Sentieri selvaggi

“Alesia ed i suoi compagni di viaggio” ospitano, nella consueta rubrica, il prezioso contributo dell’amico Alberto Bernardini, che di cuore ringraziano

Sono nato in una pianura simile a un molo sul Mar Ionio. Ero già ragazzo quando ho visto per la prima volta le montagne; dal finestrino di un treno che correva lungo la costa adriatica. Naturalmente le montagne erano dall’altra parte rispetto al mare ed erano quelle di una regione che allora chiamavamo Abruzzo e Molise. Lontane, formavano un paesaggio bellissimo. Con il desiderio volevo annullare la lontananza per immergermi in quel dipinto appeso all’orlo del cielo. La straordinarietà di quella visione – pensai – consisteva di macchie omogenee e colori che sfumavano l’uno nell’altro.

In seguito, da giovane universitario, raggiunsi l’Appennino e lo attraversai; sempre in treno, nel tratto tra Bologna e Firenze. Questa volta le montagne mi apparvero grondanti, nebbiose, incoerenti, screpolate. La giovinezza è un’età piena di contraddizioni e ne ricavai l’impressione che il paesaggio montuoso fosse bello da lontano: idealizzato; ma che da vicino, scorgendone i particolari e la grana più minuta fosse orrido.

Oggi penso che la bellezza sia insita in ogni zolla, in ogni filo d’erba, in ogni affioramento di macigno, in ogni rovo, frana o pietraia. Penso che tra la bellezza idealizzata di un paesaggio lontano e la bellezza della terra calcata da uno scarpone non ci sia nessuna differenza e l’uno si trasformi nell’altro in un continuo procedere verso nuovi punti di vista e relative prospettive. Anzi, la fatica di quel procedere aggiunge bellezza alla bellezza e fa si che la montagna, come la vita, ci faccia il regalo più significativo solo se ci immergiamo nel paesaggio e lo trasformiamo in un sentiero da percorrere.

E’ arcinoto che in Italia il paesaggio è in larghissima parte opera dell’uomo. Perfino le piante e gli animali selvatici sono il risultato dell’intervento umano nei secoli. Da noi non c’è nulla di simile alla “wilderness” delle Americhe. Non abbiamo un vocabolo equivalente: dovremmo dire “territori selvaggi”, ma non rende a sufficienza; forse ci vorrebbe un neologismo come “selvaggitudine”.

E’ vero che all’interno dei parchi nazionali ci sono zone di riserva integrale, ma in genere si tratta di aree fisicamente inaccessibili, per la pendenza o per altre caratteristiche morfologiche e non di un territorio da percorrere e scoprire.

Quando il mio amico Carmelo mi disse che voleva fare un’escursione in Val Grande, non ne fui entusiasta: il nome mi suggeriva consueti pascoli e baite senza storia. Invece se in Italia c’è qualcosa che può somigliare a un ambiente selvaggio questa è la Val Grande.

Intendiamoci anche in Val Grande l’assenza di insediamenti è il risultato dell’abbandono durante la seconda guerra mondiale e successivamente con l’inurbamento della popolazione, ma la conformazione geografica e l’assenza di strade carrabili aiutano a fare di questo parco nazionale un luogo particolare.

Una corona di cime e crinali, non eccessivamente alti per appartenere alle Alpi del Piemonte (Alpi Lepontine), circoscrive il bacino idrografico del Rio Valgrande e del Rio Pogallo che confluiscono nel Torrente San Bernardino, immissario del Lago Maggiore.

Il mio amico insisteva sul carattere avventuroso dell’escursione al punto da consigliare di affidarci a una guida (…per me un motivo in più per storcere il naso; mi ritenevo già un esperto di Apuane che non sono una passeggiata). Tuttavia aderii all’iniziativa del mio amico senza altri pregiudizi e ne fui ricompensato.

Luca, la guida, ci disse che da Premosello Chiovenda saremmo saliti a quasi 2.000 m per scendere sul fondo della valle a circa 1.200 dove avremmo pernottato, risalendo il giorno dopo dalla parte opposta, a 1.800-1.900 m, nella Val Vigezzo verso Malesco. Ci disse anche che il sentiero che avremmo percorso costituiva una delle pochissime vie d’accesso alla Val Grande. Chiesi meravigliato come mai non ci fossero sentieri che fiancheggiassero il torrente addentrandosi tra le pendici dei monti, ma mi fu risposto che quella era una porta da affrontare con la muta, la corda, i moschettoni e i chiodi (un genere di attrezzatura tecnica che richiedeva qualcosa di diverso dalla nostra placida indole di camminatori).

