Rimettiamo i banchi nelle aule della Enrico D’Ovidio

di Sergio Genovese*

C’era una volta Via Roma, la parallela di Corso Vittorio Emanuele, che pullulava di mamme, bambini e nonni. C’era una volta una strada con un grande dinamismo commerciale che, soprattutto con i suoi negozi alimentari, ristorava le esigenze delle piccole marmocchie che per la ricreazione avevano pronte le profumate rosette con il prosciutto. C’era una volta una grande Scuola Elementare con un gruppo di maestri che negli anni hanno guidato per mano studenti che nella vita si sono fatti valere. C’era una volta un edificio dall’architettura imponente che si combinava magicamente e magnificamente con i bambini. C’era una volta una Scuola frequentata dai nostri nonni, i nostri padri, le nostre mamme, noi stessi ed i nostri figli. C’era una volta una staffetta di vita che è stata interrotta. In mezzo a tutti questi “c’era una volta” c’è la decisione della Giunta Battista prima e della Giunta Gravina dopo, di togliere i banchi dal Santuario per svolgere altre funzioni. Quel pavimento calpestato da centinaia di migliaia di piedi di bambini, quelle pareti oltraggiate dalle scritte dei primi amori, con un colpo di spugna di Amministratori senza freni inibitori ma soprattutto senza il gusto della memoria, hanno subito la loro condanna di estinzione. La città, un po’ scandalosamente, ha accettato la decisione dello sfratto, senza un rigurgito, senza una minima ribellione. Ha affidato a degli improbabili romantici il compito della opposizione che fuori dal gregge non ha sortito e non sortisce effetto . Allora nasca da questo articolo un Comitato che restituisca la storia della Enrico D’Ovidio alla vita di oggi e di domani. C’è bisogno di un gruppo di persone con una “certificata” passione civica che convinca Roberto Gravina ed i suoi assessori, a rimettere a norma l’edificio per restituirlo ai bambini che verranno. Fermo restando che al momento non si riesce a capire come fanno a risiedere nell’imponente costruzione, dichiarata fuori norma, alcune associazioni mentre per i bambini risultava pericolante. Ma voglio regalare ai lettori e pure agli amministratori, il ricordo che la scuola nell’immediato dopoguerra, attraverso i suoi storici maestri, non solo imparava a leggere ed a scrivere i suoi alunni ma svolgeva anche una straordinaria azione sociale visto che potevano accedere alla mensa tutti i bambini della Pennina e di via S.Antonio Abate che erano centinaia. Esibendo la tessera di povertà tutti si sedevano ai tavoloni imbanditi alla meglio senza cacciare una lira anche se il rancho prevedeva un piatto di pasta, un formaggino, una fetta di pane ed un bicchiere di acqua. Per quei ragazzi degli anni cinquanta mangiare a Scuola era un lusso perché a casa forse il pranzo non lo avrebbero trovato Erano generazioni che sprigionavano speranze di futuro perché sapevano adattarsi a tutto, la depressione psico somatica non esisteva e gli psicologi si contavano sulle dita di una sola mano. La casa della Scuola è stata tanta roba per questo chi é in possesso di una minima sensibilità civica non può accettare che uomini e donne presenti nell’ufficio anagrafe di Campobasso, cioè teoricamente persone con il tatuaggio del Castello Monforte, vogliano spingere nell’oblio una storia fantastica che per rimanere tale deve continuare a vivere. Le strade limitrofe alla Scuola sembrano ammutinate, in via Roma manca addirittura la rabbia dei vigili per la soste in doppia fila delle mamme sempre disordinate e con la neve nelle tasche. Ma il centro città è stato privato delle voci festanti di quei ragazzi che quando uscivano da Scuola con la loro gioia riempivano il cuore di Campobasso di speranze, le consegnavano il battito migliore e la convinzione che per tutti si sarebbe trovata la strada.