Serve ancora l’educazione?

Per la rubrica “Alesia ed i suoi compagni di viaggio” ancora un interessante e originale contributo dell’amico Enrico, che di cuore ringraziano

di Enrico Maria Vannoni*

L’educazione dei giovani è sempre stato uno dei punti più delicati dell’organizzazione di ogni società. La posta in gioco, infatti, è molto alta (plasmare le nuove generazioni, tracciare una direzione al futuro prossimo) e sono numerosi i problemi che si intrecciano inestricabilmente nell’opera educativa. Il modello della scuola pubblica di stato, come è noto, si è imposto solo in tempi recentissimi lungo l’arco della storia dell’educazione. Per molti secoli la formazione dei giovani è rimasta, in gran parte, un fatto gestito dalla famiglia e dal ceto sociale di appartenenza, o dalle istituzioni ecclesiastiche. Un modello, quindi più “disarticolato”, se vogliamo, e affidato alle capacità del singolo precettore o del maestro famoso e illustre. Anche organizzazioni ben più strutturate come le universitas studiorum medioevali, in realtà si reggevano in gran parte sulle doti dei singoli “dottori”, e l’organizzazione della trasmissione del sapere non era nemmeno paragonabile per capillarità e formalizzazione a quella attuale. La nascita delle scuole generali, di stato, obbligatorie, è uno dei tanti polloni usciti dal turbine di idee, proposte e visioni della rivoluzione francese. In pieno Terrore giacobino, Saint-Just teorizzava una scuola obbligatoria e statale come atto di vera giustizia democratica e come necessario rimedio dello Stato per evitare che si diffondessero pericolose eterodossie politiche e sociali nelle giovani menti degli alunni. Pur nella sua visione estremista, il giovane rivoluzionario mostrava però in modo chiaro l’inevitabile dialettica di ogni intervento educativo che si muove immancabilmente tra necessità e coercizione.
Infatti, gli attori, per così dire, del processo educativo non sono soggetti paritetici. I giovani, da che mondo è mondo, scontano la loro inesperienza (per motivi puramente anagrafici), e la loro debolezza sociale ed economica: per lo più dipendono legalmente e materialmente dalla famiglia e anche una volta emancipati, spesso non hanno capacità di agire in proprio. Lo stereotipo dello studente squattrinato e bohémien coglie purtroppo nel segno più di quanto si creda! Va da sé che i giovani subiscano la “forza” delle istituzioni educative e di chi le gestisce, anche quando queste si sforzano di essere il meno coercitive possibile. Un’istituzione costituisce, per definizione, un’entità più grande e più potente del singolo individuo. Ha una maggiore forza persuasiva e scoraggia, con la sua stessa mole e con la sua natura monopolistica (come nel caso della scuola di stato), la maggior parte delle ribellioni nei suoi confronti.
Proprio la natura sbilanciata del rapporto tra giovani ed istituzioni educative, sta al centro di una delle sfide più delicate e vitali di ogni società umana. È forte, infatti, la tentazione da parte delle istituzioni (guidate immancabilmente da adulti) di “approfittare” di tale asimmetria costitutiva per guidare e plasmare i pensieri, le convinzioni e le reazioni emotive dei giovani per creare consenso politico, o un preciso modello di “cittadino”, o inculcare idee o pregiudizi. Diciamolo subito: le virgolette al verbo approfittare, sono state messe perché è inevitabile che un educatore plasmi, in qualche modo, i suoi studenti. Ogni educatore lascia la sua impronta indelebile sui propri alunni, così come ogni genitore sui propri figli. I giovani non hanno strumenti critici per difendersi o formulare, in un primo momento, alternative a quanto l’istituzione gli propone e gli raccomanda. Anzi, la loro carica emotiva e ideale li rende più che disponibili ad accogliere gridi di battaglia e posizioni estremiste, qualora gli vengano presentate con toni positivi e trionfalistici, e gli venga suggerito che tali idee offriranno loro approvazione sociale e una identità forte e giusta, soprattutto se questa è possibile verificarla nel mondo degli adulti. Personalmente, ho conosciuto molte persone che professavano un’autentica e sincera fede democratica, ma che non potevano fare a meno di ripensare con grande nostalgia ed entusiasmo ai sabati fascisti della loro infanzia e adolescenza trascorsi a marciare, moschetto di legno in spalla, tra grida marziali e inni grondanti incitamento alla violenza e alla discriminazione che ancora ricordavano perfettamente a memoria… È la forza dell’educazione!
In tempi ancora più recenti, si è diffusa nel mondo occidentalizzato, l’idea (a nostro avviso del tutto illusoria) che si potesse realizzare un’educazione il più possibile neutrale, politicamente corretta. Il tentativo è lodevole, e l’idea di fondo che la sorregge non è disprezzabile in sé. Ma vi è implicita una dose eccessiva di irenismo ingenuo ed ideologico che la rende astratta e pericolosa quando la si voglia applicare coerentemente: tutti sappiamo che a volte una semplificazione sciocca può anche essere illuminante sull’effettiva complessità della realtà, ma applicare tale semplificazione sic et simpliciter sarebbe disastroso… Si è già detto che l’educazione si regge su di un rapporto dialettico che richiede lo sforzo e l’incompiutezza della logica dell’”imperfezione”. In altre parole, ogni teorizzazione pedagogica trova il suo banco di prova definitivo, e il suo limite e il suo giudizio, nella pratica quotidiana, nell’inevitabile caos magmatico del divenire. Una pedagogia che si limiti a fornire libertà di azione e nozioni ai giovani risulta già essere una precisa scelta che condizionerà la loro vita, e quindi ben lontana dalla pretesa “neutralità”, la quale non fa altro che scaricare sull’individuo, in ultima analisi, il peso di doversi “inventare” giorno per giorno e, peggio ancora, il peso di un eventuale fallimento. Senza un bagaglio di punti di riferimento valoriali, senza aver appreso uno stile e una particolare visione del mondo, non è possibile esprimere liberamente la propria. Lo dimostrano tutti i grandi uomini, in ogni campo del sapere e dell’agire umano: tutti hanno avuto un buon maestro dal quale, spesso, si sono distaccati e anche in modo sostanziale. Il progresso, in altre parole, si alimenta della tradizione. Lo aveva detto in modo efficace e coinciso Antonio Rosmini, riflettendo, con amarezza, sulla pochezza umana e culturale di gran parte del clero del suo tempo: “Solo grandi uomini formano altri grandi uomini”.
Da questo punto di vista, la società compiutamente laica, anzi, laicizzata, si è rivelata in gran parte inapplicabile. La coscienza del rispetto di tutte le opinioni e della pacifica convivenza tra stili e scelte diverse, anche opposte, non può nascere nel vuoto della propria identità. E i giovani una identità se la devono costruire necessariamente! Lo dimostrano a sufficienza, al di là di ogni retorica d’occasione, il dilagare tra i giovanissimi di comportamenti aggressivi, da bullo, la loro difficoltà ad instaurare rapporti sociali sereni e inclusivi, il fascino che subiscono da parte di proposte ideologiche “forti”, proporzionale al vuoto di appartenenza ad una tradizione solida di valori esistenziali. Alla fine, dopo aver delegittimato ogni proposta etica come “impositiva”, non rimane che un vago senso del rispetto delle leggi e spezzoni, assai sbiaditi, di educazione cristiana che ancora serpeggiano nel sentire comune. La neutralità laica, che di per sé è un valore condivisibile e necessario per la convivenza civile, non è però applicabile del tutto nel campo dell’educazione. Anche la laicità deve avere una sua eticità forte e condivisa, se non vuole aprire le porte ad inaspettate deviazioni. In questa situazione, infatti, le tanto auspicate competenze di cittadinanza che la scuola vorrebbe dare ai giovani, sono affidate in larga parte al caso: all’indole personale, alla fortuna di avere una famiglia dotata di sufficienti strumenti culturali ed etici, alla frequentazione di ambienti educativi alternativi.
Si potrebbe obiettare che la strada del riconoscimento dei diritti, è invece la via maestra per forgiare una coscienza responsabile, libera e liberante nei giovani. Anche in questo caso, non è certo in discussione il riconoscimento dei singoli diritti, che lo stato, laico per definizione, deve garantire e difendere. È semmai l’approccio metodologico che risulta fragile: la Weltanschauung che vi è sottesa appare visibilmente quella della parcellizzazione della società. Una sorta di atomizzazione dei destini, rigidamente individuali, che fluttuano all’interno di un mondo destrutturato e tenuto insieme dalla forza, sempre più debole, del diritto positivo e delle infrastrutture tecnologiche che lo stato deve assicurare. Si tratta di un progetto che presenta più di un tratto di utopismo e che è comunque strettamente legato all’alto grado di astrazione dal reale che le società ricche e organizzate come la nostra si possono permettere. Un vero e proprio lusso sociologico che ha mostrato la sua debolezza congenita proprio sotto la spinta implacabile della tempesta pandemica. Da questo punto di vista, una buona parte dell’atteggiamento complottista e antiscientifico che anima le proteste dei cosiddetti movimenti no-vax, lo possiamo anche leggere come una dolorosa e lunga elaborazione del lutto per aver perduto l’illusione della società, per dirla con Zygmunt Bauman, totalmente liquida.

