L’inglorioso cammino verso la gloria del Risorto

XXV Domenica del tempo Ordinario (b)

Mc 9, 30-37

La via di Gesù, che ha come meta la resurrezione, comporta l’esperienza della croce, ovvero: rifiuto, emarginazione, condanna; ma non perché la sofferenza abbia in sé alcun valore salvifico (anche il diavolo soffre). Questo equivoco nasce in chi non coglie che la conformazione a Cristo implica la denuncia dei potenti, l’abbraccio e la solidarietà con i diseredati della Terra, cose che inevitabilmente portano il credente a condividere molte delle loro sofferenze. Non serve dunque infliggersi sofferenze: “A ciascun giorno basta la sua pena” (Mt 6,34). Ogni società, infatti, persegue, più o meno esplicitamente, chi difende i suoi elementi non integrati o marginalizzati. Fra questi il Maestro (per ammonire i suoi discepoli mentre si contendevano il primato) sceglie  proprio i bambini , ancora oggi senza alcuna difesa e garanzia in molte zone del mondo. Inoltre i bambini incarnano la semplicità, il desiderio ed il bisogno di amore, la fiducia incondizionata verso il loro punti di riferimento, la consapevolezza di non bastare a se stessi, tutte qualità a cui un’anima deve anelare.

+In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.+

Gesù attraversa la terra che l’ha visto crescere,  paese che ha amato, ma senza mai dimenticare le origini giudaiche di sua madre e del suo padre putativo. Infatti egli ha vissuto in esilio tutta la sua vita, a causa della minaccia di Erode e dei suoi discendenti che, per prassi, eliminavano tutti coloro che potevano reclamare il trono d’Israele. Forse anche per questo Gesù esortava alla discrezione i suoi discepoli, prefigurando già gli eventi della sua dolorosa passione. C’era chi lo cercava per i prodigi che compiva, senza ascoltare troppo i suoi insegnamenti; c’era già anche voleva fermarlo ad ogni costo: Gesù era reo di aver portato la novità della sua inedita prospettiva, capace di smascherare la falsa religiosità, rivelare l’uomo a l’uomo, integrare gli eslclusi, mostrare il volto amorevole e misericordioso di Dio: ciò era abbastanza per essere odiato da chi sentiva minacciato il proprio “status quo”, l’equilibrio del proprio piccolo meschino mondo, l’orticello dei privilegi riservato alla sua casta. In questo contesto Gesù cercava preparare i suoi discepoli che, già vedevano le loro aspettative di riscatto frustrate, impartendo, come meglio poteva, l’insegnamento più difficile. La gloria del Messia non si sarebbe manifestata come essi si aspettavano, ma passando attraverso la paradossale strada di quella che, all’apparenza, sarebbe stata completa e totale sconfitta: la condanna alla croce. I discepoli erano incapaci di accettare la realtà a cui Gesù li stava preparando, tanto che rifiutavano di accogliere e comprendere quello che tentava di dirgli chiudendosi a riccio, come succede a chi rifiuta di accogliere una verità troppo difficile da accettare.

+Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».+

Il Cristo aveva appena parlato loro di Croce e quindi anche di spoliazione del sé, rifiuto, emarginazione, condanna e tortura, ma i discepoli continuavano a fantasticare immaginandosi tutt’altro percorso. Forse già si vedevano trionfanti accanto al loro Re Messia, annoverati fra i santi profeti e gli eroi dell’epica biblica; tutte cose che, in un certo senso, si avvereranno, ma non certo come essi stessi speravano succedesse. “Chi sarà il più grande?” si chiedevano, “Chi avrà più gloria?”, “Con quali imprese la conquisteremo?”. Gesù, avendo conosciuto i loro discorsi, li chiama a se per dirgli ancora una volta che la strada del Vangelo passa per la Croce, ovvero non per la gloria, ne per il plauso delle folle. Il Vangelo è l’annuncio di una rivoluzione spirituale e umana che cambia la gente dal di dentro e scioglie le redini attraverso cui i privilegiati sottomettono i meno fortunati, per questo chi lo ha predicato fedelmente è sempre stato amato, ma anche odiato e perseguitato.

Ecco perchè più coerenti al Vangelo si vuol essere tanto più bisogna prepararsi alla condanna della Croce. Chi vuole un salto di qualità in un contesto perfettibile deve accettare di sedersi all’ultimo posto, negli spazi riservati ai dissidenti, ai diversi e agli emarginati. La realizzazione dell’uomo evangelico coincide nel far risplendere la sua “somiglianza divina”: via che Gesù  ci insegna a seguire non nella gloria sognata dai mortali, ma nel dono di sé testimoniato dal Verbo incarnato.

+E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».+

L’idea che c’era allora dei bambini era molto diversa da quella di oggi, per cui tutti ce ne facciamo difensori e garanti. Il fanciullo non aveva alcun ruolo nella società, era privo di qualsiasi voce attiva, le sue richieste erano in massima parte ignorate e questo era ancora più vero nelle zone rurali (come quelle che Gesù percorreva). I bambini erano gli “ultimi” ed i “servi di tutti”; non a caso questi versetti sono in continuità con quelli precedenti. Anche l’ultimo degli schiavi, se aveva dei figli, poteva farne quello che voleva. Del resto lo sfruttamento minorile è una triste realtà anche oggi, specie la dove i diritti umani non sono garantiti. Semplici, disarmati, puri e felici di servire: così ci vuole il Signore (cfr Mt 18, 1-5);  veri profeti che incarnano la volontà del Padre di soccorrere i figli in necessità, senza aver paura di restare ai margini e di contravvenire le false tradizioni (quelle che preservano pregiudizi e superstizioni), per contestarne i difetti e i controsensi. Solo così diventiamo speranza, fosse anche di un solo passo avanti verso un mondo migliore. Come è in cielo. così sia in terra.

Felice Domenica

Fra Umberto Panipucci