Polemiche dopo l’infarto al 61enne termolese, parla Florenzano: “I fatti sono altri”

In una lettera aperta il direttore generale dell’Arem, Oreste Florenzano, chiarisce quanto accaduto all’Ospedale San Timoteo di Termoli dopo l’infarto che ha colpito Demetrio Liuzzi

Sulla stampa regionale sono apparsi in questi giorni articoli e servizi televisivi nei quali sono state riportate, associandole, notizie che nulla hanno in comune tra di loro. Ancora. Notizie che, collegate artificiosamente, hanno condotto di nuovo alla conclusione che la sanità sia sull’orlo del baratro e che quella del Basso Molise sia in fase di smantellamento. 

I fatti sono altri. Il paziente al centro della vicenda, arrivato al pronto soccorso del San Timoteo a seguito di un malore, è stato adeguatamente curato e trattato. Non potendo scendere nei dettagli per non ledere il diritto alla privacy del paziente stesso, va spiegato che aveva una condizione per la quale le linee guida mediche indicano che la coronarografia debba essere eseguita entro le 24 ore dal momento dell’accesso all’ospedale perché considerata, nelle condizioni iniziali, uno “scrupolo” e non una necessità diagnostica impellente. Effettivamente, quando è stata effettuata ha dato “esito negativo” (malessere attribuibile ad altra causa). Gli esami realmente necessari, come la Tac, sono stati effettuati nell’immediato, a riprova che la diagnostica viene effettuata (in maniera appropriata). 

Sempre non potendo scendere nel dettaglio – che è invece presente nella relazione fornita dal personale in servizio – il paziente è stato stabilizzando e tenuto sotto osservazione. Proprio grazie a questa osservazione è stato possibile comprendere l’aggravarsi delle condizioni in tempo e le cause del malessere, fino alla decisione del trasferimento al Cardarelli, di concerto tra i medici dei due ospedali. 

Va sottolineato che nella relazione, il medico specifica che “… l’infarto miocardico acuto è un importante capitolo della cardiologia e presenta numerose e complesse classificazioni sia cliniche che anatomo-patologiche e va sempre contestualizzato. Il caso clinico in questione è completamente diverso dall’infarto miocardico acuto…”. 

Meraviglia che, ancora una volta, sugli organi di stampa sia stato presentato come fatto appurato quella che, in realtà, è una congettura (per altro non suffragata da alcun elemento provante). La relazione tra l’infarto, la gravità delle condizioni e il trasferimento a Campobasso per effettuare la coronarografia è del tutto priva di fondamento e attribuibile solo a pericolose (perché minano il rapporto di fiducia tra cittadini e operatori sanitari senza che ve ne sia ragione) speculazioni giornalistiche. 

I fatti sono altri, tutti reperibili nella relazione presentata del medico che è intervenuto al pronto soccorso e che ha curato il paziente per tutta la notte.

La decisione di trasferire un paziente, il suo quadro clinico, la scelta di effettuare un esame invece di un altro (o di non effettuarne e quando effettuarlo) è una valutazione strettamente medica. Lo è perché il medico in questione, dotato di tutta la formazione ed esperienza del caso, conosce le condizioni del paziente in quel momento, ne ha letto la storia clinica ed è in grado di effettuare la decisione più opportuna. 

Stupisce che qualcuno, pur non avendo frequentato un solo giorno della facoltà di Medicina e non conoscendo a fondo le condizioni del 61enne, abbia deciso di dire all’opinione pubblica che la gravità del suo stato sia attribuibile alla mancanza di un esame diagnostico. 

Allo stesso modo, è un assioma del tutto privo di basi quello trarre la conclusione che lo stop alle reperibilità – senza, per altro, spiegare quali sono state le misure alternative adottate da Asrem e discusse con gli stessi sindacati – sia la causa di un “disastro sanitario”. Fornirlo ai lettori e agli spettatori come fatto incontrovertibile è creare allarme senza che ve ne sia alcuna ragione oppure che ci siano elementi a suffragio. 

Senza in alcun modo voler ledere il diritto di cronaca o quello di critica da parte dei cittadini, la speranza è che gli stessi vengano esercitati dopo approfondimento e attenta riflessione, senza abbandonarsi al sentito dire oppure collegando elementi che nulla hanno a che vedere l’uno con l’altro. 

Il rischio è quello di delegittimare le scelte mediche operate con scienza e coscienza e non perché mancano i mezzi, manca il personale oppure perché l’organizzazione sia carente. Una contestazione continua, acuita da un’azione di discredito, fa male a chi lavora per Asrem, ma ha conseguenze diretta sui pazienti. Delegittimare il personale sanitario e coloro che adottano scelte ogni giorno nell’interesse dell’azienda è davvero il primo passo per scardinare un sistema che, tra tante difficoltà, è pensato costantemente per curare al meglio i molisani.