L’esilio è finito

È Dio ad averci esiliato o siamo piuttosto noi ad averlo scacciato dal nostro cuore? Il volto del Padre rivelatoci dal Figlio sembra far prevalere la seconda tesi. Dio ci rivuole con se perchè ci ama. Egli con suo Figlio, nello Spirito, sta alla porta del nostro cuore e bussa, affinchè possa cenare con noi, cioè entrare in intimità con noi e dialogare con il nostro cuore (cfr. Ap 3,20). Perchè questo avvenga è disposto a portare su di se il peccato del mondo diventando Agnello: con il suo sangue ci salverà dal male, con la sua carne ci nutrirà nel viaggio verso la terra promessa.

Gv 1,29-34

II Domenica del tempo ordinario (A)

  +In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!  Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”+

Per Giovanni una delle tante giornate di dura e sofferta profezia, passata a sforzarsi di aprire cuori chiusi da paura, egoismo, illusione, follia; invece, quel giorno benedetto, sarebbe stato il più bello della sua vita. Succede infatti una cosa inaspettata: tra la folla di cuori in balia dell’oscurità ne vede emergere uno: saldo, puro, forte. Così come il sole sovrasta la luce delle stelle all’aurora, la sua presenza inondava quel luogo spazzando ogni ombra. Non c’erano dubbi, era Lui! L’agnello per un israelita aveva due significati: salvezza e liberazione. Con il sangue dell’animale sono stati cosparsi gli stipiti della case degli ebrei in Egitto, un segno che li avrebbe risparmiati dalla morte, prima della pasqua. La carne doveva essere un banchetto da consumare per onorare il loro liberatore e trovare forza per il viaggio. Gesù era quell’agnello che doveva essere sacrificato e mangiato, dopo di lui più nessuno. Mangiare la carne degli animali sacrificati voleva dire entrare in comunione con le divinità a cui li si offriva (cfr. Es 12, 1-14). Questo Agnello, dunque. ci dona Salvezza dalla morte è libertà dalla schiavitù, ma in che modo? Liberandoci dal peccato! Come? Disperdendo le tenebre con la Luce della Verità che ci apre alla Grazia, affrontando sulla croce un terribile duello con la Morte, vincendo e risorgendo per noi e con noi!  Sì era proprio Lui! Giovanni ha esultato nel suo cuore perchè aveva visto il giorno che già dal grembo di sua madre aveva sognato di vivere. Colui che “era prima”! Un affermazione che non lascia dubbi, si trattava del Figlio di Dio. 

+Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».+

“Io non lo conoscevo”: probabilmente Giovanni voleva intendere che, nel momento in cui fosse arrivato, forse non l’avrebbe riconosciuto, una paura che deve averlo accompagnato dal momento stesso in cui aveva ricevuto la sua missione profetica. Lui battezzava con acqua: quella rinascita che il Battista predicava e faceva rivivere simbolicamente con il suo battesimo, non cambiava definitivamente l’uomo interiore, il livello più profondo dell’umanità restava ancora compromesso dall’antica ferita. Giovanni stava raccogliendo attorno a se quel resto d’Israele che desiderava sinceramente vedere il suo Salvatore. Quando lo Spirito discende come una colomba su Gesù l’esilio di Dio dalla Storia è finito. Così come la tortora annunciò a Noè la fine del diluvio, questa colomba annuncia a Giovanni la fine della separazione fra l’umanità e Dio, da quel momento lo Spirito non avrebbe più abbandonato il suo popolo. Il Battesimo nello Spirito è un nuovo soffio vitale, simile a quello che ha dato vita all’Adamo fatto di terra. Un nuovo uomo nasce in nuova creazione, amico di Dio, anzi molto di più, è suo figlio! Cristo,  ci battezza e ci unisce alla sua stessa gloriosa sorte, ci rende partecipi della sua stessa inestimabile eredità. Questo Re non lotta per mantenere e tenere saldi i suoi privilegi, ma vuole renderci simili a Lui, portatori della sua stessa dignità! 

Abbiamo un dono così grande, come lo custodiamo? 

Abbiamo un tesoro inestimabile, come lo investiamo? Che ne facciamo della nostra vita? 

Fermiamoci un attimo a considerare quali grandi provilegi abbiamo avuto. 

Felice Domenica!

Fra Umberto Panipucci

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