Segnali di cedimento

di Marianna Meffe

Soltanto qualche giorno fa una tromba d’aria nel Ragusano ha ucciso una persona. Un tir a Messina è uscito fuori strada e le operazioni di ripristino della viabilità sono state rallentata dalle avverse condizioni meteo. 

E, attenzione, non stiamo parlando di Cambogia, Myanmar o India, ossia di quei paesi che secondo gli studi daranno i più colpiti dai disastrosi danni dei cambiamenti climatici.

 Tutto ciò sta accadendo in Sicilia, a casa nostra. Segno di una crisi ormai diffusa globalmente, al punto da non fare distinzioni. Ormai anche i paesi ricchi sperimentano le conseguenze della loro scelleratezza: tutto ciò mentre i dirigenti organizzano convention dalle quali escono fuori ben pochi cambiamenti reali. 

Ne è un esempio la recente Cop26: per quanto sia positivo che per la prima volta in un accordo internazionale si sia parlato del carbone come uno dei nemici numero uno, e sia stato promosso un impegno attivo a ridurne l’uso (phase down, ancora distanti dal phase out– tagliare), la sensazione che si ha alla fine è che sia comunque troppo poco, troppo tardi e soprattutto non reso disponibile alla portata di tutti. 

L’ex ministro britannico e presidente della Cop26, Alok Sharma, per esempio, si è dichiarato dispiaciuto per le resistenze dell’India sull’addio al carbone. 

Ma ricordiamo che questo avviene mentre New Delhi affronta il primo lockdown della storia dovuto all’inquinamento: infatti, a causa del drastico peggioramento della qualità dell’aria, il governo ha deciso di limitare gli spostamenti, chiudendo le scuole e ripristinando lo smart working per milioni di lavoratori. Non pensiamo, quindi, che nel paese non ci sia consapevolezza, o quantomeno coscienza, del problema: il punto è che per i Paesi in via di sviluppo le difficoltà per svincolarsi dal sistema carbone, consolidato e reso competitivo da decenni di studio e progresso tecnologico, sono molteplici. 

La significativa dipendenza delle economie più povere dai combustibili fossili non può essere sviscerata da un giorno all’altro: e soprattutto non posso essere le Nazioni più ricche, che hanno creato questa disparità, a ergersi su un trono e proclamare sentenze. 

Nessuno dubita che se ci fosse una seria intenzione politica da parte dell’Ovest del mondo, un cambiamento duro e drastico sarebbe possibile: non facile, non immediato, ma possibile. 

Eppure, molti degli accordi stipulati tra le parti della Cop26 sono tutti a scoppio ritardato: entro il 2030 firmeremo, entro il 2050 faremo… Senza un reale schema di processi da seguire per arrivare a rendere possibili entro tale tempo le condizioni che permetteranno effettivamente di fare e firmare.

Quella che ne esce fuori è una sensazione di costante rinvio al futuro, un futuro in cui saremo tutti migliori, più ricchi, più motivati. O forse semplicemente si spera che un pezzettino alla volta sarà abbastanza e poi il tempo farà il resto? 

La verità è che le cose non miglioreranno da sole: non è una di quelle situazioni in cui il tempo aggiusta tutto. 

Come osservato dalla BBC, le correnti misure manterrebbero l’aumento di temperatura soltanto al di sotto di 2.4°:punto al quale le conseguenze avranno impatto devastante sulla vita dell’umanità, con milioni di persone esposte a ondate di calore, con alluvioni e incendi all’ordine al giorno (situazioni che comunque possiamo osservare già oggi; possiamo solo provare ad immaginare cosa ne sarà del mondo se questi eventi dovessero moltiplicarsi). 

L’hanno denigrata in molti, ma Greta Thunberg ha ragione quando si scaglia contro l’inutile affanno burocratico dei potenti: non esiste un pianeta blablabla. Esiste un pianeta dove eventi catastrofici sono diventati la norma al punto che la nostra soglia dell’attenzione è calata sino al livello di abitudine.

Siamo arrivati a considerare normale ciò che sta accadendo in Sicilia e a chiamarlo maltempo.

Stiamo vivendo la storia e dalle nostre azioni dipenderà il futuro: ma il fumo negli occhi gettato dalle finte parole di conforto ci fa scordare costantemente che, se non esiste un pianeta Blabla, non esiste neppure un pianeta B.