Shopping “terapeutico”: croce e delizia

Cdp Service

di Luigi Castellitto

Fare shopping, grazie anche alle moderne possibilità, è ormai diventato un punto fermo nella vita di molti individui. Al giorno d’oggi, più che una esigenza estrema, rappresenta spesso un modo per rilassarsi e distrarsi, e capita che venga considerato come una sorta di “terapia”. Ma fin dove arrivano i benefici? E vi sono contro?
Un tempo le dinamiche erano diverse. Si comprava al solo scopo di sostentamento, ci si riforniva di quello che era necessario, mentre la realtà sopradescritta ha visto la luce soltanto con l’inasprimento della società consumista. Apparentemente non sono stati i gusti o le preferenze delle persone a far nascere il piacere per lo shopping, anzi, è successo l’esatto contrario: i nuovi modelli nascenti dell’economia e del mercato hanno creato nuovi gusti e predilezioni su come passare il tempo libero, con la pubblicità che ha avuto il suo ruolo chiave.
Tempo fa i mercati erano organizzati affinché i clienti trovassero subito e facilmente quello che cercavano, adesso i centri commerciali si sono trasformati in luoghi pieni di comfort e proposte per svagarsi. Funzionano più o meno come centri di intrattenimento e sono diventati ancor più punto di riferimento sociale.
Le piccole realtà come il nostro Molise, sono passate repentinamente da un commercio in piccola scala alla grande distribuzione, entrando in un’ottica conforme a situazioni più estese. Non da meno hanno avuto influenza le tecnologie, quali le carte di credito, i conti online e tutta la serie di facilitazioni di pagamento, per non parlare degli acquisti sul web, facili, veloci e che arrivano in soccorso della scarsa disponibilità di proposte del luogo.
Quindi, fare shopping: positivo o negativo?
Nel nostro piccolo contribuiamo tutti a mantenere la dinamica consumistica. È un fatto anche che, per quanto si possa essere intransigenti, andare a fare shopping dà una certa soddisfazione. Oltre alla necessità che viene soddisfatta quando si acquista un articolo, comprare apporta anche una sensazione di potere ed abbondanza difficilmente possibile con altre attività. Alcuni studi hanno dimostrato che il cervello trae benefici quando si va a fare shopping. Vedere qualcosa che piace, desiderare di acquistarlo e comprarlo attiva alcune zone cerebrali che liberano dopamina, lo stato d’animo, dunque, migliora e ci si sente più felici. D’altra parte, il cervello reagisce allo stesso modo anche dinanzi ad altri tipi di stimoli: migliora facendo sport o realizzando diverse e differenti attività gratificanti. Accade lo stesso, ad esempio, quando si riceve un complimento considerato sincero o quando ci si immerge a fondo in una lettura. Tuttavia, il mercato ha fatto in modo di stereotipare diversi concetti di soddisfazione, omologandoli.
Andare a fare shopping, quindi, non è sbagliato e, anzi, può essere positivo se fatto in maniera cosciente e responsabile.
Le difficoltà insorgono quando lo il comprare si trasforma nella via di fuga da una sensazione di malessere che non si è capaci di gestire in altri modi. In questi casi, gli acquisti “ludici” non aiutano a migliorare lo stato d’animo, bensì non fanno altro che nascondere il problema o crearne persino uno nuovo. È ormai frequente sentire le persone dire che comperano perché sono depresse e vogliono tirarsi su di morale, o anche che andare per negozi funge da “terapia” per dimenticare problemi; i luoghi di commercio si sono tramutati in luoghi di transizione del dolore e distensione per animi oppressi. In queste circostanze, quindi, non è strano che qualcuno riempia la sua agenda con lo shopping, non lo è neanche che provi una profonda frustrazione quando non riesce a farlo o che lavori al fine di avere liquidità sufficiente per mantenere un tenore di vita alto.
Parlando di carte di credito ed equivalenti, esse eliminano quella remora che sussiste quando si gestisce il denaro contante, in quanto “nascondono”, per così dire, la cifra che si sta spendendo. Quindi, senza rendersene conto, la propria disponibilità economica va impoverendosi in maniera subitanea.
In casi di acuirsi del problema, si smette di provare soddisfazione per attività gratuite che non implicano una transizione. Rimane quello che si compra, con molti aspetti della vita messi da parte, con conseguenze come conflitti rimasti irrisolti e che si è provato a nascondere sotto il tappeto, a forza di “rifugiarsi” nello spendere in cose di cui non si ha realmente bisogno.

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