L’America che ci lascia Trump

di Marianna Meffe

È di questi giorni la notizia dell’irruzione dei manifestanti pro-Trump nel Campidoglio, dove i membri del Congresso stavano ratificando la vittoria di Biden.

Di fronte a questo attentato alla democrazia, come è stato chiamato, è difficile restare indifferenti e non porsi due domande.

Innanzitutto, va ricordato che l’antico edificio non è una casetta sperduta nella campagna, ma che sorge nella capitale della federazione, Washington DC, sul Colle del Campidoglio (Capitol Hill).

Il solo fatto che i manifestanti siano riusciti a penetrare così a fondo nel Campidoglio è la prova inconfutabile (se a qualcuno ancora servisse) del razzismo sistemico che permea gli Usa: un manipolo di bianchi armati può assaltare il Congresso, scavalcare le barriere, sventolare bandiere, sfondare porte e nel mentre farsi selfie come se fossero a uno show, incontrando poca, se non nessuna, resistenza.

O, quantomeno, senza essere uccisi come animali.

Se questa protesta si fosse verificata con i sostenitori BLM a quest’ora avremmo contato molti più morti e feriti. I giornali starebbero parlando di terrorismo. When the looting starts, the shooting starts, aveva detto al tempo il presidente. Ma forse questo non vale se i ribelli sono suoi fan.

Comunque, anche a prescindere da ciò, questo evento resta gravissimo: senza aver paura di chiamare le cose col loro nome, quello che è accaduto è stato a tutti gli effetti un tentato colpo di stato. Un tentativo della destra estrema (dove Trump fa più proseliti) di sovvertire una decisione democratica.

Infatti, per quanto dei brogli elettorali vantati da Trump non v’è traccia alcuna, il presidente uscente fomenta da mesi i suoi sostenitori insinuando nelle loro orecchie la pulce di un’elezione truccata, Quello che è successo il 6 gennaio è conseguenza diretta delle sue azioni e dei suoi incitamenti alla violenza e all’odio.

Eppure, non è certo il primo presidente sconfitto che aveva puntato tutta sulla vittoria.

Nel 2016 in molti puntavano su Hillary Clinton. Donna decisa e risoluta, aveva (quasi) tutte le carte in regola per vincere: e infatti vinse, con duecentomila voti popolari in più. Come è successo ad altri prima di lei, a costarle la vita fu il meccanismo dei grandi elettori, per il quale in America a contare sono i singoli stati, non la Federazione.

Ma 4 anni fa il risultato delle elezioni fu accettato in quanto tale: frutto di una decisione, se non pienamente democratica, presa attraverso leggi democratiche.

Volenti o nolenti, tutti i presidenti della storia hanno accettato la sconfitta. Perché non si riesce a fare lo stesso questa volta? Perché il mondo intero deve sottostare ai capricci di un uomo viziato che sbatte i piedi, si impunta e grida al complotto?

E che cosa diventa uno Stato senza guida, se un popolo può sputare in faccia alle proprie leggi, sostenuto dal suo presidente?

La questione è: i bambini viziati sono sempre esistiti, così come i presidenti scontenti. Eppure, perché proprio oggi l’odio fa così tanti proseliti?

La risposta è in due variabili: il potere mediatico di Trump e la sua lenta ma decisa opera di divisione del popolo americano.

Egli passerà alla storia come il presidente che ha spaccato un popolo. E non l’ha fatto indirettamente, tramite le sue scelte e decisioni politiche (non solo almeno) ma l’ha fatto consapevolmente, a colpi di Tweet e uscite infelici, noncurante del peso delle sue parole.  

Quelli sui brogli sono i vaneggiamenti di un uomo vinto, incapace di riconoscere la sconfitta e di accettare lealmente la vittoria dell’avversario. Non dimentichiamo che Trump ha formalmente riconosciuto la vittoria di Biden dopo quasi un mese dalle elezioni. Senza mai smettere di lanciare frecciatine e accuse, nonostante tutti i suoi ricorsi fossero stati respinti in quanto infondati.

Ha anche affermato che il suo è stato il più grande primo mandato presidenziale della storia americana. Eppure, gli Stati Uniti escono da questi quattro anni più divisi che mai: dietro di sé, Trump lascia solo terra bruciata. È davvero questo il meglio che un presidente può augurarsi per la sua nazione?

Senza bisogno di dilungarsi in discorsi filosofici, la realtà è solo una: abbiamo assistito allo spettacolo di manifestanti armati irrompere in una sede istituzionale ostacolando il corso democratico di uno Stato. Ostacolando un legittimo passaggio di potere, democraticamente deciso.

A questo punto, chiediamoci, chi è che davvero ha cercato di rubare le elezioni?