Torna l’incubo trivelle nel mare Adriatico, interessata anche area da Rimini a Termoli

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Torna lo spauracchio trivelle nel mare Adriatico. Sembra, infatti, che il Consiglio di Stato abbia dato il via libera al decreto di Valutazione di impatto ambientale relativo a due permessi di ricerca di gas e petrolio che interesserebbe un’area di circa 30 mila chilometri quadrati interessando anche il nostro di mare. Infatti, la superficie va da Rimini a Termoli (13.700 chilometri quadrati) e da Rodi Garganico a Santa Cesarea Terme (16,210 chilometri quadrati).

Il Consiglio di Stato si è così espresso: “i confini dell’area oggetto dell’attività di prospezione sono allineati con la fascia di rispetto indicata dall’art. 6, comma 17, d.lgs. 152/2006”.

In tal modo, i giudici hanno rigettato i ricorsi presentati dalle Regioni Abruzzo e Puglia, nonchè dagli stessi Enti locali, consentendo alla società inglese Spectrum Geo Limited di procedere con le attività di prospezione. Oltre al Molise, altre 4 saranno le regioni interessate dagli interventi: Emilia Romagna, Marche, Abruzzo e Puglia..

Era il 26 gennaio 2011 quando venne presentata al Tar la prima istanza contro il decreto Via, alla quale seguirono i ricorsi presentati dalla Provincia di Teramo e da altri due comuni marchigiani altrettanto bocciati nel 2016 e parallelamente a questi era partito l’ultimo, in ordine di tempo, dalla Puglia nel quale venivano contestati: il limite dell’area interessata, la mancata Valutazione ambientale strategica e l’altrettanto mancato coinvolgimento degli Enti locali.

Addirittura, l’area complessiva interessata sarebbe risultata ancora più vasta, se non fosse stato introdotto il limite delle 12 miglia dalla legge di Stabilità per il 2016, a seguito del quale il MiSE ha dovuto perimetrarla nuovamente.

Inoltre, la prospezione geofisica avviene attraverso l’utilizzo della tecnica dell’air-gun. Si tratta di un dispositivo che spara aria compressa in acqua producendo onde che si propagano nei fondali e che una volta riflesse dagli strati della crosta terrestre tornano a dei ricevitori chiamati idrofoni. Analizzando la velocità delle onde propagate, attaverso i diversi sedimenti e rocce incontrati, è possibile ricostruire la stratigrafia del sottosuolo e riconoscere la presenza di gas o petrolio. Tuttavia, dagli studi scientifici effettuati si evince che i picchi di pressione generati dall’utilizzo di questa tecnica possono essere particolarmente dannosi per l’ambiente marino e specialmente per mammiferi, rettili marini e un potenziale rischio anche pesci e cefalopodi.

Amaro il commento del Coordinamento ‘No Triv’: “Rimaste ai margini della campagna elettorale, le trivelle irrompono di prepotenza sulla scena del conflitto tra chi è a favore e chi è contro l’attuale modello energetico. Complice la ‘politica’ che fino ad oggi ha lasciato fare il bello ed il cattivo tempo alle compagnie Oil&Gas”.

Tuttavia, la vicenda non è ancora conclusa. Infatti, ora il Ministero dello Sviluppo Economico dovrà adottare i due permessi di ricerca.

 

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