitare la perfezione di Dio; un limite che Gesù uomo riconosce anche alla sua natura umana: “…nessuno è buono, se non Dio solo”. Il ricco vede sfumare il suo sogno di perfezione, quando intende che questo vuol dire totale disponibilità e dono di sé (compresi gli averi), e per questo se ne va triste e arreso. I discepoli dal canto loro restano disorientati, perché anch’essi si sentono inadeguati davanti a Dio; a loro Gesù risponderà “impossibile agli uomini, ma non a Dio”, lasciando intendere che l’azione santificante della Grazia aiuta il discepolo, che l’accoglie incondizionatamente, ad andare oltre i propri limiti.

+”In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo.”+

La fama che Gesù stava lasciando dietro di sé, era quella di un testimone profetico della Misericordia divina. I cosiddetti “peccatori pubblici”: pubblicani, prostitute e adulteri, insieme gli “eretici” samaritani e persino i pagani,  gente considerata esclusa dalla Salvezza e per questo emarginata, diventano con Gesù i soggetti prediletti dell’Amore di Dio: è per loro che il Pastore lascia le 99 pecore nel recinto (Mt-18, 12-14); egli è il dottore venuto sopratutto per i malati (Mt 9,9-13).  Non a caso il Giovane ricco lo chiama “maestro buono” forse proprio perchè distingue Gesù per la sua indulgenza verso le categorie umane considerate escluse dalla Grazia. All’appellativo datogli dal “tale”, Cristo risponde, sottolineando ancora di più l’importanza del Perdono e della Misericordia, facendo intendere che la tenerezza mostrata da Cristo uomo verso gli ultimi non era niente rispetto a quella che la Trinità aveva per l’umanità tutta. Resta interessante come nel rispondere alla domanda Gesù sia attento a questo dettaglio, come per rafforzare l’idea che la bontà, intesa come generosità (il termine greco che l’evangelista riporta è ἀγαθόν) fosse un attributo divino fondamentale.

+Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».+

Questo elenco di norme e quasi completamente tratto dal celebre decalogo. Ciò che colpisce è l’omissione dei primi tre comandamenti quelli dedicati Yahweh. C’è da dire che allora l’idea del culto era intesa esclusivamente in  senso “liturgico-sacerdotale”, questo nonostante Dio, attraverso i profeti, volesse prima di tutto la conversione del cuore (cfr Sal 50, 18-19; Ez 33,10)  e l’amore verso il prossimo (cfr Osea 6,3-6). In questa circostanza non c’era bisogno dunque di ricordare quell’aspetto, ma piuttosto occorreva verificare che il Signore venisse glorificato anche attraverso il rispetto e la Carità verso il prossimo. Il “tale” dichiara di essere attento a tutte le norme citate da Gesù, questo dimostra buona inclinazione verso il bene.

+Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni.+

Se Dio ci “scruta”, è sempre per amarci, mai per accusarci; al massimo ci può essere riservato uno sguardo di rimprovero. Il Signore non è un poliziotto, ma un Padre che dà la Vita per i figli. Il Messia che scrutava (ἐμβλέπω) i cuori sapeva bene come l’uomo si sforzasse di seguire le vie della legge mosaica per ottenere la benedizione divina e per questo lo stimava profondamente  (ἀγαπάω) . Tuttavia Gesù sembra trattenersi dal completare l’elenco delle cose da fare per ottenere “la vita eterna”, forse con lo scopo propedeutico di spingere quell’uomo ad andare oltre la sua visione. La reazione che scaturisce dal cuore del facoltoso devoto, lascia intendere la sua incapacità di espandere l’orizzonte interiore. Nonostante le notevoli energie investite, Il “ricco” si limita a far notare che già compie tutte le opere che ritiene necessarie, dimenticando però proprio quello che è il vero scopo e il coronamento di tutte le pratiche: restituire tutto a Dio nella Carità.
La “perla preziosa” è mostrata, il tesoro nel campo rivelato (cfr Mt 13,44-52), Ma purtroppo, in questo caso, il mercante e il contandino non sono disposti a vendere tutto per ottenere la sola cosa che può dar senso a tutta la loro esistenza. L’uomo ricco preferisce la sicurezza e la relativa “onnipotenza” del  suo denaro. Il “tale” ha paura di perdere ciò che ha per una promessa, fatta da Gesù in persona,  in cui dimostra di non credere abbastanza per giocarsi tutto. Resta amareggiato perché in fondo al cuore sa di aver perso un’occasione irripetibile. Rimarrà per sempre un “tale”, senza un nome che non potrà essere ricordato perché, probabilmente, non è mai entrato nel numero dei discepoli.

+Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!».+

Molti beni, molti lacci, molte angoscie, troppe cose per cui affannarsi; troppi muri da alzare per difendere, accumulare e conservare ciò che sarà consumato dal tempo e da cui la morte ci separerà. Come può essere libera una persona così? Quante guerre e soprusi scaturiscono dalle speculazioni concepite nei lussuosi salotti dell’alta finanza? Là dove tutto è calcolo per la massimizzazione del profitto.  Difficile essere ricchi e liberi, anzi, sembra proprio che Gesù voglia dire che sia impossibile!

+I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago*, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».+

I discepoli restano sconcertati. Erano cresciuti con l’idea che la ricchezza fosse il segno evidente della benedizione divina, come del resto ne era chiunque all’epoca. Quell’uomo metteva in pratica ogni norma della legge e Gesù aveva appena detto che rischiava di essere escluso dalla Salvezza! Almeno così avevano inteso i discepoli, come si capisce da quello che si stavano dicendo: “E chi può essere Salvato?”. La domanda angosciata riecheggia fra di loro, fatto che rivela ancora una volta come questi non abbiano ancora acquisito le nuove categorie che il maestro stava introducendo attraverso la sua predicazione. Eppure hanno visto il perdono di ogni specie di peccatore, persino dei pubblicani che si erano arricchiti in modo disonesto, maggiorando le tasse che riscuotevano per conto degli occupanti romani. La risposta del Cristo è spiazzante: “Tutto è possibile a Dio”. La misericordia di Dio si estende anche dopo la vita terrena. Se intendessimo la celebre frase di Gesù, che paragona un ricco ad un cammello e la porta del Regno ad una cruna d’ago, come impossibilità di salvezza per i ricchi possidenti, ci troveremmo subito davanti a una contraddizione, in quanto il Maestro aveva già rassicurato l’uomo riguardo alla sua redenzione ultraterrena (cfr MC 10,17-19). C’è una sottile sfumatura che va colta: quando Gesù parla del Regno di Dio si riferisce a sé stesso, quindi entrarci equivale a raggiungere la pienezza della comunione con lui già sulla terra. La domanda che sorge a questo è legittima: si può conseguire la perferzione a cui Gesù esorta dopo la morte? Personalmente credo nel purgatorio: inteso come una transizione che intercorre tra la non visione e la visione beatificante del volto divino; un “tempo” che servirà a districarci da tutti quei lacci da cui non siamo riusciti a liberarci in vita. Forse sarà stato proprio lì che l’uomo ricco avrà capito quale era “la banca” dove conveniva investire tutto, quella che gli avrebbe fatto accumulare beni in cielo (cfr Mt 6,19-23). Egli avrebbe goduto di quella ricchezza fatta  di “sconsiderato Amore”, lo stessa che ha dolorosamente represso, un tesoro fatto della felicità da cui è fuggito via. Ora tocca a noi non perdere l’occasione, e capire quale sia il miglior investimento possibile.

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci

* Nota: La “cruna dell’ago” potrebbe essere uno strettissimo passaggio allora aperto fra le mura di Gerusalemme e che alcune guide citano per spiegare il famoso detto. Un’altra ipotesi è che si possa  aver trascritto “kamelos” al posto di “kamilos“,  termine che indica una grossa corda o una gomena. Comunque, In tutti i casi, anche quello più classico e letterale. il significato della metafora resta invariato.