Comunicazione: quando un’emoticon prende il posto di Dante

di Luigi Castellitto

La lingua, la base della comunicazione, è cambiata? Rispetto ad un tempo, più errori ortografici, lessicali e di sintassi, da cui non sono esenti nemmeno studenti universitari, nelle bozze delle tesi di laurea. Ma la questione è nettamente più ampia, l’aspetto maggiormente evidente della metamorfosi è la “semplificazione”, un impoverimento della lingua, che prevedibilmente porta ad una comunicazione più sterile, ad un rapporto fra le persone meno fecondo.
Un esempio lampante lo troviamo nel premio Strega di quest’anno, pregno di polemiche scatenate dallo stesso direttore dell’organizzazione che lo presiede, il quale parla di un romanzo italiano povero, senza rispetto, curiosità e amore per la nostra tradizione letteraria.
Le colpe?
Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, denunciò drasticamente che la scuola «ha smesso di insegnare l’italiano», ma puntare il dito in una sola direzione è fin troppo facile. Da più parti la eco narra dell’ormai celeberrimo uso pervasivo del digitale da parte delle nuove generazioni che contribuisce all’impoverimento della lingua, con gli stessi messaggi WhatsApp o i post su Twitter e Facebook che costituiscono certamente modalità allarmanti di testualità incompleta, quindi insufficiente. La lingua italiana possiede 150mila parole, ma il 96% degli italiani ne usa meno di 5mila. Fonte Zanichelli, che comunque ricorda che da un lato il vocabolario cresce in termini numerici (e con esso la lingua italiana), dall’altro, però, nei discorsi quotidiani, ci si limita in media alla suddetta scarsezza di parole.
Evidente anche che il problema non si può imputare agli esagerati sciovinismi di chi vorrebbe “espellere” tutti i termini anglosassoni o di altre derivazioni, sicuramente utilizzabili altresì in maniera utile, e neppure ai neologismi in stile “petaloso”, che se non altro dimostrano fantasia e passione per l’idioma, con la volontà di renderlo più vario.
C’è anche chi attribuisce ai mass media la gran parte delle colpe, ma è un mito da sfatare, a detta anche di Claudio Marazzini, presidente della Crusca: «L’impoverimento è dovuto più ai social che ai mass media in generale, e sicuramente ciò incide in particolari circostanze, per esempio nel momento in cui una campagna elettorale rischia di decidersi a colpi di battute o comunicazioni di 140 o 280 caratteri. Di per sé, i media non sono così nocivi, non tutti, almeno; per esempio, i giornali sono dei media, eppure in essi si trovano ottimi esempi d’uso della lingua italiana, in forma argomentata ed elegante».
Va anche ricordato che il deficit filologico non riguarda solo la scrittura, ma anche l’oralità. Spesso si confondo gli atteggiamenti di sicurezza, che i giovani sono i primi a sfoggiare, con la vera capacità di comunicare oralmente. Venendo meno la capacità scrittoria, si incide sicuramente anche su quelle di comprensione e formulazione dell’oralità.
Sicuramente la comunicazione non può rimanere la stessa nei secoli, rimangono sì le tradizioni a cui fare riferimento, ma c’è anche la voglia di misurarsi con il proprio tempo, di tradurre i fermenti sociali e le proprie emozioni “di pancia”, pure con uno stile personale.
Il destino della lingua attraversa tanti piccoli cambiamenti lessicali, morfologici o sintattici, che sono anche simbolo di vivacità. L’italiano non è una lingua morta, ed è un piacere andare a riscoprire antichi metodi di interazione e vivere quelli attuali, che sono la testimonianza di come abbiamo vissuto/viviamo emozioni, pensieri, la percezione del prossimo.
L’ideale sarebbe frenare il declino, lasciano piccoli e non arroganti spiragli di “vitalità”. Anche questo è benessere.

 

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