Le grotte di Falvaterra, alla scoperta di un mondo sotterraneo sconosciuto

“Alesia e i suoi compagni di viaggio” sono lieti di ospitare nella rubrica settimanale la professoressa Serena Palazzetti

Ho trascorso alcune festività natalizie in Ciociaria, con mio fratello e la sua famiglia che abitano lì. Proprio in questa occasione un nipote mi ha proposto di andare a fare un’escursione alle grotte di Falvaterra che si trovano nei pressi di Ceprano, in provincia di Frosinone. Nel passato ho visitato quelle del vento, a Fornovolasco, in Toscana e quelle, ancora più celebri, di Frasassi, nelle Marche. Il mio approccio con tali siti è sempre stato particolare: queste cavità mi comunicano, infatti, i ‘sussulti’ di un’atavica religiosità e mi catapultano nella misteriosa dimensione della Preistoria.
La presenza di una vita religiosa nell’età preistorica è ormai cosa indubbia: disponiamo, infatti, di un gran numero di reperti che testimoniano l’esistenza di un mondo religioso in tali epoche. D’altra parte, il sacro fa parte da sempre dell’aspirazione dell’uomo a qualcosa di soprannaturale che la vita materiale non gli darà mai; forse, proprio come qualche studioso afferma: “La religione è nata con l’ominizzazione” e da allora ha avuto un importante ‘Sitz im Lebem’ nella nostra esistenza.
Quanto alle grotte , esse sono state senz’altro privilegiate dai nostri antenati come luoghi di culto e di sepoltura. Nel 1908, ad esempio, furono trovati in due località francesi i resti di esseri umani appartenenti al Paleolitico medio ( ca. 150000 – 60/ 40000 anni a. C.) . In una di queste un uomo sulla cinquantina si trovava in una fossa scavata in una piccola grotta, non lontana dalla caverna in cui abitava la sua ‘schiatta’: le sue ossa erano accuratamente composte nella posizione di uno che dorma nel proprio giaciglio. Accanto e sopra di lui, furono rinvenuti diaspri, arnesi in pietra, frammenti di ocra e molti ossi di animali ; dietro la sua testa, poi, si trovava un bacino fatto di pietre in cui era stato acceso un ‘ fuoco rituale dei morti’. Probabilmente la morte veniva concepita come una specie di sonno dopo il quale il defunto si risvegliava e vagava in una terra dei morti. Accanto a questi elementi si rileva indubbiamente la presenza di un cerimoniale solenne e fastoso che senz’altro è indice di un primo culto degli antenati.
Ma qual è il significato etimologico del termine ‘grotta’?
‘Grotta’ deriva dal latino crypta e dal greco kripte col significato di ‘luogo sotterraneo, nascosto’.
In molte religioni si trova un valore bivalente assegnato ad essa: o luogo , anzi porta che permette la discesa agli Inferi verso le divinità sotterranee, oppure antro sacrale destinato ad una divinità buona. In molte culture primitive, poi, essendo ubicata nel ventre della terra, la grotta è l’archetipo dell’utero materno.
Quando la religione si organizzò in figure divine più specifiche, la grotta fu spesso lo sfondo di ampi complessi monumentali- cultuali come, ad esempio, il santuario di Preneste (oggi Palestrina) intorno alla grotta della Fortuna Primigenia.
In queste cavità le varie mitologie hanno fatto nascere divinità come Zeus, Horus, Krishna, Dioniso,Hermes,Apollo, Mithra, Zarathustra.. Anche Romolo e Remo , secondo la leggenda, furono allevati da una lupa sul colle Palatino, in una caverna detta Lupercale. Nel Cristianesimo, Gesù nasce in una grotta e da una grotta risorge.
Si potrebbero citare anche alcune apparizioni considerate miracolose , tra cui Lourdes, in cui la Madonna si è materializzata in antri rocciosi. D’altronde, prima che fossero costruiti i templi, le cerimonie religiose avvenivano proprio nelle grotte.
Tornando all’escursione, mi reco, con tutto il mio guazzabuglio di conoscenze e riflessioni, alle Grotte di Falvaterra. Lì, come leggo sui cartelli posti all’ingresso ma, soprattutto, come mi spiega con competenza e passione la guida, Augusto Carè, geologo e appassionato del luogo, il territorio, dal punto di vista geologico, è di natura carsica e mostra l’evolversi del tempo tramite il modellamento delle rocce carbonatiche , con terre rosse, doline e polije nella parte più elevata,mentre nelle parti più basse del paese sono presenti numerose sorgenti e risorgenti carsiche, tra cui le risorgenti del rio Obaco, ricco di acque. Queste acque, in circa un milione di anni, hanno determinato, all’interno del monte Lamia,la formazione di queste grotte. La loro bellezza ed il luogo incontaminato in cui si trovano,hanno fatto sì che l’area del piccolo fiume e le grotte stesse fossero dichiarate nel 2007, Monumento Nazionale della regione Lazio.
Entrando, ciò che mi colpisce, oltre alle concrezioni bianchissime ed alle stalattiti che adornano il soffitto e le pareti della grotta, sono le cascate e le rapide presenti.
Interessanti sono anche gli animali ipogei. Noto, infatti, dei piccoli coleotteri, dei dolicopoda, cioè insetti privi di ali, di colore giallastro, con zampe lunghe e fragili e, mi si dice, sono presenti pipistrelli appartenenti a varie specie.
Mi trovo di fronte ad una risorgenza naturale del fiume sotterraneo, il famoso ‘pozzo’ dell’Obaco, ribattezzato ‘laghetto’ dagli speleo sub (perché qui è possibile immergersi e risalire il rio) che ha visto, negli anni ’60 le prime immersioni. Il laghetto nasconde un sifone profondo oltre 20 metri e le sue acque, mi informa la nostra guida, hanno una temperatura di 12° / 13° C, sono ben ossigenate e con buone caratteristiche per una vita acquatica.
Queste caratteristiche, però, d’ inverno cambiano a causa delle alluvioni dei bacini a monte, ampi più di 40 km quadrati, con portate di decine di metri cubi al secondo. Qui si fa dello speleo-turismo e ci sono anche percorsi per persone diversamente abili. Le grotte di Falvaterra sono davvero uno dei tanti tesori che la nostra Penisola racchiude. Visitandole, si avverte un non so che di atavico, quasi palpabili presenze millenarie: non a caso, mi informa Augusto, verranno eseguiti qui degli scavi da paleontologi per verificare la presenza di gruppi umani preistorici.
La grotta, penso, è un microcosmo inserito in un cosmo più grande. Forse prende spunto da essa, l’abside della chiesa cristiana, in cui si trova l’altare, o la mihrab, cioè la nicchia da preghiera della moschea islamica. Anche il naos del tempio dell’antica Grecia e dell’antica Roma, è metafora della grotta e proprio lì si pensava, ci fosse la casa di un dio.
Io, come al solito quando visito questi posti, sono colpita dal silenzio che vi regna e che è colmo di suggestioni.
Guardando la grandiosità del luogo in cui mi trovo, mi vengono in mente i versi : “ In piedi davanti a questo spettacolo/ meravigliata della propria meraviglia: io / un universo di atomi/ un atomo nell’universo…”.
In questi antri dove un profondo silenzio avvolge tutto, sembra di avvertire la ‘Parola divina’ che diventa quasi compagna di strada per l’anima che cammina solitaria.
Diceva Oscar Wilde :” Siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle”. Proprio in questi luoghi oscuri, rifletto su come sia necessario levare qualche volta di più il capo, cioè la mente, il cuore, lo spirito verso le stelle perché, davvero, “Quel che c’è di migliore nella coscienza moderna, è il tormento dell’infinito”.
Serena Palazzetti