Senza ascolto non c’è profezia

XXIII Domenica del tempo ordinario (b)

Commento a Mc 7, 31-37

L’evangelista Marco, nel racconto della guarigione del sordomuto, ci offre un affresco dai toni molto “plastici” e intensi, tanto che il lettore sembra essere catapultato nella scena. Eppure la carica simbolica dei gesti di Gesù ci fa andare ben oltre quella che potrebbe apparire la semplice cronanaca di uno dei suoi tanti miracoli. La figura del sordomuto, infatti, si presta benissimo a rappresentare il percorso iniziatico del “chiamato”, a cui, una volta allontanato dalla “folla”, vengono aperte prima le orecchie (per ascoltare la Parola) e poi la bocca (per annunciare). Segni talmente forti ed evocativi, da essere tutt’ora utilizzati nella liturgia battesimale.

+In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano.+

La Decàpoli era un territorio a est del mare di Galilea, formato da dieci città; la composizione della sua popolazione era prevalentemente di cultura greco-romana e quindi pagana, tuttavia essa ospitava in se un cospicuo numero di ebrei. La fama di Gesù guaritore si era diffusa anche in questa zona, così che molta gente portava a lui dei malati perchè fossero guariti. Da notare: Tiro e Sidone sono menzionate da Gesù come città pagane per eccellenza, quindi in “perfetta” contrapposizione a quelle giudaiche (Mt 11, 20-24).

+Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.+

Questi versetti hanno un contenuto simbolico complesso e profondo, tuttavia possiamo dire che il loro messaggio si incentra sul valore salvifico e sacramentale della Parola. La guarigione del sordo muto potrebbe ben prestarsi alla rappresentazione del processo di “rimodellazione” che lo Spirito opera in chi gli si affida. Potremmo anche distinguere tre fasi: il silenzio; l’ascolto; la profezia. L’uomo viene prima allontanato dalla folla, immagine del pressappochismo e del relativismo, ma anche della confusione interiore di chi non sa prendere posizioni chiare nella vita e che quindi rimane esistenzialmente indefinito. Questa ricerca di un luogo tranquillo indica anche bisogno di vivere un’intimità speciale con il Signore: lo sposo della nostra anima. La preghiera ha due dimensioni che devono alternarsi come un respiro: l’una comunitaria, l’altra è personale. Se nella prima si vive la condivisione, nella seconda sperimentiamo la dimensione intima, che può diventare anche ascetica e mistica. Per ascoltare la voce di Dio dobbiamo dunque fare silenzio in noi stessi, allontanarci dalla folla e “diventare sordi ai rumori del mondo” come diceva Seneca. A questo punto è importante notare la successione dei gesti taumaturgici di Gesù, il quale prima tocca gli orecchi e poi la lingua. Infatti se l’uomo è impedito nel “sentire” non può nemmeno parlare, così chi non ascolta la Parola di Dio nemmeno sarà capace di annunciarla. Le dita poste nelle orecchie fanno pensare a un artigiano che plasma il suo vaso, proprio come le mani di Dio hanno plasmato l’uomo; l’ascolto vero e libero, senza il condizionamento ideologico, culturale e politico, permette allo Spirito un nuovo atto creativo e ci “ri-modella”. La Parola plasma e lavora la nostra anima rendendola bella, splendente come solo l’artigiano divino può fare. L’altro gesto, ancora più forte e carico di significati, può lasciarci un po’ impressionati, certamente questo discorso non tocca l’uomo di allora che aveva un’idea meno asettica e “igienista” del rapporto interpersonale. La saliva intrisa del respiro di Gesù (immagine dello Spirito che soffierà sugli apostoli), non può che rappresentare, ancora una volta, la Parola, che arriva a noi attraverso la stessa umanità di Gesù, così che, dopo l’ascolto, possa essere posta sulla nostra lingua. Se l’uomo ascolta davvero la voce di Dio non può fare a meno di essere profeta. Consideriamo però che la profezia non è solo un evento comunicativo isolato, ma una dimensione che abbraccia ogni aspetto della vita, dal nostro modo di fare spesa alla banca che scegliamo, dal modo in cui trattiamo gli altri alla nostra sessualità; tutto diventa una testimonianza o una contro testimonianza, dipende da noi. L’ “effatà”, proferito da Gesù, fa pensare a Mosè e all’apertura del Mar Rosso: stavolta però non è Israele a passare, ma Dio, che riesce a farsi strada (anzi, a farsi ascoltare) presso un’umanità che resiste al suo messaggio d’Amore. Egli lo fa testimoniando a sua volta amore incondizionato per noi, non disdegnando di incontrarci nel nostro mai sazio bisogno di guarigione, fisica e spirituale.

+E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».+

Proprio i pagani lodano e riconoscono Gesù; un chiaro segno della vocazione universale all’elezione e alla santificazione del genere umano. Tuttavia, almeno in questo caso, Gesù non è lodato per la “buona novella del Vangelo”, ma piuttosto per le guarigioni avvenute. Questo modo di celebrare l’opera del Maestro, mette in risalto solo il suo aspetto più utilitaristico; ne consegue una distorsione del vero messaggio significato dalla guarigione, che annuncia qualcosa di molto più profondo e spirituale, anche se meno utile agli occhi del mondo. La grande umiltà di Gesù, fa sentire lo stesso in imbarazzo, specie davanti all’esaltazione degli astanti. Egli vorrebbe far sì che venisse lodato il Padre, ma proprio quest’ultimo ha voluto che il mondo adorasse e rendesse gloria all’Altissimo proprio attraverso l’uomo-Dio, il Verbo incarnato.

Fra Umberto Panipucci

Felice Domenica