Se lo spirito scorre in noi

V Domenica di Pasqua (b)

Gv 15, 1-8.

La vite ed il suo frutto più prezioso, il vino, erano considerati in antichità ciò che univa la gioia al sacro e alla divinità. Gesù rappresentandosi in essa ci fa capire come egli stesso e la sua linfa (lo Spirito Santo) siano fondamentali per la nostra vita. Infatti, solo nel cammino indicatoci da Gesù possiamo trovare la pienezza della gioia, la salvezza e la resurrezione. Rimanere in lui, vuol dire proprio questo: essere fedeli ai suoi insegnamenti.

+In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.+

Nella composizione di questo affresco simbolico, risaltano tre elementi chiave il cui significato è espresso in modo esplicito Da Gesù: la “Vite vera” il Cristo; l’agricoltore, il Padre;  i tralci, che possono essere fruttiferi o meno (tutti noi).

La Vite, per eccellenza, rappresenta la pianta della festa, da essa nasce il vino, nettare degli dei e fonte della gioia (cfr. sal 104,15), ma questo assume anche il significato ambivalente di calice dell’ira divina (cfr. Ap 14,10), Cristo infatti è la gioia dei giusti ed il tormento degli empi (cfr. Lc 2, 33-34), così quella che per i redenti sarà una gioia, diverrà un “inferno” per i loro nemici. Nessuna festa oggi, ed a maggior ragione allora, si poteva pensare senza la presenza del vino. La madre stessa di Gesù, nell’episodio di Cana, chiede a suo Figlio di rinnovare le scorte della preziosa bevanda per risollevare le sorti del ricevimento nuziale: in tutti i banchetti ebraici, specie quelli solenni che assumevano valore rituale, la presenza del vino sanciva il legame fra Dio e i commensali, ogni volta che si beveva un calice (7 per i banchetti di eventi importanti), la benedizione di Dio era invocata ed accolta; non avere vino dunque, significava non poter esprimere la comunione con Dio.  É dunque proprio la Grazia e la Gioia che il Cristo vuole trasmetterci nella sua rappresentazione allegorica.

L’Agricoltore: è presentato come colui che taglia e pota.  Queste operazioni non sono affatto elementari, se malauguratamente un improvvisato potatore dovesse mettere mano a un albero sicuramente lo danneggerebbe, anche in modo grave. Ma questo Agricoltore è del tutto speciale, ama come se stesso la Vite e con essa, come è ovvio, i suoi tralci, essi sono infatti un tutt’uno con lei, in più, rispetto alla vite, restano l’oggetto delle cure del viticoltore, essi vengono potati perché portino il loro frutto: pensiamo ai tralci come alle comunità nascenti e i loro membri, su cui doveva essere fatto un severo discernimento; ciò non doveva avvenire mai senza la luce dello Spirito, Infatti, cogliendo il paragone, comprendiamo che solo a Dio spetta il compito di tagliare e potare, solo Lui può giudicare e formulare il giudizio finale su ciascuno. Questo concetto è ribadito nei vangeli. Basti pensare a Matteo 13,24-30 e 25,31-46. Tale interpretazione è perfettamente applicabile ai giorni d’oggi: quanti potatori selvaggi ci sono in circolazione? Quanta gente tira facilmente le somme nel giudicare? Quanto facilmente avvengono stroncature esistenziali a causa di valutazioni affrettate? Troppo pochi invece si dedicano all’auto analisi.  L’esame di coscienza fatto alla luce dello Spirito, invocato nella preghiera, ci aiuta a capire quali aspetti della nostra vita meritano più cura e quali altri possono minare la qualità della nostra esistenza.

+Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci.
Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.+

I tralci innestati nella vite sono un tutt’uno con essa. Se però è vero che la vite può sussistere senza i primi, non si può dire la stessa cosa invertendo la situazione: il ramo, separato dall’albero, muore. In questo modo Gesù fa capire ai suoi discepoli quanto sia necessario che restino stretti a Lui per avere vita in se stessi e portare frutto. L’essere separati dalla linfa di Cristo non è un atto voluto della vite, la quale si preoccupa solo di nutrire i suoi tralci, spetta a questi “rimanere” per avere Vita in abbondanza e, solo così, portare frutto. “Chi non rimane” si è già separato da Cristo e non può avere vita in se stesso, così il tralcio che viene tolto è “gettato nel fuoco” perchè già morto: una vita in dissonanza con il suo scopo più profondo è una continua tortura, un continuo essere schiacciati da un non senso che si cerca di dimenticare attraverso i surrogati della vera gioia, tutto ciò che ci distrae da dolore, ma non ne elimina la causa: un po’ come chi spera di guarire da un’infezione prendendo solo analgesici, questo è il bruciare del tralcio secco!

+Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».+

Restare uniti a Gesù, essere un tutt’uno con lui vuol dire far proprie le sue parole così da farle diventare il vademecum del proprio pellegrinaggio terreno. L’articolo 4 della regola OFS (Ordine Francescano Secolare), fortemente voluta da Paolo VI, riporta: “Dal Vangelo alla vita e dalla vita al Vangelo”. Davvero un’ottima sintesi per chiunque come il santo d’Assisi vuol farsi presenza di Cristo nel mondo. Le parole di Gesù vanno “ruminate” portate continuamente alla mente per il discernimento quotidiano.

Una scelta forte in un mondo che sta perdendo i suoi riferimenti etici e va verso un pericoloso relativismo della morale, che ci lascia come dispersi, senza bussola, in una società sempre più complessa e “labirintica”. Solo se siamo disposti a rinunciare a qualcosa, potremo sperare che un altro, come noi,  potrà fare altrettanto per il bene comune: se non realizziamo prima in noi stessi quello che vogliamo e desideriamo per il mondo. Che la linfa dello Spirito dia vita tutti noi!

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci