Perché il referendum sul fine vita sarebbe necessario

«Scadrà il 30 di settembre il termine per la raccolta delle 500 mila firme necessarie in base all’art.75 della nostra carta costituzionale, per poter abrogare in parte, come da quesito referendario, la c.d. “ eutanasia attiva”, incriminata dal codice penale all’art 579 c.p. denominato “ Omicidio del consenziente “.

A promuoverlo, è stata l’associazione Luca Coscioni , il cui tesoriere Marco Cappato, è da anni in prima linea per tutte le battaglie inerenti al fine vita.

In termini di diritto, il principio dell’autodeterminazione sul

fine vita in Italia, non è regolato secondo noi in modo chiaro , tale da abbracciare senza rischi di sanzioni penali, le varie tipologie di eutanasia.

Quella attiva, oggetto del quesito referendario, consiste nell’uccisione indolore della persona colpita da malattia inguaribile, anche in presenza di una morte che non sopraggiunga a breve termine, causata dal medico che, dopo il consenso qualificato dell’ammalato, prescrive e inietta il farmaco letale.

Questa pratica, in Italia non solo non è permessa, ma è punito dall’art.579 c.p. con la reclusione da 6 a 15 anni, salvo ovviamente, come prevede il comma 3, il regime sanzionatorio più grave dell’omicidio comune, quando il consenso della persona sia stato carpito con violenza, minaccia o suggestione , inganno, oppure contro una persona minore di 18 anni, o che in quel momento si trova in uno stato di deficienza psichica.

Il predetto articolo è un retaggio del vecchio codice Rocco del 1930, di chiara ideologia Fascista, dove si riteneva che il principio della indisponibilità della vita rispondesse ad un interesse sociale superiore, che era quello della Nazione che ambiva a diventare una potenza demografica.

In pratica con il 579 ( omicidio del consenziente), si andava a colpire un bene ( la vita), che nonostante appartenesse alla persona non veniva considerato tale.

È come se il soggetto passivo del reato fosse lo stato italiano e non l’individuo.

Un retaggio quindi, che proprio il quesito referendario mira a rimuovere.

L’eutanasia passiva invece, consiste nel rifiuto informato delle cure che servono a tenere in vita il malato terminale, che è autorizzato dalla legge n. 219/2017.

Altra scelta inerente il fine vita è quella prevista dal 580 c.p., rubricato come istigazione o aiuto al suicidio, punito con la reclusione da 5 a 12 anni.

Una analisi più approfondita degli aspetti che hanno di recente riguardato questo articolo del codice penale, ci potrebbe, forse ,aiutare a capire perché il referendum, possa essere considerato ( nell’inerzia del legislatore),uno strumento necessario.

Nel settembre del 2019, la Corte Costituzionale con la pronuncia n. 242, ha parzialmente modificato L’Art.580, attraverso una sentenza di accoglimento manipolativa additiva, ritenendo non punibile l’istigazione al suicidio, nell’ipotesi in cui il soggetto agevolato, sia una persona :

a) affetta da una patologia irreversibile;

b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili;

c) che la persona stessa sia tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitali;

d) ma resti capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

Questa lungimirante pronuncia del giudice delle leggi, si mostra peraltro sensibile, all’esigenza rilevata nella dottrina prevalente ,di evitare l’aiuto al suicidio all’insegna del fai da te, rimanendo diciamo così fiduciosa che successivamente ,sulla materia , potesse intervenire definitivamente il parlamento, che, da questo orecchio però , proprio non ci vuol sentire.

Infatti, prima della raccolta firme per promuovere il referendum, Marco Cappato , responsabile dell’associazione Luca Coscioni, era stato per così dire, il fautore della pronuncia della Suprema Corte.

Egli aveva dapprima accompagnando Fabio Antoniani (meglio noto come dj Fabo), in una clinica svizzera per compiere il suicidio assistito, e poi si era autodenunciato due volte nelle procure Milanesi, proprio con il chiaro intento di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 580 c.p.

Al secondo tentativo, il Tribunale di Milano aveva sospeso il giudizio, passando la palla alla Consulta ..

Per operare il sindacato di costituzionalità sull’oggetto del giudizio, la Corte ha dovuto superare alcuni delicatissimi problemi e lo ha fatto con tutte le cautele del caso.

Infatti, prima di emettere il giudizio definitivo, la Corte Costituzionale ha disposto un ordinanza, la n.207 del 2018, rinviando la decisione di 1 anno, con la speranza ( vana), che il parlamento intervenisse sulla spinosa materia, nel pieno rispetto dello spazio discrezionale che come da costituzione, compete al legislatore.

A distanza di 1 anno, la Corte portò a coerenti conseguenze quello che aveva sostenuto nella sua mirabile arringa il Professore Vittorio Manes del foro di Bologna, nella veste di difensore di Marco Cappato, dinanzi al Presidente della Corte Lattanzi, con l’attuale ministro della giustizia Cartabia che operava come componente : “ Signori della Corte , prendete atto che il nostro legislatore, ha deciso di non decidere..”

Ebbene, l’allora presidente Lattanzi ora nominato proprio dal ministro Cartabia Presidente della commissione per la riforma del processo penale di cui ha fatto parte anche io Prof. Manes, decise, insieme agli altri componenti ,che era giusto riformare L’Art. 580 nell’ipotesi che abbiamo innanzi dettagliato.

Chi però ingenuamente, poteva pensare che dopo la pronuncia della Consulta che ha aperto, seppure in maniera parziale, al suicidio medicalmente assistito,il Parlamento avrebbe messo mano alla materia, non può che essere deluso.

Le discussioni sulla legge di riforma del fine fine non hanno trovato impulso alcuno nemmeno dopo la sentenza del 2019.

Da qui la volontà di Marco Cappato di procedere col referendum abrogativo che, in caso di vittoria , restituirebbe all’individuo per intero, quel principio di disponibilità della vita, ora compresso dalle norme del codice penale.

A quel punto, forse il Parlamento avrà la scusa per potersi occupare finalmente di una riforma che, a tutte le persone ragionevoli, appare improcrastinabile».

Francesca Arbotti