L’intervista – Don Vittorio, da 40 anni parroco di San Giuseppe

La Vespa

Quando il 18 febbraio del 1978 a Don Vittorio Perrella venne affidata la cura della parrocchia di San Giuseppe al Cep, il quartiere era ancora tutto un cantiere, la chiesa spoglia e la popolazione smarrita, provata da un dolente sradicamento perché esiliata dal cuore pulsante del centro storico e confinata in una zona priva di identità e di storia, in palazzi nuovi affacciati sulla campagna. Il Cep era già nato da qualche decennio e Don Vittorio non era proprio un parroco per così dire “di primo pelo”. Si era già fatto le ossa a Ripalimosani dove era rimasto per 16 anni; ciò nonostante, l’impatto con quel tipo di popolazione che avvertiva necessità e urgenze differenti da quelle degli abitanti di una minuscola comunità rurale, non fu facile. C’è però da dire che un parroco appena quarantacinquenne possiede energie e una buona dose di vitalità, che rappresentano le caratteristiche necessarie per riuscire ad amalgamare e guidare verso un possibile unico obiettivo: il cammino verso la patria celeste per le anime che gli sono state affidate, evitando di rendere il quartiere – il più vasto di tutto il Molise – simile ad un ghetto. Una parrocchia, quella di San Giuseppe, che prima non esisteva – matrimoni battesimi e funerali si celebravano a San Leonardo – e con la nascita della “città satellite” la territorialità era andata estendendosi dai quartieri di nuova realizzazione, alle campagne circostanti, alle contrade, arrivando giù fin oltre il Cimitero, inglobando la chiesetta di San Giovannello (al Tiro a Segno) e quella della Madonna del Rosario nella contrada Camposarcuno – Feudo.

Don Vittò – chiedono alcuni parrocchiani – come avete fatto a resistere 40 anni?. “La stessa domanda la rivolgo a voi – risponde il parroco – Come avete fatto a sopportarmi per tutto questo tempo?”. Forse il segreto di questa, che non è solo una coabitazione quanto la soddisfazione di vedere la chiesa sempre affollata sta proprio in questo reciproco sfottò. “Ho fatto in modo – dice Don Vittorio – che in me sentissero un loro pari. Non c’è bisogno di mettersi dentro al confessionale per conoscere i problemi della gente; basta guardali in viso, fissare i loro occhi e ti raccontano tutto. Insieme abbiamo percorso la stessa strada impegnatati nel rendere il quartiere – all’inizio un non luogo – in zona residenziale, decorosa, autosufficiente, autonoma, non isolata”.

L’impegno che un parroco è chiamato ad assumere è gravoso e per prima cosa deve conoscere i suoi parrocchiani. “E’ un po’ come se fossimo cresciuti assieme, io, loro tutti e il quartiere. Quando sono arrivato le famiglie erano composte da coppie giovani con figli piccoli che ho visto crescere. Quanti bambini ho tenuto a battesimo e a quanti ho dato la comunione, tanti li ho sposati. Sa’... – aggiunge pensoso – 40 anni sono quarant’anni e per fare tutto questo è necessario frequentare le famiglie, visitare i malati, creare cammini associativi e gruppi di preghiera. Sì, è vero, ho celebrato anche tanti funerali ma sa’ nascite e funerali fanno parte della vita! Mi addolora la morte dei giovani quando questa giunge a seguito di una malattia che non si è riusciti a debellare, o a causa di incidenti di ogni genere, compreso l’incontro con la droga; ma soprattutto mi addolora l’altra morte, quella civile. Assisto senza poter far molto, se non prestare ascolto, al pianto muto di tanti padri amareggiati, delusi nei confronti della società perché costretti a vedere i propri figli perdersi per mancanza di lavoro, per aver intrapreso strade sbagliate. Loro – e mi creda sono la maggior parte – che avendo trascorso un’esistenza a misurarsi con la fatica di portare a casa del pane onesto si trovano tra le mani promesse vuote, sogni che tardano a concretizzarsi e, a volte, non si realizzano mai. E quello che più mi commuove è l’amore tenero, disperato, che madri e padri sentono per questi figli smarriti nel vortice di un mondo effimero che illude, che da’ ad intendere che la ricchezza è l’unico valore da raggiungere; un valore facile da agguantare, basta possedere un po’ di cinismo.

L’attenzione nei confronti dei giovani è l’impegno più delicato anche il più gravoso per un parroco. “I giovani: li conosco bene, li ho avuti come studenti negli anni che ho trascorso nelle scuole cittadine quando la scuola non era contestata perché ben rappresentava il grado della nostra civiltà e a presiedere gli istituti c’erano insegnanti del calibro della professoressa Benevento, del professor Gullì. Non parlo esclusivamente dei giovani che vivono fuori dalla chiesa, i quali pur gravitando all’ombra del campanile non varcano mai la soglia della sacrestia . Avverto responsabilità anche nei confronti di quelli che vivono nella chiesa, vuoi che si tratti di giovani fedeli che dei seminaristi che si apprestano a diventare preti. Entrambi subiscono il contagio della confusione che non li fa crescere, sono fragili alla stregua dei virgulti.

Si sentono più sicuri per ciò che possiedono: l’auto, il telefonino, piuttosto che del valore del loro intelletto. Tutto ciò è drammatico. Per quanto comprensivo non sono mai accondiscendente nei loro confronti. Li redarguisco senza mai biasimarli. Quando è necessario li scuoto, li rimprovero perché non accetto giustificazioni a fronte del loro sistema di crogiolarsi ed affossarsi nelle condizioni di diffuse avversità. Sanno però anche che non nego mai l’aiuto a chi bussa alla porta della sacrestia.”

Una chiesa spoglia, quella che nel lontano 1978 si è vista consegnare Don Vittorio che insieme alla gente del quartiere – uomini e donne – e ai tanti confratelli che lo hanno coadiuvato hanno reso accogliente oltre che efficiente. Un cantiere permanente che cresce, anno dopo anno, senza soluzione di continuità tanto che proprio in questi giorni si stanno portando a temine altri lavori di ammodernamento. Una chiesa aperta a tutti, anche ai vari esponenti politici ai quali, di volta in volta, sono stati messi a disposizione i locali realizzati al piano inferiore. Accoglienza nel pieno rispetto dei diversi orientamenti politici e culturali della gente del quartiere.

Don Vittorio è all’apparenza un prete semplice che parla la lingua che tutto il quartiere parla; non ha mai fatto sfoggio del genere di cultura che possiede, che però emerge dai suoi sermoni: incisivi, toccanti, mai banali. Oltre agli studi teologici condotti nel Seminario Regionale di Benevento possiede una laurea in Lettere Classiche conseguita nel 1974, avendo come docente, fra gli altri, un severo e caustico Alberto Pincherle, meglio noto come Alberto Moravia. Si deve a lui l’espropriazione della Festa del Primo Maggio dalla cultura nostalgica celebrativa della sinistra e ricondotta in un alveo più concretamente sociale e cattolico. Da alcuni decenni la data del Primo Maggio celebra San Giuseppe Artigiano patrono dei lavoratori con incontri, convegni, feste aggregative che coinvolgono tutta la zona satellitare della città, dalla scuola alle associazioni sportive e associative. Insieme si discute, facendo il punto sui problemi legati all’occupazione e purtroppo alla crescente e irreversibile disoccupazione.

Se si chiede alla gente del Cep chi è Don Vittorio c’è chi con un sarcastico sorriso risponde: “L’aceto giusto per questo genere di minestra!”

Vittoria Todisco

 

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