Maria Bergamas, la “Madre spirituale del Milite Ignoto”

di Rita Frattolillo

Eh, sì, mia figlia Anna ha ragione, quando mi ripete che non mi rassegnerò mai, perché è vero…

Ma come faccio a rassegnarmi? Antonio era buono, generoso,  e i suoi alunni gli volevano così bene! Ma perché? Perché fissarsi a diventare italiano? E per che cosa, poi? Io sono convinta che se fosse rimasto austriaco, magari a quest’ora sarebbe ancora vivo! E invece, niente, non ci ho potuto. 

Fin da giovane abito a Trieste, città dell’impero austro-ungarico, e mio figlio, nato nel 1891, il 19 ottobre, pur se era iscritto nelle liste di leva dell’esercito austriaco, che fa? Diserta  e ripara clandestinamente in Italia, nel 1914, arruolandosi volontario come fante nel secondo battaglione della brigata “Re”. Valoroso in battaglia, aveva conseguito il grado di sottotenente, ma prima di tutto aveva dovuto cambiare nome, da irredentista, per essere accolto nelle file del Regio Esercito. 

Il 16 giugno 1916, mentre guidava l’attacco del suo plotone sul monte Cimone, durante l’offensiva degli austriaci, Antonio è stato colpito da una raffica di mitragliatrice. Quando lo hanno raccolto, ormai morto, sul campo di battaglia, gli hanno trovato in tasca un bigliettino con il nome del sindaco di San Giovanni di Manzano, e proprio grazie a quel foglietto la sua salma è stata riconosciuta come quella di mio figlio, perché solo quel sindaco conosceva la sua vera identità… 

Non vi so raccontare il mio strazio, quello dei miei, appena arrivò la tragica notizia, non ci facevamo capaci, anche se tutti abbiamo sempre saputo che andare in guerra spesso significa non poter più tornare. Nei rari momenti di lucidità cercavo di consolarmi dicendomi che adesso potevo almeno piangerlo nel cimitero di guerra di Marcesina,  dove era stato sepolto con gli altri caduti, là, sull’Altopiano dei sette comuni…

Il cimitero di guerra di Marcesina

E invece, il Padreterno ce l’aveva con me, perché neanche questa grazia mi è stata concessa! 

E chi poteva mai pensare che pure quel posto, dove mio figlio doveva giacere per l’eternità con i suoi compagni, sarebbe stato bombardato e distrutto? Invece, pure lì sono arrivate le bombe, e tutto si è devastato! 

In quel modo, mio figlio Antonio, i suoi compagni, sono stati uccisi due volte! 

E io, dove potevo piangerlo, adesso? Come potevo rassegnarmi?

Sapete quante volte  ho baciato la sua fotografia ? 

In certi momenti sentivo la sua voce sconsolata che mi chiamava  “Mari, mari”, “Madre, madre”, e allora mi giravo, illusa dalla speranza assurda di vederlo dietro le mie spalle, mentre guardava, con i suoi occhi brillanti, quello che stavo facendo…perché lui, Antonio, spesso veniva a curiosare, se stavo pulendo le verdure   o girando la polenta sul fuoco…

Poi, un giorno mi è arrivata la notizia che Antonio e gli altri – morti con lui – erano risultati ufficialmente dispersi! 

Quando ho letto quella lettera, sono impazzita…come potevo  darmi pace? 

Ero diventata assente, la testa vuota, confusa, non avevo più voglia di fare niente, giravo per casa come un fantasma, e nessuno era in grado di aiutarmi…Eppure non posso dire che non ci provavano.

I mesi sono passati come in sogno, un brutto sogno dove le albe erano  sempre livide, eterne, senza un barlume di luce…

Finché sono stata chiamata dai comandi militari, che mi hanno incaricato – come rappresentante di tutte le madri dei soldati morti e non identificati – di scegliere il corpo di un soldato tra gli undici caduti e raccolti in diverse aree del fronte che non era stato possibile identificare.

A quella notizia sono rimasta impietrita, mi si sono piegate le gambe, credevo di non aver capito bene quello che mi chiedevano, mi fischiavano le orecchie, e poi ho avvertito un flusso di sangue che mi infiammava tutta, correndo come un fiume in piena nelle mie vene. Mi sono seduta di schianto sulla sedia che un militare mi offriva. Mentre tornavo a casa, dopo, accompagnata da mia figlia sgomenta e smarrita come me, pensavo a come avrei potuto fare onore a quell’incarico delicato e terribile che mi avevano affidato. 

La basilica patriarcale di Aquileia

Il 28 ottobre 1921 sono arrivata nella basilica patriarcale di Aquileia, e là, nel silenzio assoluto, c’erano presenti tante persone, tutte in piedi. Il cuore sembrava scoppiarmi per la commozione, mi sono stretta nel mio scialle nero, e mi sono fermata  davanti alle undici bare allineate. Poi ho cominciato ad avanzare, un piede davanti all’altro, e ho poggiato il mio scialle sulla seconda bara. Ho cercato di proseguire, ma a un certo punto ho pensato di poter preferire l’ottava o la nona bara, perché quei numeri mi ricordavano la nascita e la morte di Antonio. Però… non sarebbe stato onesto, né giusto, da parte mia, preferire il ricordo di mio figlio agli altri, e così mi sono accasciata gridando il nome di mio figlio davanti alla decima: doveva essere davvero la bara di un milite ignoto ad andare a Roma, fino all’altare della Patria, il 4 novembre, dove sarebbe stato tumulato, sotto alla statua della dea Roma.

Roma – Altare della Patria

Il viaggio sul treno speciale con la bara coperta dalla bandiera tricolore  poggiata sull’affusto di cannone, pieno di militari, corone di alloro, fucili sistemati come decorazione, è qualcosa che rimarrà per sempre tra i miei ricordi più strazianti, ma anche più cari. Da Aquileia fino a Roma lungo tutto il percorso, centinaia, migliaia di persone  ferme sui marciapiedi delle stazioni ferroviarie che abbiamo toccato, ci aspettavano asciugandosi gli occhi, applaudendo, sventolando fazzoletti, bandiere, gettando fasci di fiori, piangendo.

Onore al Milite Ignoto

 Sulla fiancata la scritta “L’ombra sua torna ch’era dipartita” vuole significare che Il Milite Ignoto rappresenta tutti  i soldati senza nome caduti non solo nella Grande guerra,  ma in tutte le guerre, la cui memoria non dovrà essere mai smarrita. Perché altrimenti non sarà servito a niente il sacrificio della propria vita per la Patria.