Rapporto genitori-figli: empatia per saper intercettare i disagi

di Luigi Castellitto

Nonostante molti disagi psicologici siano decisamente comuni, per tanti genitori e tutori può essere difficile raccogliere i segnali che suggeriscono che il loro bambino possa essere alle prese con essi.
Ben noto che i problemi mentali sono molto diffusi tra i giovani, le statistiche mondiali o di ogni nazione e regione, compresa la nostra, parlano chiaro. Depressione e ansia sono i problemi più frequenti, con parecchi adolescenti che subiscono un episodio depressivo prima dell’età di 18 anni. Disturbi psicotici, disturbi della personalità e disturbo bipolare sono meno prevalenti, ma possono portare a disabilità a lungo termine se non trattati precocemente.
Ma l’argomento rimane tabù e non mancano difficoltà nel parlarne fra congiunti o chi fa le veci, in particolar modo se a soffrire sono i più piccoli.
Spesso è un inizio lento e graduale di sintomi che potrebbe essere più difficile osservare, e i ragazzi potrebbero non riconoscere il problema o percepirlo ma senza voler confidarsi sulla cosa con i loro genitori; da qui gli adulti potrebbero voler cercare qualche segno tangibile quando le cose non vanno bene e i malesseri iniziano a farsi notare.
Segnali importanti potrebbero essere il ritiro da normali gruppi sociali o attività a scuola o al lavoro, cambiamenti vari nella normale routine quotidiana, come ad esempio ciclo del sonno o alimentazione. In casi più gravi, forte abuso d’alcol o droghe, o pensieri bizzarri, compresi quelli autolesionistici.
A quel punto nasce naturale la domanda: «Perché?». Molte volte crediamo impossibile sapere “cosa succede nella testa di una persona”, ma non è necessario arrivare a questo, basta solo essere dei buoni osservatori, essere empatici.
C’è però un rovescio della medaglia: si corre il rischio di essere ossessivi, assillanti e importuni, e i ragazzi potrebbero reagire male se sentiti “controllati”, propendere a non confidarsi affatto e a cercare aiuto altrove, magari in maniera errata.
Il compromesso è una buona prassi comunicativa: saper leggere le emozioni, le espressioni, il linguaggio del corpo, dare spazio al dialogo, essere capaci di ascoltare assertivamente, esprimersi senza essere aggressivi o remissivi, saper cogliere piccoli segni naturali come il tono di voce, diventando così persone di fiducia.
Non manca, ovviamente, in casi che si ritengono di una certa importanza, il consiglio di rivolgersi a professionisti del settore che sapranno consigliare il da farsi e prendere in esame soluzioni.

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