Le fonti dell’arte sacra cristiana tra contemporaneità e sintesi

E con l’Anno Nuovo ricomincia anche il cammino di “Alesia ed i suoi compagni di viaggio” con l’interessante contributo dell’amico Giancarlo Polenghi, che di cuore ringraziano

di Giancarlo Polenghi*

L’arte sacra cristiana ha lo scopo di aiutare la rivelazione (in modo strumentale, perché la rivelazione è sempre di e da Dio), facilitare la relazione con Dio e con i fratelli, comprendere chi siamo (Cristo rivela all’uomo la pienezza umana), aiutare a trasformare il lavoro in lavoro di Dio, portarci, insomma, all’unione con Dio, santificarci.

Le fonti, ovvero le immagini archetipe (originarie e originali), nascono dalla Sacra Scrittura, dalla Liturgia e dalla Mistica (intendendo con mistica la rivelazione personale ai santi che poi è stata accolta dalla Chiesa ed è diventata patrimonio comune di tutti i cristiani). Dio che è veramente santo e fonte di ogni santità ci trasforma attraverso la Sacra Scrittura, la Liturgia e la mistica. Questo vale per ciascuno di noi personalmente ma anche come comunità, come lavoro che possiamo esprimere e realizzare, che si trasforma e divinizza grazie alla Liturgia, che porta dentro di sé tanto la Sacra Scrittura che la mistica.

Le prime due fonti – Sacra Scrittura e Liturgia – sono ovvie (ma non per questo ben focalizzate come motore di tutta la vita spirituale), mentre la terza, la mistica, potrebbe essere facilmente sottovalutata anche se la sua forza è grandissima. Pensiamo al fatto che dopo san Francesco siamo tutti francescani, non solo per l’influsso di Giotto nell’arte occidentale, ma ancor più per la devozione alla Santa Croce, l’invenzione del Presepe, le pratiche della recita dell’Angelus e della Via Crucis, giusto per citarne alcune.

Queste sono le fonti d’ispirazione che vanno costantemente rivisitate e “incarnate” a) con la materia artistica prescelta, b) con l’uso delle tecniche (antiche e moderne), e c) ancor più con la mediazione culturale personale che attualizza il messaggio, ossia con quella capacità di “ragionare tra sé, ma anche assieme ai nostri contemporanei” sul tema che si voglia trattare.

A me pare che dopo il Concilio Vaticano II siamo ancora alla ricerca di un’arte (non necessariamente univoca) che dica il messaggio cristiano dell’oggi (dell’oggi e di sempre insieme). Abbiamo avuto il concilio, i papi del post concilio (quasi tutti santi) e una schiera di santi e beati che ci possono e ci devono aiutare. Abbiamo bisogno di sentirci tutti un po’ artisti per continuare il lavoro di edificare la Sua Chiesa nei tempi che ci tocca felicemente di vivere.

Lucio Fontana, Via Crucis XIII stazione, Gesù Deposto dalla croce, 1952, Museo Diocesano del Duomo di Milano

Il passaggio sulla contemporaneità è a questo punto una tappa obbligata.

In molti hanno sottolineato che siamo di fronte ad un cambiamento d’epoca e in questa espressione mi pare che sia implicito un certo timore davanti all’ignoto. Il mito acritico del progresso, della scienza e della tecnica come soli strumenti per la costruzione di un mondo migliore, è tramontato. Il positivismo ha lasciato il passo. Ma a che cosa? Al Nichilismo, al pensiero debole e al relativismo? Al primato del potere, della forza e del denaro su tutto? L’arte contemporanea, come un’antenna di grande sensibilità, ci parla di frammentazione, di individualismo. Se ci si chiede dove va l’arte contemporanea nessuno è in grado di rispondere. C’è tutto e il contrario di tutto. Forse ciò è dovuto a motivi intrinseci, non riusciamo a vedere a distanza troppo ravvicinata. Però ci sono anche specifici segnali di interesse per l’arte sacra che solo 40 o 50 anni fa erano inimmaginabili. In Italia ci sono almeno una decina di Accademie di Belle Arti che offrono corsi più o meno articolati di arte sacra.

Di certo nella contemporaneità le correnti artistiche non esistono più. L’ultima e forte corrente, almeno in Italia, è stata quella del Futurismo, e basterebbe leggere il manifesto del futurismo per capire quanta distanza c’è tra noi e loro.

Quando senza preconcetti ci si avvicina all’arte contemporanea è sorprendente vedere la quantità e qualità di ricerca spirituale espressa. Io credo che i temi del cristianesimo siano non solo di una perenne attualità ma che stiano a cuore, e molto, agli artisti contemporanei. L’arte spesso anticipa e ispira il gusto delle generazioni future. Un esempio interessante in questo senso è dato da un’opera famosa di Guttuso, una crocefissione, che all’epoca in cui venne esposta fu tacciata di blasfemia (le autorità della Chiesa avevano proibito ai cattolici di visitare la mostra pena la scomunica), mentre oggi credo che possiamo guardare questa immagine senza sentirci offesi, ma anzi cogliendone la forza e l’efficacia. Si tratta senz’altro di un dipinto che letteralmente non riesce a scorgere il volto di Cristo, e questo è il punto di vista di un artista che non crede, ma che ciò nonostante coglie la drammaticità del male che nella passione di Cristo raggiunge il suo apice. Guttuso dirà che lui non crede che Cristo continui a morire anche oggi, ma il suo dipinto afferma proprio in contrario.

