Le scuole destabilizzate

di Sergio Genovese

Con una certa frequenza in questi giorni la cronaca si sta interessando di casi dove  i rapporti tra studenti e docenti sono caratterizzati da disfunzioni alcune delle quali prossime al codice penale. Non era difficile pensare che si arrivasse a questo anche e soprattutto per colpa della Scuola. Negli ultimi venti anni c’è stata la tendenza ad appiattire i ruoli. Molti docenti per vestirsi di uno scialbo  modernismo dietro il quale spesso si nasconde una mancanza di personalità, si sono spesso omologati agli studenti intendendo valorizzare il  ruolo di seconde madri o secondi padri. Così i rapporti sono andati oltre, se è vero come è vero che gli studenti decidono quando farsi interrogare, quando fare la prova scritta e quando mettere su  una serie di contumelie che ormai appartengono alle relazioni  scandite nel quotidiano che coinvolgono pure le famiglie. La descrizione, al  fine di prevenire la scialba insurrezione di chi si potrebbe sentire colpito, non coinvolge tutti ma certamente molti. Questo livellamento dei ruoli ha alimentato rapporti che si sono realizzati nelle forme più  eterogenee con l’ausilio di chat private nonostante precise e rigorose circolari del Ministero che, giustamente, intendevano impedirne  rigorosamente l’uso. I dirigenti scolastici sono da tempo a conoscenza che un docente compie una scorrettezza grave  se intesse una qualsiasi relazione di tipo didattico utilizzando whatsapp  oppure Facebook, per fare un esempio. Tutto deve essere tracciato sul registro elettronico che rimane l’unico mezzo di comunicazione consentito. Accade questo? Per quelle che sono le mie conoscenze c’è una tracimazione, senz’altro in buona fede, di certe norme che andrebbero rispettate perché le distorsioni balzate agli onori della cronaca parlano persino di messaggi whatsapp  intervenuti tra una dirigente scolastica ed uno studente. Proprio questo libertinaggio in voga può far nascere equivoci e ha fatto apparire i casi di questi giorni. Con una dose di raziocinio in più si  dovevano ipotizzare  certi rischi. Travolti dalla furia della tecnologia facile e veloce, immaturamente, si è favorito negli anni un clima  troppo divaricato che non significa rinnegare le architravi di una pedagogia imperniata sulla  costruzione di relazioni fatte di empatia e clima sereno. Purtroppo c’è da ammettere che le Scuole hanno perso la tendenza a proteggere la propria dignità. Da quando qualche burocrate imbiancato ne ha voluto correggere la dimensione da comunità educante a presunta azienda della conoscenza, la situazione è abbastanza chiara, basta solo osservare con gli occhi giusti.  Gli Istituti scolastici sono diventati un mercato permanente dove si fa a gara per dimostrare chi è il più bravo a colpi di servizi televisivi e comunicati stampa con l’obiettivo di incantare nuovi iscritti. I capi meno svezzati si sono sentiti subito manager per farsi scivolare sul naso gli occhialini da programmatori e  corroborare la spocchia . Tutto appare fuori da quella straordinaria epoca in cui nelle scuole si produceva educazione alla vita con docenti che vivevano la missione per lasciare  vere tracce di bene nei loro ragazzi.  In quegli istituti la valutazione degli studenti proveniva dalle storie individuali ed aveva una connotazione emotiva. Ora invece tutto è guidato da griglie  che devono dimostrare la bravura ragionieristica del docente non quella pedagogica. E’ un po’ come quello che succede negli ospedali  dove se ti devono disinfettare con l’alcol una natica ti chiedono la liberatoria. Quei professori  decidevano da soli quando interrogare il proprio studente senza ricorrere alle assemblee di classe. Le comunicazioni avvenivano sul diario del giorno meritando tutto il rispetto dovuto.