L’incontro dell’ebreo Grossman con la Madonna Sistina di Raffaello

di Vittoria Todisco

Ancora una chicca, quella che Simposio Ripa ha regalato al pubblico in questo ultimo scorcio d’estate, la proiezione di un docufilm: YOU – Story And Glory of a Masterpiece, realizzato da Nicola Abbatangelo, regista molisano, nato a Termoli, qui semisconosciuto, ma che all’estero, in America, sta facendo molta strada. La sceneggiatura, che alterna scene in bianco e nero e interviste ad esperti d’arte, è stata curata da Giovanni Maddalena, docente di Storia della Filosofia, presso l’Università del Molise, oltre che direttore scientifico della sede torinese del Vassilji Grossman Study Center.  Il film, perché di un vero e proprio film si tratta, o fiction, della durata di 40 minuti, racconta il mistero di un quadro, quello della Madonna Sistina, capolavoro di Raffaello del 1513, tra i più apprezzati al mondo, di una bellezza segreta e allo stesso tempo intrigante al punto da ammaliare i visitatori, che nel contemplarlo vengono colti da turbamenti riconducibili agli effetti noti come la sindrome di Stendhal. Un mistero che affascina Vassijli Grossman, scrittore giornalista sovietico, di origine ebraica, che conobbe gli orrori di Treblinka, dove ebbe luogo tutta l’atrocità dello sterminio tedesco, ai danni degli ebrei polacchi. Autore che ha subito la censura del potere sovietico, tant’è che è morto dimenticato. Autore di “Vita e destino” e di “Tutto scorre”, che proprio su “La Madonna Sistina” ha scritto un racconto, attraverso il quale parla del turbamento che ha provato nel 1955 allorché a Mosca ebbe modo di vedere il dipinto. Dipinto che ha avuto un’esistenza assai travagliata, poiché sottratto alla Pinacoteca di Dresda dai soldati dell’Esercito Sovietico, dopo la battaglia che di fatto annientò la Germania, venne portato, insieme ad altri dipinti, a Mosca, dove rimase conservato, nascosto per quasi dieci anni. Nel 1955, il governo sovietico decise di restituire le opere sottratte alla Germania; prima però, fu deciso di mostrarle al pubblico che per novanta giorni, poté visitare questa straordinaria mostra, allestita presso il museo Puskin. Vedere il film è stata, per la maggior parte del pubblico, che ha accolto l’invito del Simposio, una rivelazione inedita e preziosa, ancor più che puntuale, considerato che quest’anno si celebrano i 500 anni dalla morte del Sanzio ed anche una presa d’atto della propria inadeguatezza rispetto all’arte e alla conoscenza di questo capolavoro in particolare. Ci si è resi conto che, visitando un museo, non basta una sosta di qualche minuto al cospetto di un quadro per comprenderne appieno il significato, il messaggio che l’artista ha voluto trasmettere al committente, ai suoi contemporanei, ai posteri. Della Madonna Sistina, ad esempio, è più nota la fascia che costituisce la base del quadro (i due puttini pensierosi) che l’intero dipinto, di una profetica bellezza. Lo sguardo della Madonna fissa il pubblico ed esprime il peso del ruolo che quel bimbo, che ha in braccio, è chiamato a svolgere, per la salvezza degli uomini. E poi i colori, assolutamente non consueti, il verde di una tenda che funge da sipario, su una scena in cui la Vergine pare scendere dall’alto, in un tripudio di angeli che le fanno da cornice. Per Grossman questo dipinto non ha età; è immortale nel prefiggersi di rappresentare la sofferenza di tutte le madri che hanno visto morire i propri figli, a Triblinka, come ad Auschwitz, non rilevando alcuna differenza tra l’atrocità tedesca e quella sovietica. La regia di Abbatangelo e la sceneggiatura di Bevilacqua (presente alla rappresentazione e puntuale nel sottolinearne gli aspetti salienti) attualizzano il dramma, riportando ai giorni nostri l’incontro che ebbe Grossman col dipinto. Lo fanno inventando un personaggio, un fotografo, distratto dai propri pensieri e dalle difficoltà del vivere oggi, attraverso un lavoro “a chiamata”, obbligato a confrontarsi col dipinto di cui, come noi spettatori, ignorava il mistero e la magia, che dopo una drammatica notte, chiuso all’interno del museo, ne esce avendo colto tutto il mistero del dipinto e l’indirizzo che dovrà imporre alla propria esistenza.