QUESTO È STATO

Meditate che questo è stato:/Vi comando queste parole./Scolpitele nel vostro cuore/Stando in casa andando per via,/Coricandovi alzandovi/Ripetetele ai vostri figli/O vi si sfaccia la casa,/La malattia vi impedisca/I vostri nati torcano il viso da voi sono i versi che,tra imperativo categorico, maledizione e invettiva, rimangono ancora scolpiti nel tempo come monito alle future generazioni. La poesia Se questo è un uomo di Primo Levi rimane il più forte e grande urlo di dolore di un sopravvissuto ai lager nazisti.

Non si può provare quel dolore se non lo si è vissuto sulla propria pelle. Per quanto noi facciamo, di quel dolore non possiamo mai comprenderne la forza devastante. Levi lo sapeva e questa convinzione lo portò a scrivere questi versi. Aveva intuito i meccanismi della società materialista e dei media del Novecento. Sapeva della loro forza di convinzione e di manipolazione. Aveva visto direttamente l’impotenza e la debolezza dei singoli rispetto alla forza del potere e del male. E questo si riverberava nella sua inquietudine. Non si stancò mai di testimoniare il suo vissuto da deportato. A pochi anni dal dramma dei lager, nel ’47 pubblicò il suo libro di memorie. Fu tra i primi a raccontare le atrocità perpetrate dai Tedeschi, tra questi Giacomo Debenedetti, Silvia Forti Lombroso,Luciano Morpurgo e, all’estero, MichalKraus, Miklós Nyiszli (medico ebreo assistente del dottor Mengele), altri ancora, e il premio nobel Elie Wiesel.

Quello che affiora nelle vite dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti è stato sempre il senso dell’impotenza.Quasi tutti ci raccontano dell’incapacità di opporsi alla furia nazista e dell’inutilità persino di raccontare quelle esperienze.

“…nessuno vi crederà”, urlavano i nazisti a quelli che provavano a sopravvivere.Lo ha testimoniato con un libro, “Il silenzio dei vivi”, Elisa Springer. Dove afferma di aver continuato a vivere con la sua mente rivolta ad Auschwitz per circa cinquant’anni, portando con sé il peso di quanto aveva subito. Era impossibile rivelarlo agli altri, perché attanagliata dalla paura di non essere capita o peggio, di non essere creduta. È quanto hanno rivelato anche Liliana Segre e Sami Modiano, che solo in tarda età hanno sentito il bisogno, perché stimolati, di raccontare l’inferno dei campi di sterminio. Nonostante la mole impressionante e il grande lavoro svolto a scuola dagli insegnanti, nell’evidenziare e cercare di capire questi orrori umani affinché non si ripetano, scopriamo che alcune tendenze umane vanno verso la dissimulazione, il fastidio, toccando persino la negazione, di quanto sia successo. La difficoltà nel rendere vivo il ricordo delle camere a gas, dei forni crematori e delle fosse comuni, esiste ancora oggi. Sempre più spesso montano rigurgiti di negazionismo e fenomeni di neo-estremismo razzista e xenofobo. È impensabile che, in un paese civile come l’Italia, Liliana Segre debba essere protetta da una scorta di stato. La politica, da quello che si osserva, non ha sempre gli anticorpi a tutto ciò. La scuola sia come luogo di presa di coscienza sia come agenzia formativa deve rimanere un baluardo contro tali fenomeni.

Non possiamo arretrare, ripetendo anche oltre la nausea che “questo è stato!” Ce lo chiedono i sopravvissuti e con essi l’innocenza delle nuove generazioni.

È in questa visione che l’I.C. Montini, lunedì 27 gennaio, nel Giorno della memoria, assisterà al cinema Maestoso la proiezione del film, candidato a sei premi Oscar, Jojo Rabbit del 2019 scritto, diretto ed interpretato da Taika Waititi. Liberamente tratto dal romanzo Come semi d’autunno (Caging Skies) del 2004 di Christine Leunens.

Per l’occasione gli alunni, in collegamento video, porranno delle domande a Sami Modiano. Nato nel 1930 a Rodi, isola maggiore del Dodecaneso, a quel tempo italiana. Con l’entrata in vigore delle leggi razziali, alla età di 8 anni,viene espulso dalla scuola. Le sue origini ebraiche lo condannano. Preso è messo su un treno appena adolescente, assieme al padre e alla sorella, dal 18 luglio al 16 agosto 1943, in un mese di viaggio per l’Europa in un vagone merci strapieno di persone, fu portato dai tedeschi a Birkenau. Riesce a sopravvivere fino ad arrivare a pesare 24 kg. Alla fine del dicembre 1944, in una ritirata dei Tedeschi, oramai sfinito, viene adagiato dai compagni su un mucchio di salme umane. Creduto morto, sopravvive fino all’arrivo dei Russi. Sono “cose che non si possono credere se le racconti”, ripete ancora oggi. Stimolato a parlarne nei primi anni Duemila, riuscirà a decidersi e a testimoniare la sua esperienza solo alcuni anni dopo.

Sono i sopravvissuti e le loro testimonianze, i loro scritti e le loro parole a lastricare una strada fatta di minuziosi racconti in grado di portarci a capire cosa sia stato veramente la Shoah. Percorrerla, ci porta a capire ancora di più quanto male l’uomo è stato in grado di fare e quanto ne può fare ancora.

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