Quella storia che non esce dalla fantasia

GENNARO VENTRESCA


Leggo per piacere e perchè leggere aiuta a scrivere. E scrivere non solo rappresenta il mio mestiere, ma anche il mio hobby. Raccontare sta alla base del mio piccolo destino di artigiano. Raccontare soprattutto una storia, del nostro club che ha appena festeggiato in modo discreto i suoi cento anni di vita. Un storia che non esce dalla fantasia, ma che si snoda giorno dietro giorno, con le sue piccolo gioie e i profondi dolori.

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Una storia che gli altri possono leggere, commentare, ricordare. E’ bellissimo sapere che nella testa del lettore c’è un angolino in cui viene custodito qualcosa di tuo. Questo mi dà coraggio, entusiasmo e mi sprigiona nuove energie. Scrivendo impari a capire la vita e le cose che ci circondano. Ci ho messo tempo a cambiare il senso della scrittura dei calci d’angolo. La scrittura del mio babbo era piana, semplice e attinente alla fredda enunciazione dei fatti.

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Le cronache cominciavano con la descrizione delle condizioni del tempo, dello stato del campo e raccontavano anche come stavano vestiti i giocatori. Per mancanza della televisione era gioco forza usare quel linguaggio. Ora no, tutto è cambiato. Anche il modo di entrare nella testa del lettore che si è specializzato nel quattroquattrodue e quattrotretre. E sorride al ricordo del cinquecinquecinque di Oronzo Canà.

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Il Tolentino è coetaneo del nostro club, nato nel 1919. La storia ce lo consegna sin dagli anni Sessanta, poi gli incroci si sono diradati per cambio di gironi e di destini. Sulla carta non dovrebbe crearci problemi, ma l’Avezzano insegna. Meglio diffidare della sua bonomia e affrontarlo con la massima concentrazione. Lasciando a casa ciò che è stato a Notaresco, il giorno della partita perfetta, dei petti in fuori e dei primi veri sorrisi di Mirco Cudini, immortalati dagli smartphone, mentre si abbraccia con Mario Gesuè, l’uomo con l’ottimismo in tasca.

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A vincere sono buoni tutti. Accettare la sconfitta è complicato. Fateci caso: basta un niente per cambiare la scena. I tifosi vogliono solo vincere, anche se spesso si avvolgono intorno al desiderio di veder giocar bene. Mandarono via Farina che, a dire della cupola, non praticava un calcio piacevole. E ci fu solo uno stipendio in più da pagare. Con la capolista Maceratese undici punti più su, a noi ci toccò un costoso quarto posto.

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Torno ancora a occuparmi di portieri. Autentici punti deboli di quasi tutte le squadre di categoria. Visti in tv, i giovanotti con la maglia numero uno, mostrano preoccupanti incertezze tecniche. E, mi pare, che non abbiano neppure i due metri che servirebbero per cavarsela meglio in acrobazia. Non mi è dispiaciuto il debutto di Raccichini, anche se per due volte, coi piedi, ha servito i rivali, sulle soglie della nostra aerea. Spero per emozione.

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