Le amnesie di Musetti

GENNARO VENTRESCA

C’è ancora aria di festa, in giro. Le luminarie restano accese, davanti al Municipio svetta imperterrito un goffo abete i cui addobbi non hanno mascherato i segni di una scoliosi che i più attenti osservatori avevano diagnosticato sin dal primo giorno. I cicchetti al Bar Centrale, la valigia pronta per il rientro sul posto di lavoro e di studio, come prima. Impoverisce il cuore del vostro artigiano della scrittura tutto questo. I giovani che partono, i saluti, gli abbracci e …ci rivediamo a Pasqua, sono il segno di una regione che si svuota e lascia a casa solo i veterani.

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Qualche piccolo petardo rompe il silenzio di Selva Piana. Senza spaventare i porcellini di Gilotti che da tempo sono finiti sulla griglia, dopo aver lasciato nella Sud qualche zaffata di porcilaia. Si torna a tifare per il Lupo che arriva da un bel filotto di risultati saporiti. Gli occhi, come sempre, sono puntati sul furetto milanese che fu etichettato come un predestinato, quando si aggirava, mostrando i primi brufoli dell’età, dalle parti di Milanello. Suo malgrado ha lasciato la Brianza per rifarsi una reputazione in provincia. Dove è diventato il beniamino del pubblico, anche se pochi conoscono la sua voce. Sono finiti anche i giorni in cui i nostri eroi erano ospiti fissi dei salotti televisivi, senza rispettare la linea gerarchica.

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Entra Musetti e cambia la partita. Il capitano non giocatore sembra un estraneo. Non si compenetra e non riesce a dire neppure grazie allo sciagurato Camerlendo che, sul due a zero, gli aveva consegnato, a pochi passi dalla propria rete, una palla che anche chi firma questa nota avrebbe trasformato in gol. Pallido e opaco, zeppo di sussiego, uno dei pezzi pregiati della squadra prende il posto di Cogliati che ormai non ne ha più, per aver dato veramente tutto ciò che aveva nei muscoli e nei polmoni. E da quel momento cambia la partita. Che si conclude col paradosso di un pareggio che neanche il più fanatico dei tifosi marsicani avrebbe immaginato.

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Panchina corta. Si dice così quando in armadio hai abiti di due taglie più piccoli. I quattro panchinari che sono entrati col solo intento di amministrare il largo e comodo vantaggio si sono squagliati. Certo, del quartetto il più stonato è stato Musetti che s’è presentato con supponenza, abbassando il livello tecnico e agonistico dell’intera squadra. Gesuè avrà tutto il tempo di fare il mea culpa: ha avuto un mese per rinforzare i quadri e l’ha lasciato passare senza muovere un dito. Neanche Pizzutelli è stato sostituito, così dicasi di Jambè. E alla fine gli errori si pagano.

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Il Notaresco vola, i lupi, invece, si sono fermati al passaggio a livello. E virtualmente il sogno finisce nel pomeriggio che riapre il campionato. Gesuè, prima o poi ci dovrà spiegare in che modo aveva pensato di raggiungere la capolista. La coesione è un’arma che aiuta a correre con le gambe leggere, ma senza la materia prima non si può pensare di arrivare in alto.

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