In tutto questo discorso circa l’educazione dei giovani, almeno per quanto riguarda il nostro paese e più in generale l’Europa, vi è una sorta di grande Innominato, un convitato di pietra che pochi sono disposti ad invitare alla tavola del proprio ragionamento. Ossia il cristianesimo. La storia ci dice che l’educazione, a partire dai secoli dell’alto Medioevo fino all’età moderna, è stato un appannaggio quasi esclusivo delle chiese cristiane. Anzi, dall’inizio della formazione degli stati nazionali fino ad oggi, la storia europea registra un capitolo, ancora inconcluso, che potremmo intitolare “Come eliminare il cristianesimo dalla sfera pubblica”. I più convinti in questo senso, lo sappiamo, sono stati i governi liberali che si sono imposti un po’ ovunque a cavallo tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo Novecento e, successivamente, le dittature novecentesche. L’esilio del cristianesimo dalla sfera pubblica, e quindi anche dall’educazione, ha lasciato un grande vuoto dal punto di vista sociologico. L’Europa ha perduto la sua compattezza etica e la forza propulsiva del cristianesimo, la sua “riserva escatologica”, non si è potuta esprimere appieno. Costretto sulla difensiva su quasi tutti i fronti, il cristianesimo si è a sua volta impoverito, gravato di sospetti e colpevolizzazioni, e neppure più considerato come un interlocutore attendibile. Una vera e propria congiura del silenzio. Ma questo ha fatto del bene? I cittadini dello stato laico hanno tratto davvero giovamento dal tramonto della visione cristiana della vita e, soprattutto, della società? Non stiamo parlando, si badi bene, di un’appartenenza strettamente confessionale, ma dell’esistenza di una voce dialettica all’interno della società e della cultura, e della vitalità di una delle principali radici della nostra civiltà europea. Di norma, non è una buona cosa tagliare le radici di un albero, se lo si vuole conservare in salute… Rimanendo entro i limiti del nostro argomento, l’educazione, l’esilio del cristianesimo (cioè l’etica condivisa di ispirazione evangelica sottesa a molti comportamenti sociali) ha avuto sui processi educativi una ricaduta decisamente negativa. L’educazione, infatti, si è come asserragliata nell’ultima ridotta superstite, le aule scolastiche, mentre le forze educatrici del “quotidiano” (famiglia, associazioni, sport, contesti lavorativi, politica, ecc.) si sono lentamente dissolte. Paradossalmente, oggi si chiede alla scuola di educare i giovani un po’ a tutto (socialità, educazione alimentare, civica, sessuale, etica del lavoro, ecc.) come se fosse ormai accettato che la società nel suo insieme sia del tutto incapace, o voglia essere incapace, di formare i giovani. In altre parole, una società senza un’etica condivisa è destinata a diventare più fragile e conflittuale, in quanto si scontreranno “etiche” diverse, parcellizzate, autoreferenziali. Se può avere valore un’esperienza personale, facendo l’insegnante ormai da molti anni, non posso fare a meno di constatare che è sempre più difficile ottenere dagli alunni anche il rispetto di norme elementari di convivenza e di rispetto reciproco, in quanto nel loro ambiente di provenienza o nel loro vissuto personale, spesso queste non sono considerate importanti o obbliganti. Con un aumento esponenziale della conflittualità che ha ripercussioni gravi e concretissime sui ragazzi stessi e le loro famiglie.