Dal luogo dove al mattino la moglie della guida ci aveva accompagnato con l’auto, risalimmo lungo prati erbosi fino a un ultimo alpeggio; un gruppo di case in pietra proprio sulla cresta. Da lì sotto di noi apparve la marcata incisione della Val Grande, ricoperta da una vegetazione lussureggiante che non faceva pensare né alle Alpi, né all’Appennino, infatti mescolava entrambi con in più un pizzico di foresta amazzonica alla Jurassic Park.

Mano a mano che scendevamo lungo il sentiero l’effetto foresta amazzonica fu enfatizzato dallo scroscio d’acque sulla roccia, dalla prevalenza delle latifoglie rispetto alle conifere: castagni, faggi, ontani, aceri e tigli, fustaie esuberanti che avevano dimenticato cosa fosse la sega del boscaiolo.

Contribuirono al clima avventuroso anche  i racconti della guida: viandanti sperduti e ritrovati,  una famiglia di escursionisti tedeschi che rischiò di essere travolta dalla furia delle acque; un modo come un altro per lusingarci e permetterci di dire con orgoglio che in Val Grande c’eravamo stati anche noi.

Racconti veri comunque perché è vero che quando le condizioni meteorologiche prevedono burrasca l’accesso alla Val Grande viene interdetto ed è altrettanto vero che l’unico soccorso possibile è quello con l’elicottero.

Tuttavia non so mentire e vi confesso che la nostra escursione fu priva di pericoli e che le maggiori prove di coraggio consistettero nel mantenersi in equilibrio: sui massi, traversando un corso d’acqua; su un sentiero un po’ più ripido e scivoloso. Ne ricavai l’impressione che quella escursione l’avremmo potuta affrontare anche da soli, ma la gratitudine per il nostro accompagnatore rimase imperitura per i suoi racconti e la sua simpatia, ma anche perché la sera al rifugio estrasse dallo zaino un fornello a spirito e ci preparò un bel piatto di spaghetti.

Nell’alpeggio restaurato e trasformato in rifugio autogestito c’era gente a sufficienza per far evaporare ogni suggestione di “selvaggitudine”; tuttavia si dormiva sul pavimento in legno della soffitta. Eravamo in tanti: una metà che russava e l’altra metà che avrebbe ascoltato volentieri russare se non fosse stata sopraffatta dalla stanchezza.

Fu lì comunque che appresi altre leggende: abitanti più recenti, hippie o emuli di MacCandless, tedeschi o italiani, pochi in verità, che avevano vissuto e peregrinato in solitaria accettando tutto il disagio e abitando i ruderi in piena autarchia. Un amore per quella singolarità ambientale che aveva preceduto l’istituzione del parco, le tracce bianche e rosse del CAI e le catene che attrezzavano i tratti più esposti di alcuni sentieri. Una diversa filosofia della vita che forse la valle oggi non è più in grado di garantire, sebbene comprenda due riserve integrali, inaccessibili per legge, e alcune zone difficilmente accessibili per morfologia, sentieristica e vegetazione.

Un paradiso perduto per alcuni (nonostante le d’insidie, …del resto presenti in tutti i paradisi), per tutti gli altri la Val Grande rimane un territorio straordinario alla portata di qualunque escursionista ben allenato.

Il giorno dopo nel completare la traversata, ci attendeva un’ulteriore sorpresa: era l’inizio di giugno e ammirammo la più bella fioritura di rododendri che ci sia mai capitato di vedere.

In un paesaggio sempre più brullo con l’innalzarsi della quota, i cespugli bassi e rugginosi dei mirtilli e le chiazze di neve nell’ombra, si alternavano al rosso e verde del rododendro selvatico.

Alberto Bernardini

Alberto Bernardini è nato in provincia di Lecce 70 anni fa, ma ha vissuto prevalentemente a Firenze dove si è laureato in architettura. Oggi pensionato, nonostante le proteste delle sue ginocchia, persevera nell’escursionismo. Professionalmente si è occupato di ambiente e territorio nella pubblica amministrazione, collaborando a lungo in Regione Toscana alla realizzazione di cartografia e sistemi informativi territoriali.

I suoi contributi narrativi sono più episodici e remoti, si ricorda nella collana degli Istrici Salani un libro per ragazzi che all’epoca incontrò un certo favore di pubblico.