Accanto a questo interesse degli artisti contemporanei nei confronti del mistero cristiano, ci sono anche percorsi e accenti diversi che vanno letti correttamente, con rispetto ma anche con verità, sapendone individuare i limiti e gli inganni.

Renato Guttuso, Crocefissione, Galleria di Arte Moderna di Roma, 1942.

Antoni Gaudì, Simbolo JHS alla base dell’albero della vita, nel portale della Carità (Uno dei tre, quello centrale, della Facciata della Natività) della Basilica della Sagrada Familia, Barcellona Spagna (1894-1930).

ll portico culmina con l’Albero della Vita, che rappresenta il trionfo della vita e l’eredità di Gesù. Qui troviamo il simbolo di Gesù con il cristogramma JHS, una croce greca, con le lettere greche alfa e omega, come simbolo del principio e la fine. Questa è circondata da angeli incensieri e angeli portatori di pane e vino, simbolo dell’eucaristia. Sopra l’anagramma si trova un pellicano, simbolo cristiano primitivo, che rappresenta anch’esso l’eucaristia, con un uovo simbolo dell’origine e della pienezza della vita e della natura, verso l’alto si alzano due scale che richiamano l’ascensione a Dio.

L’ultima parola che prendo in esame è sintesi-sintonia, declinata anche come sinergia e simbolo. La Sagrada Familia è, dalla prima all’ultima pietra, una gigantesca e originale sintesi simbolica di arte, natura (natura creata da un Creatore) e pensiero cristiano. Sintesi significa incontro, unione armonica di più parti, relazione. Relazione generativa, possiamo anche dire. Questa è la strada che l’arte e anche la ragione ci indicano con forza. Superare la divisione, cercare l’unità, senza cedere alle tentazioni dell’uniformità. Per questa ragione essere cattolici (universali) significa necessariamente essere ecumenici, senza nessun sincretismo o atteggiamento di falso irenismo. Una mentalità che cerca la sintesi, l’armonia tra le opposizioni polari (per citare Romano Guardini), è necessaria e costitutiva del pensiero cristiano. Da questo punto di vista è molto interessante l’invito ripetuto e convinto degli ultimi pontefici a “respirare a due polmoni” ossia a mettere in dialogo la tradizione Orientale e Occidentale, perché entrambe si arricchiscono nel rapporto reciproco. L’opposizione tra progressisti e tradizionalisti nella Chiesa è sintomo di scarsa fede e di miopia: i due gruppi sono in errore perché i primi per difendere la fede la sottraggono al confronto con la storia e la cultura, mentre i secondi, con l’intento di dialogare con il mondo, annacquandola perdono la fede stessa. Si tratta di atteggiamenti speculari ed erronei. La fede non può che “incarnarsi”, ma nel farlo non si assoggetta alla massa, non scompare per diluizione, ma si unisce come nel lievitare, che trasforma il tutto in qualcosa di diverso e superiore.

La sinergia nel lavoro, particolarmente in quello artistico, è la disponibilità di usare l’energia umana assieme a quella divina, alla grazia. Non solo l’una o solo l’altra, ma entrambe. Per questo si deve sempre cercare di far incontrare il lavoro, anche quello intellettuale, con la vita, con la coerenza imperfetta di sperimentare la sintesi tra pensiero e vita, nella vita di tutti i giorni. Ciò impone uno sforzo creativo per cambiare il mondo.

La via del simbolo, che ho imparato ad apprezzare leggendo Rupnik e Spidlik, sono davvero la chiave per una comprensione più feconda e gioiosa della nostra vita e del nostro tempo. Si tratta di apprendere una mentalità simbolica, che veda al di là delle apparenze, che sappia cogliere nel particolare l’universale. Non ha senso contrapporre il simbolo alla figura o al naturalismo, o al verismo, perché tutto è simbolo, se lo si sa vedere. Di fronte a un fatto o a una persona si deve poter intuire che cosa c’è oltre. Specificamente con le persone, ciascuno è un rimando infinito di relazioni, l’individuo isolato non esiste (tende all’annientamento, all’anomia), e per questo ha urgente bisogno di essere tratto in salvo, e la salvezza viene dall’Altro (attraverso la relazione con l’altro). Tutto è collegato e multistrato, come le cipolle. Se ci si ferma alla scorza, nel bene o nel male, si perde il cuore, che in definitiva è l’unico che conta. Insomma “Mai senza l’altro” – dove l’Altro è Dio ma anche ciò che è differente da noi – per dirla con uno slogan di Michael De Certau. Il pensiero e l’approccio alla vita cristiani non può che essere simbolico perché si deve sempre cogliere il fine, l’unità, l’armonia e la bellezza infinita, che sola ci permette di avere speranza e gioia e quindi di muoverci, dentro i sentimenti di Cristo e all’interno del mondo e delle sue miserie (sia quelle del mondo, e dell’umanità, che le nostre personali).

*Giancarlo Polenghi

Storico dell’arte e giornalista, è tra i fondatori della Sacred Art School – Firenze (www.sacredartschoolfirenze.com ). Attualmente insegna Arte Sacra Contemporanea.