Passione di Nostro Signore meditata, processo all’amore e alla giustizia

Venerdì  Santo

Commento a Gv 18-19,1-16

(CLICCA QUI per la versione AUDIO). Niente è più irritante per i potenti che un uomo di pace e giustizia, ecco perché tali persone sono le più perseguitate. Senza andare molto indietro nella storia, ci basti pensare a Martin Luther King, Gandhi, Nelson Mandela, il nostro don Pino Puglisi, Mons. Romero, Madre Teresa, tra questi tante donne a cui purtroppo ancora non viene dato l’onore che meritano. Oggi ricordiamo il più famoso: Gesù di Nazareth. Condannato per aver perdonato, amato e aver detto la verità.

+In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?»+.

Per comprendere al meglio la passione di Giovanni è necessario mettere in risalto alcuni elementi dei capitoli che vanno dal 13 al 17; essi sono il grande testamento che Gesù lascia ai suoi discepoli. Leggendoli si capisce subito come una delle più grandi preoccupazioni di Gesù fosse ciò che sarebbe successo dopo i terribili eventi che lo avrebbero portato prima alla condanna e crocifissione. Infatti proprio attraverso la pena “esemplare” che sarebbe stata inferta a Gesù, i suoi nemici di speravano di disperdere il gregge terrorizzandolo. Non solo, il tradimento di Giuda avrebbe minato la fiducia reciproca fra i discepoli compromettendone l’unità. Forse è proprio per questo che Gesù affida il comandamento nuovo ai suoi, proprio dopo aver dato il “boccone” a Giuda (cfr Gv 13,31-35). È interessante inoltre notare come nei versetti immediatamente successivi, Gesù annuncia anche il rinnegamento di Pietro.  Il capitolo 15 è un mistico affresco che ci parla dell’unità, sopratutto come questa possa essere minacciata dalla paura suscitata dagli atti di odio contro la Chiesa nascente (cfr Gv 15,18-25). Ma il Maestro cerca di incoraggiare in tutti i modi i suoi discepoli a rimanere fermi nella fede (cfr Gv 16,1-4; 20-23; 33.) e per lo stesso motivo prega per loro (17,12-23)

-Gesù sente avvicinarsi la terribile ora. Le sue molteplci profezie riguardanti la passione e resurrezione (tradizionalmente tre per Marco, Matteo e Luca) ci suggeriscono quanto fosse ben preparato ad affrontare quello che stava per succedergli. Ma non erano altrettanto pronti i suoi discepoli Sapeva bene infatti che molti di loro sarebbero stati presi dalla paura e dal desiderio di vendetta, come Luca ci tramanda: “Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22, 31-34). Il comportamento di Pietro è una buona sintesi di ciò che Gesù temeva per coloro che il Padre gli aveva dato, l’apostolo infatti, come leggiamo dai versetti che stiamo meditando, cercherà prima di reagire con la violenza, colpendo Malco, per poi cominciare a temere per se stesso, nascondendo agli altri il suo essere seguace di Cristo. “Chi cercate?”: la voce di Gesù deve aver tuonato in quella notte buia, denominata da lui stesso “l’ora delle tenebre”. Il Cristo era pieno della potenza dello Spirito ma, abbandonato alla divina Volontà, si è consegnato docilmente: doveva bere il calice preparato per Lui, stando attento che però i suoi discepoli non venissero coinvolti.

+Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo».+

-questi versetti mettono a nudo una delle tentazioni più sottili, quella che ha portato l’umanità alle sue scelte più drammatiche: lo strano paradosso che tante volte ha spinto l’uomo a compiere un male per fare il bene, in questo caso: uccidere un giusto per la salvezza di tanti. Proprio per quell’uccisione il popolo d’Israele è stato odiato per millenni, proprio quel peccato è stato la grande rovina dello stesso “popolo” che si voleva salvare in quel modo. Tuttavia è sbagliato bollare il popolo ebraico come deicida; chissà perché è stato più facile pensare ai giudei come gli uccisori di Cristo e non come coloro che ne hanno accolto per primi il messaggio diffondendolo in tutto il mediterraneo e l’Asia Minore. L’altro paradosso è che Gesù sapeva quanto fosse  “necessario” quel peccato. La contraddizione si risolve con le parole di Simeone: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». (Lc 2, 34-35). Dio permette che il suo popolo condanni Il Figlio perchè emerga il peccato e, riconosciuta la divinità del Cristo, testimoniata dalla sua gloriosa resurrezione, il nuovo Israele smetta di essergli nemico e se ne possa pentire. Ciò che Gesù affronta sulla Croce è il nostro stesso peccato, nella sua forma più estrema: ciò che ci lega alla morte e a tutti i suoi frutti. Egli si comporta come un valoroso condottiero che, attraverso le sue provocazioni, spinge il nemico a mettersi allo scoperto con tutte le sue forze schierate, in modo da poterlo sconfiggere definitivamente. Da notare: la vittoria di Cristo non coincide con la disfatta dei suoi avversari, ma con la loro salvezza.

+Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava+

-Dov’è finito il Coraggio di Pietro? Quello che è stato temerario all’arresto di Gesù? Forse la sua stessa reazione violenta  non era che una manifestazione di paura? Una paura che adesso paralizza l’apostolo e lo spinge a nascondersi anche difronte all’evidenza? Il rinnegamento di Pietro è profondo; somiglia a quello della “folla” di chi azzera la sua identità nell’illusione di essere lasciato in pace: quanto lo farà soffrire questa scelta, fino a desiderare un terribile martirio, più doloroso e umiliante di quello del suo maestro, pur di espiare!

+Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.+

– Anna cercava estorcere a Gesù qualcosa che lo potesse incriminare in maniera inequivocabile. Lo interrogava nella speranza che emergesse un errore dottrinale abbastanza grave. Un esercizio inutile. Tante volte prima di questa, i Farisei e i gli uomini del tempio, hanno cercato di farlo mentre predicava pubblicamente (Cfr Gv 8,3-11; Mt 21,24; Mt 22,15-31, ecc.). La dottrina del Cristo era così coerente da risultare inattaccabile, perfetta. Gesù si difende legittimamente davanti all’ennesimo tentativo di accusarlo, viene malmenato per questo. Colpiscono i  due perché di Gesù: “Perché mi interroghi?” e “Perchè mi percuoti?”. Gesù reagisce ad un’accusa e una violenza di fronte a coloro che cercano invano giustificazioni inesistenti. Tutt’ora quando le punizioni o le violenze vengono inflitte senza colpa da autorità istituite, chi subisce è spinto ricercare una sua eventuale responsabilità, spesso queste persone sono ossessionate da un senso colpa senza fondamento.  Ben lo sa chi abusa di questi espedienti: è l’eredita d’un’umanità ubriaca di potere, presuntuosa fino a diventare tragicamente ridicola.

+Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.+

– Il rinnegamento di Pietro è uno degli episodi più celebri del Vangelo. Una caduta clamorosa del principe degli apostoli. Questo episodio ci fa capire come l’essere investito di ministeri importanti non vuol dire essere esenti dall’errore. Pietro doveva sperimentare “traumaticamente” la sua fragilità perchè “una volta ravveduto” potesse “confermare” i suoi fratelli  (cfr. Lc 22, 31-32). La consapevolezza di essere peccatori ci rende più propensi al perdono e meno pronti al giudizio: è la virtù che contraddistingue ogni vero cristiano. Dio ha permesso la caduta di Pietro perchè, imparando a rialzarsi, potesse insegnarlo anche a noi.

+Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire+.

– Quale ipocrisia, i nemici di Gesù, decisi condannarlo, non volevano contaminarsi entrando nel pretorio, ma avevano già da tempo sporcato il loro cuore bramando l’omicidio. Un desiderio di morte che li aveva così accecati da pretendere da Pilato una condanna a morte senza un’accusa degna di essere chiamata tale. La giustizia è ridotta a parodia di se stessa. Pilato è imbarazzato, ma rimane freddo e calcolatore: sa che per ben governare ha bisogno dell’amicizia delle guide religiose. Abili complottisti, i nemici di Gesù, strumentalizzano l’autorità del governatore per compiere un omicidio senza addossarsene la responsabilità.

+Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?».Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo?+

– Se il governatore avesse ascoltato il proprio cuore non avrebbe nascosto a se stesso quello che in fondo già sentiva. Forse a questo alludeva Gesù con la sua risposta?  Pilato stava giudicando da ciò che credeva di sapere o da ciò che sentiva? Ma, da bravo politico, evita il bivio davanti al quale il condannato l’aveva messo.

+La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».+

-“Venga il tuo Regno” recita il Padre Nostro: non si tratta di una semplice formula magica, che fa tutto da sè; occorre impegno, lotta e, se necessario, la vita. In quel momento nessuno sta lottando mentre il Re giusto è condannato, troppo pochi vogliono davvero quel Regno, per cui Gesù ci chiede di pregare.

+Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?».+

– La regalità che dichiara Gesù confonde le idee di Pilato, il quale usa come metro di misura ben altre categorie. Il Re del cielo è venuto a fondare sulla terra un nuovo regno, senza confini, eserciti, leggi, carceri, senza nessuna lingua ufficiale o moneta battuta. Ne fa parte chiunque, nella Verità, ascolta la Sua voce. Anche il concetto di verità lascia il governatore di Giudea perplesso: un politicante è abituato a giocare con queste categorie da vero sofista. Per lui la verità non è realtà oggettiva, ma quello che si vuol far credere ed è meglio che si creda. Anche quella annunciata Cristo da potrebbe essere una delle tante verità… se non fosse per il fatto che quelle parole toccano ancora il cuore di tutti.

+E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.+

– Davanti alla proposta del governatore, che vuole salvare il condannato, gli interpellati scelgono Barabba, (Bar-Abbà, figlio del padre in aramaico) l’ennesimo falso messia che avrebbe voluto liberare Israele con la violenza. Gesù non reagisce, perchè è venuto a salvare anche  Barabba. Il Cristo si addossa le colpe di chi è reo semplicemente perchè ama senza se e senza ma, dà volentieri la sua vita per gli altri per la sovrabbondanza del suo amore, proprio per questo la vita gli sarà restituita in abbondanza.

+Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!».+

-“Ecco l’uomo”, non è difficile immaginare le risate grasse e laide dei soldati accompagnare la scena. Pilato tenta una soluzione meno compromettente. Decide di umiliare e ridicolizzare Gesù sperando di placare la sete di sangue dei suoi nemici. Voleva che fosse preso per un pazzo o un ingenuo, gli fosse tolta credibilità, così da renderlo “innocuo”. Eppure anche infangare la dignità di una persona è uccidere, come anche svuotare di senso ciò per cui ha speso la vita. Ci sono molti che preferirebbero morire piuttosto che essere trattati così, c’è gente che si toglie la vita per aver perso la dignità e il rispetto. Il valore di una persona resta sempre tale però, come una moneta d’oro rimane preziosa anche se ricoperta di fango, come dice un antico detto attribuito a Budda.

+Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande».+

– “Crocifiggilo!” ovvero annientalo, fanne un criminale, cancellane la memoria; pena sproporzionata, c’erano sistemi molto più discreti per eliminare personaggi scomodi, perché un gesto così plateale? Il tentativo del governatore della Giudea, volto a risolvere il problema senza fare martiri,  fallisce. Gesù era ormai diventata una minaccia troppo grande per i suoi nemici: doveva morire, ed in modo ignobile, così da maledirne la memoria, questo era il piano. Il peccato per cui è condannato il Nazareno, lo sappiamo bene, era la Verità; essa ha un peso insostenibile per la “realpolitik” di allora come quella di oggi, una vera e propria spada di Damocle che pende sulle teste coronate. Ma la luce disperde le tenebre, il Sole scioglie la neve, il vero smaschera il falso. Pilato resta intimorito dalla manifestazione di odio e violenza che si scatena, la mente calcolatrice valuta presto la scelta più conveniente: sacrificare la giustizia, accettare il grande compromesso. Lui ha si il potere di liberare Gesù, ma il prezzo che avrebbe dovuto pagare in termini diplomatici era troppo alto. Tuttavia Gesù tiene a sottolineare la diversa responsabilità di Pilato e dei nemici di Gesù nel delitto che stava per compiersi. Il primo ha la colpa di non essere coerente fino in fondo, mentre gli altri stavano rinnegando tutto ciò in cui credevano.

+Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.+

-“Non abbiamo altro re al di fuori di Cesare”. I nemici di Gesù promettono fedeltà all’imperatore. Barattano la dignità di un popolo, pur di conservare i loro privilegi.  Davanti a tutto questo il governatore si arrende, sente un senso di sporcizia che vorrebbe eliminare con la sua famigerata “lavata di mani” (cfr Mt 27, 24) non basta però, il suo nome sarà ricordato per sempre, senza gloria ne infamia, come quello di un politico qualsiasi. Difendere la Verità costa, bisogna essere pronti a mettere in gioco tutto: potere, prestigio, successo, anche la stessa vita, decisamente troppo per questo romano.

Che la passione di Cristo, nella promessa della resurrezione, consoli la solitudine di chi soffre.

Fra Umberto Panipucci