Siamo tutti nati ciechi

IV Domenica di quaresima (A)

Commento a Gv 9,1-41

Il Vangelo di Giovanni  è un sublime trattato di teologia che, attraverso immagini evocative ed emozionati, trasmette altissimi contenuti. Quella del “nato cieco” è un’immagine che simboleggia il progressivo percorso che il cristiano compie dalla cecità alla piena visione. Siamo tutti nati ciechi dunque  e per questo necessitiamo della Grazia per guarire. Dobbiamo dunque impegnarci nello sforzo dell’accoglienza attraverso un sentiero difficile, arduo, irto di prove e difficoltà; ciò sopratutto a causa di chi, ristagnando nelle proprie convinzioni, osteggia l’inesauribile novità portata dal Vangelo, che, sanando le ferite del peccato ed esplicando il comandamento dell’amore, vuole restituire dignità e valore a ogni vita. Non è solo per una funzione simbolica che i protagonisti di questi racconti siano spesso emarginati e poveri: il cristianesimo non è un percorso intimistico, ma propone, fra le sue intenzioni centrali, quello che ancora oggi è un rivoluzionario progetto di liberazione dell’uomo dall’uomo che ha perso il senso del bene più grande, diventando per questo il vero cieco.

+In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita+

Questo racconto (o pericope) segue immediatamente quello dell’adultera, dove Gesù, dopo aver salvato la donna dalla lapidazione, rischia a sua volta di subire lo stesso trattamento, tant’è che fu costretto ad uscire di nascosto dalla sinagoga  (cfr Gv, 8). Ignorato, disprezzato e a volte persino perseguitato dalla sua creatura (cfr Atti 9, 1-4), Dio non smette di amare, ne di avere compassione, perché è fedele a se stesso. Egli però trova ancora accoglienza fra i suoi figli: il suo sguardo si posa ancora su un escluso: “un uomo cieco dalla nascita”, anche questo, come la Samaritana (Gv 4), si lascerà “rivoluzionare” dallo Spirito, facendosene portavoce.

+…e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».+

Di fronte a drammi terribili, come quello di quest’uomo, già dalla nascita segnato dalla doppia disgrazia di essere cieco e giudicato maledetto da Dio, i discepoli s’interrogano, rivelando così l’opinione più diffusa a quell’epoca rispetto al mistero del male nel mondo: la causa della cecità non poteva che essere un castigo per il peccato, c’era solo da capire se la colpa era sua o dei suoi genitori, tradendo così una visione davvero meschina di Dio. La risposta del Maestro mette fine una volta per sempre a questo tipo pregiudizio verso l’azione dello Spirito: la causa di quella cecità non una sadica punizione di Dio. Sarebbe sbagliato pensare che Egli avesse reso quell’uomo cieco solo perché Gesù compisse un segno. I disordini e le malattie infestano il mondo perché l’uomo ha allontanato il Padre, che è Vita, dalla storia. Il Figlio è venuto a ristabilire l’armonia perduta. In quel momento, la malattia di quel ragazzo si sarebbe tramutata in Grazia, quel dolore disumano e l’umiliazione subita avrebbero acquisito senso. Del resto tutta l’umanità ha una “cecità innata”, un’area di non visione, che può essere sanata solo dalla Grazia. Questa è l’opera di Dio, sollevare l’uomo dalla sua miseria, restituirgli la dignità e liberarlo dalla morte, cos’altro ha fatto Gesù mentre era nel mondo?

+Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva.+

Gesù trasgredisce la Torah? Fare del fango e curare erano fra le attività vietate in giorno di sabato, con questo gesto Egli non vuole affatto disprezzare la tradizione, ma far capire che l’amore, vero culto e unica legge (cfr. Gv 13,31-33,) ha la priorità su tutti gli altri precetti. L’atto di impastare del fango con la saliva richiama la creazione dell’uomo, plasmato dalla terrà, dall’acqua e dal soffio di Dio (2,7-22). “Siccome questo popolo ha disprezzato le acque di Siloe che scorrono placide” (cfr. Is 8,6) era necessario che Gesù mostrasse quali benefici poteva avere chi invece le accoglieva. Le “acque dell’inviato” a cui si riferisce Isaia sono lo stesso Spirito: chi ascolta la Parola e accoglie il Paraclito finalmente vede! Il cieco nato fa un atto di fede, infatti obbedisce a quello che gli è stato detto e solo dopo acquista la vista. Solo credendo a ciò che ascoltiamo da Lui possiamo accogliere lo Spirito e lasciarlo operare.

+Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». +

Vicini e conoscenti non riuscivano a credere a ciò che stavano vedendo: un uomo segnato dalla maledizione non può cambiare. Il dio che avevano in mente non poteva ritornare sulle sue scelte, la punizione per quei presunti peccati doveva compiersi. La Grazia però contraddice questo modo di pensare, essa può cambiare tutto, trasfigurare un volto scolpito dalla tristezza e illuminarlo di una gioia che non ha mai sperimentato, fino a renderlo irriconoscibile.

+Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so».+

«In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». A questo punto conosciamo già la risposta: per aver ascoltato e creduto quell’uomo ha riavuto la vista! Egli ha accolto l’opera rigeneratrice del Figlio e si è aperto all’azione dello Spirito. Vorrebbero vederlo, ma non possono: sono ciechi. Forse ascoltano, ma non credono. Così il segno rivela il suo messaggio: non attingono acqua dall’Inviato. Il cieco risanato non sa il “dove”, pur essendo certo della sua esistenza, egli infatti ancora non completa il suo percorso, pur dimostrando di essere sulla buona strada.

+Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro.+

Un simile affronto a quel mondo che non cambia mai e resta sempre lo stesso non può essere accettato alla leggera, ma è necessario che l’evento sia giudicato da chi ha l’ultima parola su queste cose: le autorità religiose. Sopratutto perché l’episodio era avvenuto in giorno di sabato. Colui che restituisce la gioia e la vita ad un uomo che non l’ha mai conosciuta viene da Dio oppure no? Oggi nessun credente  avrebbe remore nel rispondere a  questa domanda, ma allora occorreva coraggio. L’evangelista fa notare che posizioni dei farisei erano combattute. Essi non riuscivano ad accettare l’idea che si potesse compiere la volontà di Dio al di fuori dei loro schemi, non ancora intendevano cosa volesse dire Osea quando prestando la voce al Signore affermava:

“Amore voglio, non sacrifici” (Os, 6,6).

+Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!».+

L’uomo, al contrario dei Farisei non ha dubbi, solo Dio può restituire la gioia  e la vita, solo Dio può ridarti la dignità che ti è stata rubata, solo Dio ama così profondamente ed in modo così libero.

+Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se qualcuno l’avesse riconosciuto come il Cristo, sarebbe stato espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori avevano detto: «Ha l’età: chiedetelo a lui!».+

Una fede sterile. Seguita con fatica e devozione forse, ma incapace di portare i frutti sperati. L’idea che un falegname di Nazareth avesse conquistato l’attenzione di Dio e che loro fossero meno favoriti dalla Sua Grazia,  era inaccettabile, frustrante e dunque, a tutti i costi, doveva essere trovato qualcosa di sbagliato ed eretico nel fenomeno “Gesù”. I genitori del ragazzo cieco vengono terrorizzati dalle domande dei farisei, sapevano bene che essere cacciati dalla sinagoga voleva anche dire essere emarginati dalla comunità. Come possono, però, cercano di difendere la realtà dei fatti, testimoniando così l’effettivo avvenimento del miracolo. Solo il Messia avrebbe potuto compiere tali opere, questo era ovvio, ma erano ben attenti a non esprimere quello che pensavano. Il segno grandioso, che avrebbe dovuto portare gioia a quella casa, ora era imbarazzante e pericoloso.

+Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo».+

Davanti all’evidenza di quel miracolo tutte le accuse che i nemici di Gesù stavano costruendo rischiavano di tornare al mittente: la loro autorevolezza davanti al popolo era in serio pericolo. Speravano così che attraverso il terrore che riuscivano ad incutere con la minaccia dell’esclusione, potessero convincere il giovane a rivedere le sue dichiarazioni. Ma il dono ricevuto era troppo grande perchè questi potesse voltare le spalle a chi glielo aveva concesso, la sua posizione restava ferma.

+Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori.+

Una delle tecniche usate negli interrogatori è quella di fare all’accusato infinite volte la stessa domanda, aggiungendo ogni volta minacce e lasciando intendere che una risposta sincera (o accondiscendente) sarebbe in ogni caso la cosa migliore per lui. Tuttavia il cieco risanato resiste eroicamente (riferimento esemplare ai cristiani che resistevano alle prime persecuzioni). Abbiamo ormai capito che Gesù non ha solo guarito quest’uomo, ma lo ha reso una persona nuova, un vero testimone fedele e senza timore. Quell’esperienza lo ha così riempito di fiducia verso Dio che non ha paura nemmeno di schernire chi lo stava tormentando:  “Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?”. Egli è diventato un vero maestro, è lui infatti a spiegare agli esperti della legge che nessuno può compiere quei segni se non perché onora Dio e fa la sua volontà. Un cieco nato vede, di quali altri segni hanno bisogno? L’orgoglio aveva fatto di loro i veri ciechi. Così un uomo che testimonia Dio intrepidamente, viene cacciato dalla sinagoga, accettando la terribile conseguenza  di essere emarginato ed escluso dalla comunità.

+Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui.+

Non a caso lo sguardo di Gesù s’era posato su quell’uomo, aveva letto nel suo cuore e visto le sue grandi virtù. Davvero stava rendendo gloria a Dio con la sua temeraria testimonianza. Non solo, a causa della sua fedeltà, era stato cacciato e quindi emarginato dalla sua comunità religiosa, ma, molto probabilmente, anche dalla sua stessa famiglia che, allontanandolo poteva sperare di non avere guai a causa di quell’imbarazzante guarigione. Attraverso il racconto di questa testimonianza esemplare, l’evangelista ha voluto senz’altro esortare la sua comunità a non cedere di fronte alle difficoltà per restare fedeli nella prova.

+Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».+

Abbiamo potuto notare come l’uomo sia riuscito a superare diverse barriere, dall’opposizione di parenti, vicini e conoscenti, a quella delle istituzioni religiose. Tutti volevano “normalizzarlo” riportarlo al suo vecchio modo di pensare e distruggere l’opera dello Spirito. Vedere e non vedere equivale a riconoscere o non riconoscere Gesù. I nemici di Gesù credevano di avere la verità in tasca e quindi nutrivano la presunzione di essere giudici perfetti, ma proprio questo è cecità! Per i farisei, una verità che non trasgredisce le loro convinzioni, non può essere  tale e viene classificata menzogna. Non vedere, cioè: non conoscere, è la condizione di chi sente che le risposte date dall’uomo restano incomplete e spesso insufficienti. Solo Cristo dona la luce che illumina i nostri passi, è Lui che, mandando il Paraclito, ci guida alla verità tutt’intera (cfr. Gv 16, 13), senza, anche con il Vangelo in mano, rischiamo di perderci e vagare nelle tenebre, ingannati dalle fluorescenze delle nostre convinzioni, chiuse, impermeabili, all’eterna novità di vita che sgorga come acqua dalla Roccia: il nostro Gesù!

Felice Domenica!

Fra Umberto Panipucci