Lavoro e salute, quanto conta la comunicazione?

di Luigi Castellitto

Quanto si parla sul posto di lavoro? E non per fine produttivo o per semplice disimpegno, ma per comunicare cosa si prova dentro, esternare il proprio stato emotivo: se si è felici, giù di umore, scarichi psicologicamente, se si è ansiosi, con una preoccupazione pressante, e via di questo passo. La parola è il metodo di comunicazione più diretto che si ha a disposizione, un bene che andrebbe maggiormente esercitato e tutelato. Riuscire a parlare con serenità sul posto di lavoro riguardo il proprio stato mentale dovrebbe essere un punto importante in ogni azienda, ma non sempre è così, in primis per un tabù ancora da eliminare, quello che stigmatizza il disagio emotivo a favore di quello più prettamente fisico. Molti lavoratori preferiscono camuffare uno stato di stress mentale con un malessere di natura “materiale”, anziché richiedere a chi di dovere una pausa per poter ricaricare il proprio stato psicologico.
La questione stigma si può considerare a respiro internazionale, magari meno accentuata in Paesi dove si è più abituati a gestire il proprio stato intimista (ad esempio l’Estremo Oriente), più in altri dove si tende a sottovalutare la cosa, dove si sono indubbiamente fatti passi avanti in tal senso, ma senza ancora eliminare il problema, come in Italia. E non conta neanche “la dimensione” del luogo dove si esercita la propria professione; la disattenzione alla parola può sussistere in ogni contesto, in un piccolo ufficio dove convivono tre persone o in una fabbrica dove ve ne sono migliaia.
A tema Paesi e innovazioni sull’argomento, nel Regno Unito è nata la campagna Time to Change, che si occupa proprio dello “sdoganamento” dei problemi emotivi, realizzando diversi progetti ed entrando nel vivo, occupandosi di storie personali ed esperienze dirette. Andrew Berrie, direttore del programma per i datori di lavoro della campagna, afferma che nove persone su dieci che hanno problemi di salute mentale riferiscono di stigma e discriminazione. Più della metà afferma di percepire stigma più a lavoro che altrove, il che significa che molti non si sentono poi in grado di parlarne apertamente. «Le cose stanno migliorando – dice Berrie – ma secondo nostre stime il 95% dei dipendenti preferirebbe inventare ragioni diverse per descrivere il proprio disagio, piuttosto che rivelare la verità sul loro difficile stato psicologico».
Sempre in UK, Il co-fondatore di minds@work, Geoff McDonald, una rete di professionisti che cercano di costruire luoghi di lavoro psicologicamente sani, afferma che la situazione sta migliorando ma, attualmente, si è alla base di un Everest da scalare. E ciò accade perché, se da un lato c’è una scarsa tendenza da parte dei dipendenti a esprimersi, dall’altro c’è un’incapacità di interloquire in modo efficace o addirittura di rendersi conto del proprio reale status.
Bisogna agire, quindi, ma come?
I tecnici del benessere psicologico consigliano di utilizzare la comunicazione efficace, una serie di “accorgimenti” utili a migliorare le proprie abilità sociali.  Ascoltare attivamente e non semplicemente “sentire”, dare conferma positiva conferma di ciò che abbiamo udito dall’altro, essere più chiari possibile, porre e farsi porre domande chiarificative, esprimere la propria idea con “assertività”, senza essere aggressivi o remissivi, cercare di essere empatici e non pensare che l’interlocutore abbia necessariamente vissuto le nostre stesse esperienze. Ma è noto che non si ha dalla propria solo l’espressione verbale, ma anche sfumature non meno importanti, quali il linguaggio del corpo (guardare negli occhi, non dare le spalle, assumere una posizione che non sembri disattenta), il tono della voce, il timbro, il volume, le pause; anche altre di cui pare non accorgerci immediatamente, come le proprie espressioni facciali o la distanza fisica tra i due dialoganti.
Ma non è tutto qui, perché è noto che in tempi a “velocità lampo” come i nostri ci si dimentica spesso di esprimersi con uno «stai bene?”, entrare in profondità, si fa fatica a leggere le emozioni altrui. Anche uno «scusa» e un «grazie» possono fare la differenza, ed anche un motivare esternando il proprio stato emozionale in merito ad una questione positiva o negativa. «Sono stato molto contento del caffè offerto» o «mi ha rattristato il tuo rimprovero immotivato» sono esempi.
Ovviamente a tutto questo, che è bagaglio più strettamente umano, va aggiunto anche un valore organizzativo. Anche nel nostro Paese ci sono molte campagne di sensibilizzazione, sono studiate diverse modalità di sviluppo, ma sul lato della tutela burocratica c’è ancora da crescere. Leggi sulla salute e la sicurezza sui luoghi di produzione ve ne sono moltissime, viene richiesto di creare un ambiente di lavoro sicuro, di indossare tutte le attrezzature giuste e avere la formazione adeguata per utilizzare macchine diverse, ma il contesto della salute mentale e la sua gestione possono cogliere impreparati. Se si ha un problema di deambulazione, è chiaro che si ha bisogno di rampe e di corridoi più ampi, ma nel contesto della serenità psicologica non sempre si hanno risposte giuste.
Idee potrebbero essere incontri di gruppo, corsi aziendali sulla comunicazione, training per scaricare la tensione e capire quando la sindrome di “burnout” (l’esaurimento da lavoro) è arrivata al culmine.
D’altronde, si sa, un luogo di lavoro sano da tutti i punti di vista è grandemente più produttivo.

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