Senza la comprensione della maternità c’è solo declino

GIUSEPPE CAROZZA

Dico subito di non sapere molto di demografia e delle scienze ad essa correlate, tuttavia capita anche a me di riflettere, sulla scorta anche dei numerosi ragionamenti ospitati su queste stesse colonne a firma di autorevoli figure del nostro panorama culturale e sociale molisano, sul grave e mai abbastanza trattato argomento relativo alla denatalità sempre più crescente nei nostri comuni, piccoli e grandi. Le iniziative per discutere su come mettere un freno al crollo delle nascite in Italia, com’è noto, si moltiplicano, dalla Giornata per la vita nascente ai cosiddetti Stati Generali per la natalità, ma intanto l’inverno demografico diventa sempre più gelido e di bambini ne vengono al mondo sempre meno.

Nei due anni di pandemia il calo di popolazione, contando anche l’effetto dell’aumento di morti dovuti al Covid, è stato di 616.000 unità, mentre le nascite hanno segnato un’ulteriore diminuzione dell’1,3%. I dati Istat sulla natalità ci propongono sempre nuovi record negativi: nel 2021 per la prima volta la cifra dei nati è sotto i 400.000. Fatte le dovute proporzioni, un analogo ragionamento si potrebbe riferire alla nostra piccola entità regionale, la cui povertà in termini di nuove generazioni la si sta continuamente a sperimentare nel numero sempre più esiguo degli alunni all’interno delle classi scolastiche. Naturalmente, la curva che delinea la dinamica demografica in questi due anni disegna anche la caduta della speranza, della fiducia nel domani. La pandemia, che avrebbe potuto farci riscoprire, pur tra mille difficoltà, la forza consolante e necessaria degli affetti, si è verificata in un’epoca in cui le reti familiari e di prossimità sono indebolite, in cui si vive sempre di più rinchiusi nella propria solitudine. Secondo altri dati Istat, diffusi pochi giorni fa, le famiglie monoparentali aumentano, e non più soltanto nelle metropoli del Nord come si potrebbe a prima vista pensare, ma anche nel nostro Mezzogiorno. Non si tratta solo di anziani, ma anche di giovani e, del resto, un’ancora recente indagine della Fondazione Donat Cattin ci ha informato che la maggioranza degli italiani tra i 18 ed i 20 anni, cioè il 51%, immagina il proprio futuro senza figli. Tra questi il 31% stima che a 40 anni avrà probabilmente un rapporto di coppia, ma un ulteriore 20% ritiene di rimanere single.

La guerra in corso in Ucraina poi, con lo spettacolo di tragedia e distruzione che ci investe giorno dopo giorno, rende il clima di incertezza e paura ancora più assillante, e l’immagine della donna incinta morta a Mariupol con il suo bambino ci perseguiterà a lungo. Combattere la denatalità, dunque, oggi più che mai vuol dire agire per riaccendere la speranza, senza la quale il Paese (e con esso il nostro Molise…) si accartoccia su se stesso, incapace di vero sviluppo. Si è spesso ricordato come in altri tempi i figli si continuassero a generare anche sotto le bombe e come il boom demografico degli anni Sessanta del Novecento fosse il frutto di una ritrovata vitalità, della capacità – insomma – di progettare il domani. Oggi però non sappiamo più reagire alla paura. I provvedimenti economici di sostegno alla genitorialità, la conciliazione tra lavoro di cura e lavoro extradomestico, l’assegno unico o la fiscalità di favore per le famiglie, i servizi sociali e tutte le buone pratiche che le amministrazioni, gli enti privati, le aziende riescono in qualche modo a mettere in campo per arginare il calo delle nascite, non possono avere che un successo parziale se non si interviene anche sul piano culturale.

Occorre gettare, da parte nostra e delle nuove generazioni, un ponte sopra la voragine che si è aperta tra noi e i nostri desideri profondi, tra gli stili di vita, per così dire, dominanti e le paure ancestrali che tornano prepotentemente a farsi sentire. Avevamo quasi dimenticato che la fragilità è connaturata alla vita umana, che l’estensione dei diritti non copre la precarietà esistenziale, che la stabilità degli affetti è un potente antidoto al vuoto di senso che continuamente ci minaccia, che la solidarietà e la cura riscaldano anche chi le offre. Avevamo anche quasi dimenticato che questi sentimenti sono profondamente collegati alla maternità: è nell’unione simbiotica tra madre e figlio, anzi è già nel corpo materno, che impariamo a non sentirci soli, gettati nel mondo.

È attraverso il rapporto con la madre che si fa esperienza dell’amore gratuito, che poi riusciamo a proiettare intorno a noi, costruendo una comunità solidale. L’immagine che più di tutte, anche per i non creden ti, incarna la simbologia del materno, il misterioso potere femminile di dare e custodire la vita, è la Madonna con il bambino in braccio. Le donne ucraine che scappano in questi giorni ed in queste ore dalla guerra con i loro figli non offrono un’immagine di debolezza, come si potrebbe lì per lì pensare, ma di coraggio, di capacità di affrontare le paure e l’orrore, per tutelare la vita e averne cura. Questa è la speranza che dobbiamo coltivare, se vogliamo tornare ad aprirci con fiducia al futuro.