Non vorremmo, però, dare l’idea di sostenere la tesi che il cristianesimo abbia soltanto da offrire una manciata di buoni sentimenti che possano fare da collante per una società, comunque, secolarizzata. Esso ha molto di più da offrire. In particolare, l’idea che vi sia una giustizia superiore a quella del diritto positivo, e che l’uomo e la donna siano molto più complessi dell’homo ludens o dell’homo oeconomicus, tanto raccomandati dalla contemporaneità. L’idea dell’homo viator (squisitamente evangelica), cioè sempre in tensione verso il raggiungimento di una perfezione morale, intellettuale, spirituale, risponde meglio, a nostro avviso, alla reale densità esistenziale delle società complesse moderne e alle sfide globali che ci stringono da ogni parte. Le idee dell’individuo concentrato sull’accumulo di benessere in modo indefinito, della somma di tanti “egoismi” che genera una società giusta (idea a dir poco singolare), dell’orizzonte dei diritti parcellizzati e individualizzati come unico motore sociale, costituiscono un paradigma (che chiamiamo per comodità “borghese”) ormai insostenibile. Esso deve essere sottoposto ad una critica radicale perché avvengano davvero dei cambiamenti sostanziali e duraturi. Salvare le conquiste civili e aprire un nuovo orizzonte di responsabilità collettiva, è la vera sfida che ci attende. In questo lungo lavoro, la sapienza cristiana ha tanto da offrire. E l’educazione sarà sempre di più il banco di prova dei risultati raggiunti, lo scandaglio più efficace ed accurato per misurare l’effettivo grado di civiltà di cui disponiamo.

NOTA BIOGRAFICA

*ENRICO MARIA VANNONI è un presbitero della Comunità di San Leolino. E’ docente di Letteratura italiana, Storia e Filosofia presso l’Istituto “Marsilio Ficino” di Figline Valdarno (Fi) di cui è anche il preside. Vive e svolge il suo ministero pastorale presso la Pieve di San Leolino a Panzano in Chianti, nella Diocesi di Fiesole.