Siccità e guerra: quanto contribuiscono realmente al rialzo del prezzo del grano in Molise

La stagione della mietitura è ormai iniziata, ma le previsioni degli addetti sono preoccupanti

di Giusy Spadanuda

Per il 2022 il raccolto cerealico potrebbe rappresentare un campanello d’allarme importante per la filiera agricola molisana. Secondo uno studio recente dell’Istat e del CREA, l’agricoltura italiana non ha beneficiato della ripresa generale del post lockdown, e in più da mesi è stata compromessa dagli eventi climatici penalizzanti. Produzione che cala, quadro internazionale non favorevole e fenomeno emergenziale idrico sono i tre elementi di un prospetto drammatico che l’agricoltura si trova a dover fronteggiare. In particolare, alla siccità la Coldiretti attribuisce una diminuzione stimata delle colture cerealicole sulla fascia costiera molisana quantificabile tra il 20 e 30% rispetto allo scorso anno, e dalla diversa percezione dell’impatto che la siccità potrà avere sulla regione, ne deriva una volatilità dei prezzi piuttosto alta.

Il dato più preoccupante resta però il quantitativo di grano prodotto, e quanto espresso dalla Coldiretti è stato confermato in questi giorni dalle parole di Giuseppe Ferro, amministratore de “La Molisana”, che non tralascia il relativo e inevitabile aumento dei prezzi che ne deriverebbe. Ed è proprio questo aspetto che desta maggiori preoccupazioni, tanto degli imprenditori agricoli quanto delle aziende commerciali e di trasformazione.

Ma quanto c’entra la guerra in Ucraina con il rincaro dei prezzi dei cereali? Fin dallo scoppio del conflitto, nel contesto del commercio internazionale, la guerra e i conseguenti rincari dell’energia hanno assunto per la cronaca un ruolo fondamentale in quella che si sta preannunciando come la “guerra del grano”. Stando ai dati dell’Ismea, l’Ucraina però non è il maggior esportatore di grano e neanche la Russia: insieme contribuiscono alla produzione di grano duro mondiale per solo il 2% e per l’Italia al 2,5% delle importazioni; producono rispettivamente il 10 e il 4% di grano tenero mondiale e ne esportano in Italia appena il 3-5% del totale. Il Bel Paese è infatti uno dei maggiori produttori di frumento duro mondiale, sebbene la produzione venga quasi interamente consumata all’interno, e questo comporta un livello di importazioni dal Canada importante, altrimenti il prodotto italiano sarebbe sufficiente per appena 5 mesi di produzione della sola industria pastiera.

E allora perché i prezzi sono aumentati sino al 70 e 80% in più, che si tratti di grano tenero o duro, rispetto al 2021? La soluzione è da ricercare primariamente nella speculazione finanziaria e cioè nella pratica di investimento in titoli che vengono acquistati nella speranza che il loro valore, collegato a quello del grano in questo caso, aumenti nel futuro così da poter essere rivenduti realizzando un guadagno. Questa condotta ovviamente finisce per aumentare la domanda del titolo derivato e comporta un sovrapprezzo del relativo bene.

Un altro elemento della filiera di produzione che contribuisce nell’immediato all’aumento del prezzo del grano è il caro carburante. Per la prossima campagna infatti, si prevede un aumento del costo del servizio di mietitura in regione di circa il 30% rispetto lo scorso anno. E se da un lato questo preoccupa l’imprenditore per le spese da sostenere, dall’altro non può che comportare un’impennata del prezzo finale del grano, nel quale dovrà confluire anche parte del costo del concime utilizzato durante la semina (a novembre-dicembre 2021 l’urea ha toccato gli 85 euro raddoppiando il prezzo rispetto a giugno), e il costo delle sementi notevolmente aumentato dopo l’emergenza sanitaria.

Motivi per i quali, a dispetto di chi a luglio 2021 si è trovato costretto a svendere il grano anche a meno 20 euro a quintale, la maggior parte degli imprenditori molisani ha deciso di stoccare il prodotto e di attendere che la campagna cerealicola 2022 finisca, nella speranza di un prezzo più equo.