Saziarci d’Infinito

XVIII Domenica del tempo ordinario (b)

Gv 6,24-35

La scorsa domenica avevamo lasciato Gesù nell’atto di fuggire dalla folla che, facendolo re, lo voleva trasformare in un condottiero politico e, con tutta probabilità, anche militare. Tuttavia gli inseguitori del Maestro riescono a rintracciarlo a Cafarnao. Nasce così un dibattito sul senso più profondo della missione di Gesù: «Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà». Ciò che è essenziale per l’esistenza, eccede tutto quello che possiamo sperare nel transito terreno, ma questa è una delle lezioni più difficili da imparare.

+In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù.+

Interessante notare lo “sparire” di Gesù e i discepoli agli occhi della folla; ciò come a voler sottolineare che solo chi si dedica seriamente alla sequela non perde mai la prossimità con il Maestro, diversamente avviene “lo smarrimento”. Quella di “giocare a nascondino” è una delle strategie propedeutiche preferite da Dio (pensiamo ai racconti della resurrezione di Giovanni (cfr. Gv 20,15) e al viandante di Emmaus (Lc 24,13-32). Dio è sempre nascosto agli occhi e, molto spesso, anche per i suoi profeti più grandi, si cela anche quelli dell’anima. Egli sembra così destabilizzare le nostre false certezze, specie se si riferiscono a Lui, lasciandoci a volte persino disorientati. A questo possiamo reagire in due modi: non recepire la sua provocazione, mollare la spugna e accontentarsi della mediocrità, oppure accogliere la sfida, smuoverci dalla nostra pigrizia spirituale e deciderci a cercare ogni giorno il suo volto, intraprendendo così il pellegrinaggio interiore per farne un vero stile di vita, vivendo così la gioia di una costante evoluzione spirituale. “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” (Salmo 83).

+Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati.+

Il Maestro aveva premiato quella gente, per il coraggio e la tenacia dimostrati, concedendole un segno che doveva invogliarla a continuare su quella strada, ma la folla sembra quasi rimproverare Gesù per aver “cambiato la sua posizione”, non essere rimasto là dov’era e aver tradito le aspettative, evidentemente sbagliate, che avevano del suo progetto (volevano farlo Rè). Tale atteggiamento spesso, anche oggi contraddistingue certi cristiani, innamorati più dell’emozione che donano il segno e il prodigio, che del loro senso più profondo. Ciò ci fa pensare al terreno sassoso (cfr. Mc 4,16-17), coloro che, ricevuto il seme, lo fanno germogliare finché permane l’entusiasmo ma, non permettendo alla Parola di mettere profonde radici, lasciano morire la pianta; specie quando le scelte che impone la sequela cominciano ad essere importanti e a comportare rischi. Il Vangelo scandalizza con la Sua novità, è provocante, scomodo: i profeti di tutti i tempi devono sempre propagandarlo con fatica, dolore e persecuzioni. Alcuni non si fanno problemi a considerare la religiosità come una via per avere vantaggi materiali: successo, potere, denaro, guarigioni, emozioni travolgenti. Proprio come quella folla che non aveva letto il segno, ma si era limitata a sfamarsi di quei pani e a stupirsi del prodigio. Ecco perché Gesù si era nascosto: la folla aveva bisogno di smarrirlo e capire di averlo “perso di vista”, affinché potesse ritrovarlo un’altra volta.

+Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».+

L’umanità, nel tentativo di colmare quel vuoto infinito che si porta dentro, insegue vanamente le illusioni di questo mondo, rimanendo però continuamente insoddisfatta e sempre più affamata. Il cibo che non dura è molto simile all’acqua che non disseta (cfr. Gv 4): ciò che cerchiamo lontano da Dio resta incapace di soddisfare quel bisogno esistenziale che agita la nostra essenza più profonda. Una necessità d’infinito a cui solo Dio può rispondere e lo ha fatto, attraverso il suo Verbo incarnato: “il cibo che rimane per la vita eterna”, Parola, Carne, Sangue, Vita.

+Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».+

La folla cerca sempre qualcosa che è “al di là”. Anche quando quello che gli si offre è già sufficiente, anzi sovrabondante e straordinario. Come tanti di noi, essa non concepisce che qualcosa di inestimabile possa essere offerto gratuitamente; cosa ancora più difficile al giorno d’oggi, dove tutto sembra essere monetizzato, anche ciò che è da sempre gratis (pensate all’acqua). Nessun costoso percorso iniziatico per pochi eletti, nessuna via segreta. La risposta di Gesù è semplice: “Io sono la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6); “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11,29).

+Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».+

Continuando a provocare il Cristo e mai sazia, la gente insiste nel chiedere segni e prodigi. Ma nessuna vera fede può fondarsi sulla continua manifestazione straordinaria della presenza di Dio: che razza di fiducia è quella di chi non smette di chiedere prove di lealtà, anche quando ce ne sono state tante e sufficienti? Vorrebbero che Gesù continuasse a sfamare il suo popolo come Mosè aveva fatto nel deserto, per così vivere senza la fatica di crescere e addossarsi la propria croce. Gesù risponde con amore e misericordia, correggendo il loro errore: Dio ha sfamato il suo popolo, non Mosè. Si fa confusione fra servo e padrone: Israele non riesce a guardare oltre la sua matrice mosaica, interpreta il messaggio di Dio attraverso categorie troppo anguste perchè questo possa essere completamente compreso. Quella folla non pone nessuna aspettativa al di là di ciò che può vedere e toccare, eppure, il segno che esista qualcosa che sta oltre, lo ha ricevuto. Attraverso Mosè Dio ha parlato e operato; adesso vuole continuare a farlo attraverso il Pane sceso dal cielo, il Verbo incarnato. Egli non si limita a sfamare il corpo ma, al di là di ogni possibile speranza, ci libera per sempre dall’angoscia e dalla morte, dona la resurrezione e la vita eterna e la visione beatificante del volto divino: l’eterno che colma l’esigenza d’infinito dimorante in noi.

+Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».+

È inutile, la gente pensa solo a mangiare! Lo sforzo del Cristo è quello di farci capire che esiste un’esigenza più profonda e importante di quelle del piccolo e meschino mondo in cui ci ostiniamo a vivere. Lui non vuole sfamarci una volta, ma per sempre. Ascoltiamolo, seguiamolo nella sua stupenda follia; solo così, non redendo vana la croce che già portiamo quotidianamente, potremo finalmente sfamarci e dissetarci!

Felice Domenica!

Fra Umberto Panipucci