Sarai con noi fino alla fine dei tempi

Solennità dell’Ascensione (Anno A)

«Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro»
(cfr. Gv 20,17).

«Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò». (Gv 16,7)

La solennità dell’Ascensione è celebrata dalla grande maggioranza delle famiglie cristiane, essa in altri termini può essere definita come l’assunzione della natura umana di Gesù al cielo. I vangeli ci rivelano come, dopo la Resurrezione, l’umanità Gesù non è più vincolata ai limiti a cui era sottoposta prima. Questi benefici non riguardano soltanto Lui, ma sono estesi a tutti gli uomini e le donne che accoglieranno i doni della Grazia. Dopo l’ascensione Gesù, restando nel seno del Padre, può quindi per mezzo dello Spirito, essere presente nel cuore di tutti gli uomini. Il Vangelo di Giovanni, che non a caso abbiamo letto in questo tempo di Pasqua, esprime molto bene tale concetto: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).

Mt 28,16-20

+In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.+

“Gli undici”: questa cifra suona strana. Si ha la netta impressione che manchi qualcosa, forse siamo troppo abituati a un’altra cifra: il 12, numero simbolico che fa pensare alle tribù di Israele. L’undici così sembra diventare un tassello spezzato che rovina l’armonia di un bellissimo mosaico. Matteo fa pesare l’assenza di Giuda, forse perchè chi ascolta e legge la Parola non dimentichi quello che è successo: un uomo, tradendo Gesù, ha fatto entrare nella sua vita un’insostenibile disperazione che lo ha condotto al suicidio: quale peggior male poteva colpire un apostolo? Il Viaggio verso il “monte che Gesù aveva loro indicato” oltre all’inaudita speranza della resurrezione è carico di questo terribile fardello, la memoria di una morte orribile ed insensata, senza la certezza di una consolazione.

Gli undici sono stati così invitati a tornare sul monte dove Gesù ha affidato loro “i suoi comandamenti”, quelli delle Beatitudini. Il pellegrinaggio  doveva portarli anche a fare un viaggio nella memoria, infatti, ripercorrendo le strade attraversate affianco al Maestro, non potevano che rivivere interiormente, sotto la luce dell’avvenuta resurrezione, il grande viaggio verso Gerusalemme assieme ai tanti episodi che avevano infiammato i loro cuori. Così, quelle zone d’ombra lasciate dai tre annunci della passione, potevano essere finalmente illuminate. Senz’altro quello “stratagemma” è stato efficace, li aveva infatti aiutati a risistemare la confusione che stava ancora agitando i loro animi.

+Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono.+

Arrivati al luogo “lo videro”. immaginiamo gli apostoli sconvolti da eventi che avrebbero influenzato il corso della storia per i prossimi millenni, confusi dal dubbio e lo stupore. Un peso che li avrebbe accompagnati lungo tutto il viaggio. Al vederlo gli apostoli non potevano che vacillare ed essere scossi da una violenta e complessa ondata emotiva: gioia, paura, speranza, tristezza e… ancora dubbio. Matteo mette in risalto quest’ultimo stato d’animo nell’annotare la prostrazione degli Apostoli. A volte, quello che esprimiamo esteriormente, può non corrispondere al nostro sentire: questo, ovviamente, può succedere anche nei confronti di Gesù, tant’è che tale rischio ha insidiato persino chi lo stava rivedendo con i propri occhi, vivo e vero. Se il Suo sguardo però non ha cessato di essere misericordioso su di loro, lo stesso avverrà per noi: anche quando, dopo aver sperimentato la potenza dei segni che Egli ci dona, saremo esposti a dubbi e tentennamenti: Dio aspetta paziente il nostro ravvedimento.

+Gesù si avvicinò e disse loro:«A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.+

Comunque, anche se non pienamente convinti, gli Apostoli hanno obbedito; credendo all’annuncio delle donne, si sono incamminati per un lungo e duro sentiero. Potessimo anche noi essere così perseveranti quando dubitiamo. Inoltre  prostrandosi professano con il loro corpo  la divinità e  regalità di Cristo. Per questo il loro cuore resta aperto all’azione della Grazia. Gesù si avvicina e placa i loro tentennamenti con la fermezza delle sue parole: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. Suo è il Regno, Sua la Potenza e la Gloria! Ma tutto questo passa attraverso l’assurdità della Croce (la condanna del mondo) e dell’umile servizio che non cerca ricompensa se non nella gioia stessa di poter essere utili a Dio e al Prossimo (cfr Lc 17, 1-7), l’alternativa è l’inutilità al disegno di Dio che ci rende aridi come tralci infruttuosi, tristi, senza vita (cfr Gv 15, 1-11).

+Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.+

Ora l’appellativo “apostoli” ha pienamente senso. Il Signore  ordina loro di fare discepoli nel suo nome. Tutta l’umanità è affidata a loro che sono così piccoli, poveri e privi di mezzi. Proprio questo però li mette nella condizione di affidarsi con più libertà a colui che tutto può. Il loro compito  sarà battezzare nel nome del Dio uno e trino. Il Greco “baptízō” significa “immergere”. L’esperienza che Cristo ha fatto fare ai suoi discepoli è proprio quella di un’immersione nel mistero del Dio Trinità, una rinascita  dall’alto (cfr. Gv 3, 3) che ri-pone il battezzato nel mondo con categorie assolutamente nuove. Tutto questo deve avvenire attraverso la Grazia sacramentale e “l’in-segnamento” di tutto ciò” che Gesù ci ha “comandato”. Il luogo dove Gesù li ha radunati testimonia questi insegnamenti, il viaggio che essi hanno intrapreso per vedere la sua Gloria ed esserne partecipi simboleggia proprio lo sforzo personale di volersi conformare a quel progetto che Egli ci ha annunciato nel discorso della montagna: il cuore della legge evangelica.

+Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».+

La versione greca utilzza “aiōnos” (età, tempi) là dove, la versione CEI, riporta “mondo”. Secondo l’avviso di diversi esegeti, Il termine originale permette un’interpretazione più corretta del senso di questa frase, che, messa così, pur offrendo un forte richiamo escatologico, fa pensare troppo alla cosiddetta fine del mondo, magari anche in modo drammatico e improvviso. Tradurre “Fino alla fine dei tempi” rende quest’attesa lontana e indefinita, specie se si considera il plurale di tempo. Del resto dovrebbe preoccuparci più il giudizio individuale, relativamente più vicino a tutti, che quello collettivo. Quando si parla di Dio dovremmo pensare in termini di eternità: l’oggi che abbraccia tutto il tempo e “il dove” in cui sfocia la storia. Dio è con noi nella “transitorietà” dell’esistenza (grazie all’incarnazione e per mezzo dello Spirito) e, contemporaneamente, ci aspetta al di là della fine dei tempi. Proprio questa ultima espressione ci permette di riflettere meglio sul senso di questa festa: l’Ascensione. L’eternità non confina la Trinità al di là di un abisso invalicabile, anzi essa è proprio la libertà assoluta dai limiti dello spazio e del tempo. Questo permette al Verbo di essere sempre presente per mezzo dello Spirito da lui stesso mandato: colui che ci santifica facendoci rinascere dall’alto e ci giustifica nella Grazia e la Misericordia accolta, per condurci sul sentiero della piena conformazione a Lui.

Felice Solennità dell’Ascensione.

Fra Umberto Panipucci

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