Quando Sheva spiazzò Buffon e il macellaio spargeva sale grosso

GENNARO VENTRESCA
Mio figlio mi ha deluso. Era l’estate del 1983 e abitavamo ancora in centro. A poche centinaia di metri dal Romagnoli. Un quarto d’ora prima dell’inizio della sfida casalinga con il Pescara, ci avviammo a piedi allo stadio. Prima di arrivare ai cancelli, lui mi fa: “Babbo, debbo confessarti che io non sono più milanista. Tengo per la Juve. Per dirtelo ho aspettato il ritorno dei rossoneri in Serie A. Ma, ora, ognuno per la sua strada”.
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In parte la sua decisione mi è andata anche bene. Sarebbe stata terribile se mi avesse detto di essere diventato interista. Mio figlio ha visto i genitori come compagni. Al punto che dopo un litigio con sua mamma chiese: “Scusa, babbo, tu che sei importante puoi chiedere a Gesù di cambiarmi la mamma?”. Pur avendo con entrambi i genitori un rapporto di grande confidenza, Nico ha diviso i nostri ruoli: la mamma è protezione affettiva, il babbo è la storia. La nascita di un figlio, peraltro figlio unico, è stata una gigantesca esperienza antropologica. Lo dico senza enfasi, ma è così.
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Pur vivendo ancora insieme, io e mio figlio non vediamo mai le partite in tv insieme. Eccetto qualche rara occasione. Ci mettemmo in salotto, anziché nella sala tv, a seguire la finale di Champions League Milan-Juventus, vinta dai rossoneri ai rigori. Mentre io mi sbracciavo come un ultrà, Nico seguì la gara, compresa la roulette dagli undici metri, senza battere ciglio. Quando Sheva spiazzò Buffon e consegnò la Coppa al Milan mi misi a fare il giro del salone,; il mio ragazzo ebbe semplicemente a dire: “L’avete meritata questa vittoria”.
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Quel giorno ricevetti una esemplare lezione da un ragazzo. Di cui ho cercato in tutti i modi di farne buon uso. Spesso noi genitori ci lasciamo cogliere dalle nostre debolezze e invece di trasmettere messaggi positivi diamo cattivi esempi. Sui social, uscendo dal guscio familiare, ormai siamo arrivati a superare ogni misura: si esagera specie coi calci d’angolo. Mondo in cui tutti credono di essere più competenti di Guardiola e Mourihno messi insieme. Sembra giunto il momento di essere più tranquilli, anche nei confronti dei Lupi verso i quali si passa dai complimenti più esagerati alle censure più severe.
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Lo confesso, senza vergogna. Non c’è notte che, prima di dormire, non indirizzi il mio pensiero al Milan e al Campobasso. Per entrambe le squadre immagino un coacervo di vittorie e credo di non cadere nel peccato se mi auguro un guaio muscolare per Ronaldo o un mal d’auto per i giocatori che dovranno affrontare qualche ora dopo la squadra rossoblù.
Quando mi sono trovato a tu per tu col sacerdote, avendo cose più importanti da liberarmi dalla coscienza non mi sono mai attardato a raccontargli questi peccatucci.
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C’era un macellaio, negli anni Sessanta, di cui non ricordo il nome, che prima di ogni partita dei nostri sulla carbonella compiva un vero e proprio rito. Tenendo in mano due pacchi di sale doppio da mezzo chilo, durante il prologo lo spargeva nell’area piccola delle due porte. A suo modo allontanava il maligno. Favorendo in questo modo la vittoria dei rossoblù. Ovviamente, la “magia” funzionò solo qualche volta. Intanto, però, il tifoso seguitò nel suo rito domenicale. Tra i sorrisi del pubblico. Che lo incoraggiava con caldi applausi.