Luca Serianni, il dotto filologo tanto amato anche in Molise

di Giuseppe Carozza

Grande sconcerto e profondo dolore ha lasciato, anche nel mondo scolastico e culturale in
genere del Molise, terra da lui più volte visitata in occasione di convegni e di lezioni in particolare rivolte
agli studenti e docenti delle scuole superiori, la morte di Luca Serianni, grande studioso della lingua italiana.
L’ultima volta che, da parte nostra, si è avuta la fortuna di incontrarlo per far tesoro delle sue riflessioni è
stato qualche anno fa – uno o due al massimo – nell’auditorium del liceo classico di Campobasso in
occasione di una sua lectio sulla letteratura italiana delle origini. La sua scomparsa, inutile nasconderlo, ha
lasciato costernati per la maniera violenta in cui è avvenuta e per l’enorme vuoto che lascia nella cultura del
nostro Paese. Infatti, non basterebbe evocare ritualmente la sua sconfinata bibliografia né la sua
partecipazione a significative imprese culturali per vari decenni. C’è in ogni caso qualcosa che va notato,
prima di tutto, nella sua personalità. In questo nostro mondo di protagonisti, il grande storico della lingua è
stato un uomo schivo e timido, che non s’imponeva. Disse una volta in un’intervista: <<Non riesco a essere
un conversatore brillante. Tanto deludente in un salotto, quanto efficace in un’aula scolastica>>. Serianni è
stato un uomo umile, ma per nulla mediocre. Ha mostrato come la grandezza di un intellettuale non si
rivelasse nell’imporsi agli altri o ai media, ma nell’incrocio tra scienza e sapienza.
Nell’insegnamento ha dato tutto se stesso con una comunicatività eccezionale verso i suoi allievi, cui
contagiava il desiderio di studiare e capire di più. Serianni è stato un maestro in questo nostro tempo
spaesato che ha perso i maestri, ma ha bisogno di riscoprirli, come scrive Gustavo Zagrebelsky. Un maestro
che non s’impone, ma riconosciuto da tanti, all’origine di una ricca schiera di studiosi più giovani. Nel suo
rapporto con i giovani, ma anche con il suo pubblico, dava tutto se stesso: <<Chi ha scelto di fare
l’insegnante non può permettersi il lusso di essere pessimista>>, era solito dire. È stato al contempo uno
dei maggiori intellettuali cattolici degli ultimi decenni, e tuttavia profondamente laico, per nulla
confessionale. Non ha mai vissuto, anche in tempi passati, dietro storici steccati, anzi è stato un animatore
di cooperazione intellettuale, di dibattiti, di scambi. Un capitolo importante del suo insegnamento e della
sua lezione era proprio il senso dello Stato, il valore della scuola e dell’Università. Amava riferirsi all’articolo
54 della Costituzione (tanto dimenticato), che recita: <<I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche
hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore …>>. Nella sua sobrietà laboriosa e nelle convinzioni
che comunicava con estrema umiltà, Luca Serianni aveva un animo da grande cristiano, formatosi nel
contatto con la Bibbia e con i grandi testimoni della spiritualità cristiana. C’era in lui – verrebbe quasi da
dire – qualcosa di profondamente francescano, che si esprimeva nella semplicità umana, nella generosità
verso i giovani ma anche verso i più poveri. Francesco d’Assisi, la cui rivoluzione religiosa e culturale era
qualcosa su cui aveva a lungo meditato, rappresentava una segreta ispirazione nel vivere la vita. Viveva
infatti la sobria serenità di una vita generosa, aperta e offerta agli altri. Serianni, ricco di cultura, di
riconoscimenti accademici, stimato conferenziere, autore di testi di successo, era un uomo povero e
semplice: sì di una povertà francescana. Non abitava nei quartieri pregiati della capitale, che segnano anche
uno status oltre a offrire comodità maggiori, ma era sempre rimasto nella periferica Ostia, dove ha
insegnato a scuola da giovane e dove è morto, investito – come purtroppo tanti a Roma – da una guidatrice
distratta. Anzi si sottoponeva al viaggio quotidiano, non breve e sovente scomodo, per raggiungere il centro
della capitale. Non è un caso che uno dei suoi ultimi interventi sia stato in ambiente popolare, ad Ostia
appunto, con la Comunità di Sant’Egidio del cui fondatore, il professore Andrea Riccardi, era
profondamente amico.
Ho avuto modo di conoscere da vicino, insieme ad altri fortunati colleghi del classico di Campobasso presso
cui ho l’onore di insegnare, Serianni quale critico letterario e filologo con la sua capacità di condividere, tra
tanti valori, larghe visioni sul ruolo della lingua italiana nel mondo, ma anche di farsi divulgatore e
conferenziere a livello molto semplice. In Serianni c’era la concezione della continuità tra cultura alta e
cultura popolare, senza cui la prima restava arida erudizione. L’accademico dei Lincei era infatti convinto

che l’erudizione, la più raffinata, si potesse spezzare e comunicare, perché in un Paese sconnesso c’era una
cultura di popolo da ritessere. La sua lezione di studioso si lega quindi profondamente alla testimonianza di
cristiano proprio nel valore della parola, parola degli uomini e delle donne, parole dei profeti, parola di Dio.
Egli scrive in un libro, intitolato proprio Parola: <<L’importanza della parola, che può essere fonte di vita o
di morte, di giustizia e di ingiustizia, di illuminante sapere o di cieca ignoranza è ben presente nelle tre
religioni rivelate, che non a caso si definiscono “religioni del libro” …>>. Serianni è stato un uomo della
parola: parola studiata, parola del credente, parola comunicata con la sapienza di decenni di studio e di
confronto costante. Fragile e riservato, ha vissuto proprio abitato da questa forza della parola. E in un
mondo e in una società dominati da “parole” troppo spesso vuote o insignificanti, la sua testimonianza
rimarrà un dono incommensurabile, anche per i tanti allievi od estimatori di questa nostra terra, che hanno
avuto modo di incontrarlo fisicamente o magari solo attraverso un confronto con le sue pagine.