Siamo poco, ma non in mano a Dio!

XVII Domenica del tempo ordinario (b)

Commento a Gv 6,1-15.

Il Vangelo di questa settimana, oltre a richiamare il grande mistero dell’Eucarestia, ci invita a mettere in discussione il nostro modo di pensare e vedere. Un buon cristiano deve imparare a “sperare contro ogni speranza” (Rm 4, 11). Spesso però siamo imprigionati nella ristrettezza degli schemi mentali e nel limitato orizzonte del nostro contesto socio-culturale. Possiamo svincolarci però attraverso lo slancio illuminato e fiducioso della Speranza inaudita, quella portata da Cristo. Senza di questa tutto è destinato a restare immutabile e sterile, al contrario invece, tutto è possibile.

+In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei.+

C’è una folla aflitta e stanca delle sofferenze della vita, una folla che ha visto un uomo, Gesù di Nazareth, guarire, non solo il corpo, ma anche l’anima; Egli aveva inoltre autorità sui demoni, e non esitava a liberare coloro che essi opprimevano; quest’ultima non era affatto una caratteristica secondaria in quel contesto socio culturale. In un mondo dove la morte era padrona, Colui che poteva restituire la vita brillava come un faro nella notte per il popolo della Galilea, provincia povera, oppressa e marginale rispetto alla Giudea. Per questo quella gente sceglie di seguirlo anche se le sue vie sono impervie e conducono in luoghi inospitali. Non è un caso se l’evangelista fa notare la vicinanza con la Pasqua ebraica e l’attraversamento di un “mare” (si trattava di un lago): questa folla, riconoscendo in Gesù un nuovo Mosè, assomiglia tanto a quello stesso Israele oppresso che cercava nutrimento là dove non ne esisteva (pensiamo alla manna del deserto). A volte seguire la Parola ci fa sentire soli, in un deserto dove è impossibile sfamarsi di tutti quei bisogni che caratterizzano la nostra umanità, ma chi è fedele scopre il paradosso di trovarsi in un’ inaspettata abbondanza.

+Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». +

Gesù distoglie gli occhi dai suoi intimi e alza lo sguardo, sottolineatura che evidenzia l’attenzione e l’amore che il Maestro aveva per quella gente, che stava sfidando fame e sete perchè ancora più assetata e affamata di guarigione e speranza. Ora quella gente gli appartiene e deve provvedere ad essa. Così decide di mettere allo scoperto il razionalismo sterile di Filippo (e, conseguentemente, degli altri apostoli) per criticarlo. La domanda fatta da Gesù, la cui risposta era, per qualsiasi uomo di “buon senso”, scontata, era una strategia pedagogica scelta per far sì che dubbi, incertezze e paure venissero fuori. Era impossibile infatti trovare tutto il pane sufficiente a sfamare la folla e, se anche ci fosse stato, le loro risorse economiche non sarebbero certo bastate. La chiusura alla Speranza “inaudita” di Filippo è un grande ostacolo alla crescita spirituale. Portata agli estremi, questa condizione può condurre a una vera e propria paralisi dell’anima. Pensare che la Provvidenza abbia un limite, è un atteggiamento che può essere serenamente definito come scarsità di fede.

+Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini.+

Andrea fa trasparire invece un altro comportamento erroneo nei confronti della Speranza: il pessimismo. Il segnale positivo dato dalla generosità del ragazzo, doveva invece spingerlo a essere più fiducioso. Non dimentichiamo che gli apostoli sono stati testimoni di numerosi prodigi. Anche lui, come Filippo, mette in evidenza la scarsità di risorse e l’impossibilità materiale di far fronte alle necessità di quella gente. Ma un raggio di sole si fa strada fra le nubi di quella frustrazione: un ragazzo è disposto a mettere in gioco tutto quello che ha; era il cibo che lo avrebbe tenuto in vita in quel luogo così deserto. Proprio questa testimonianza Gesù voleva che i discepoli vedessero, un’umanità capace di donare in modo gratuito e gioioso, la disponibilità di uno può tanto, anzi tutto, se questa apertura è totale nei confronti di Dio. Proprio “appoggiandosi” a questo piccolo segno, Gesù decide di compiere l’impensabile. Anche in tale circostanza la propedeutica del Maestro si serve degli esempi luminosi per edificare i discepoli. Questo giovane rappresenta proprio chi, anche di fronte a delle situazioni che appaiono irrisolvibili, decide di scommettere comunque e non certo in maniera risicata, ma senza badare a spese, totalmente, appunto.

+Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano.
E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato.+

Gli Ebrei praticanti non mangiano mai senza ringraziare Dio e Gesù conferma questa regola, anzi la fa sacra, così rende grazie al Padre per quel dono, il quale, investito dalla benedizione di Dio, si moltiplica in modo prodigioso. La risposta che Dio da a chi gli si affida supera sempre le aspettative. Tutti possono mangiare a sazietà ed in modo sovrabbondante. Con gli avanzi vengono riempiti 12 canestri, numero simbolico che indica l’intero popolo d’Israele e, per estensione, tutta l’umanità; quel poco che avevano i dodici avrebbe sfamato di verità non solo Israele, ma il mondo intero.

+Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.+

Il “profeta”?, “colui che viene nel mondo”? Quel popolo non aveva le categorie per comprendere a quale modello di regalità Gesù si ispirava. L’insegnamento è stato dato, ma, come spesso viene narrato dagli stessi vangeli, non è immediatamente compreso ed assimilato, occorre del tempo perchè questo avvenga, molto, migliaia di anni. Quella gente vorrebbe che Gesù diventasse re: ciò implicava un colpo di stato e quindi sangue e violenza. Non è un segreto il fatto che Israele aspettasse un capo militare e una guida strategica, ma non era quello il progetto di Dio; Gesù non ha mai voluto governare in quel modo e mai lo farà. Non è sul sangue delle uccisioni che verrà costruito il Regno, ne con la paura di un esercito. Certo verrà versato del sangue, ma solo quello dell’unico sacrificio di Cristo a cui si associa quello dei martiri. Così Gesù sale sul monte a pregare perché è in quel modo che conquisterà il suo Regno, non certo come avrebbero fatto i re che fino a quel momento il mondo aveva conosciuto.

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci