“Se mi amate”

VI Domenica di Pasqua.

Gv 14, 15-21

I capitoli 14-15-16 di Giovanni sono quello che il discorso delle beatitudini è per Matteo (cfr. Mt. 5-7): un testamento spirituale. Tra le due sezioni c’è però un’importante differenza: In Matteo il discorso di Gesù è pubblico, tant’è che viene proclamato all’aperto, mentre in Giovanni è estremamente intimo, esattamente come il contesto che lo ospita, il cenacolo. Sopratutto in queste pagine, il concetto di amore è ridondante, questo perché si tratta del fondamento essenziale dell’insegnamento che Cristo sta affidando ai suoi discepoli più vicini. L’amore è la fonte, il mezzo e il fine, esso ha un volto e un corpo: Gesù di Nazareth. I discepoli hanno avuto modo di conoscerlo profondamente attraverso gli insegnamenti e la vita. Un legame è stato stabilito fra il divino e l’umano, esso passa per il dono accolto, il Paraclito, e, per la legge paradossale dello Spirito, i suoi benefici si amplificano se viene generosamente restituito.

+In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.+

Uno degli scopi immediati del grande discorso che antecede i terribili eventi narrati nella Passione, è quello di preparare i discepoli a tutto ciò che da lì a poco dovranno affrontare: una situazione che non si sarebbe risolta nel giro di pochi giorni, ma che li avrebbe accompagnati per tutta la vita, così come avrebbe accompagnato la Chiesa lungo i suoi secoli di storia. Basti pensare che il Vangelo di Giovanni è stato scritto ed indirizzato a una comunità che ben conosceva la persecuzione. La cristianità nascente doveva abituarsi ad un nuovo modo di sentire e vivere la presenza del suo Maestro, il quale pur restando “invisibile”, non sarebbe mai stato assente, anzi, quella che Gesù aveva preparato per i suoi discepoli, era una comunione piena e profonda fra l’umano è il divino attraverso la sua mediazione. “Se mi amate” dice il Signore. A tal proposito è utile ricordare come, capitolo precedente, Pietro, a nome di tutti, assicurava che avrebbe dato la vita per proteggere il suo Cristo. Tuttavia Gesù, come prova di fedeltà e amore, non chiede affatto una strenua resistenza armata, che tuttavia Pietro tenterà (cfr. Mt 26, 51),  ma che si ascolti e si attualizzi quello che lui stesso ha insegnato e detto: “osserverete i miei comandamenti”. Intendere “miei”, cioè l’aggettivo possessivo che accompagna l’impegnativo termine “comandamenti”, non vuole essere una presa di distanza dalla legge di Mosè, come egli stesso ci insegna, il Cristo non è venuto ad abolire la legge, ma a portarla a compimento (Mt 5, 17ss). Quello che Gesù ci offre, attraverso la sua vita ed il suo insegnamento, è il corretto modo di mettere in pratica la Volontà di Dio: egli stesso diventa Legge scritta nella carne. Amarlo vuol dire conoscere e mettere in pratica il Vangelo, in quanto Via che, non senza l’aiuto della Grazia, ci permette di realizzare pienamente il progetto d’Amore che Dio propone. Proprio la sequela fedele al Vangelo prepara il cuore a essere disponibile rendendolo terreno buono. La conformazione a Cristo permette, alla  mediazione da lui operata, la divinizzazione del fedele, facendo si che il Paraclito, (colui che sostiene, difende e consola) continui attraverso di noi l’opera da Lui stesso iniziata. In questo modo la Chiesa, trasparenza di Cristo, diventa il Suo corpo che opera nella storia per la Salvezza di tutti.

+Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete.+

La morte di Gesù sembrerà un epilogo per chi ha macchinato la sua condanna, ma non la sarà per i suoi discepoli che lo rivedranno. Degno di attenzione è l’utilizzo del termine “orfani”: il quale fa pensare non ad un rapporto fraterno, ma piuttosto a una relazione padre-figlio, niente di strano se si pensa che Gesù stesso dichiara di essere l’unico mediatore tra il Padre e l’umanità (Gv 14, 6). Si noterà come la morte, attraverso questi versetti, rientra nel vivo del discorso grazie al gioco allegorico del “vedere e non vedere”. Il mondo non lo vedrà perchè lo crede morto, fuori dai giochi; i discepoli invece lo vedranno perchè Egli risorgerà e si manifesterà a loro. Inoltre, al termine “vivrò”, l’evangelista aggiunge il plurale “vivrete”; però,  si noti bene, non al presente, ma al futuro, come per dire: “Anche voi risorgerete e da risorti mi vedrete per sempre”.

+ In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».+

“In quel giorno” cioè in quello in cui saremo strappati definitivamente dalla morte, “sapremo”. La resurrezione non è dunque “solo” la vittoria sulla morte, ma anche il compimento della Rivelazione, così il cammino stretto della fede sfocerà in quella della certezza (cfr. 1Corinzi 13, 12).  Il brano termina là dove è iniziato, accentuando l’attenzione sulla promessa d’amore che viene riservata a coloro che amando, mettono in pratica la volontà divina. Decidendo di amarlo con tutte le forze ed il cuore, seguendolo per il sentiero che egli stesso ci ha indicato, edificheremo il  tempio interiore, trono riservato a Dio. Così solo sperimenteremo la dolcezza del calice ricolmo del “Vino Buono”, l’unico che può appagare pienamente la sete di felicità, perfetta, che agita il cuore di ciascuno.

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci

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