La triste caduta di Via Marconi

Il commercio di vicinato mostra i duri segni della crisi

GENNARO VENTRESCA

Via Marconi c’est finì. Me lo anticipò anche Fred, una delle ultime volte che ci siamo incontrati a Ischia, dal Capitano, in piazzetta, a Sant’Angelo, uno degli angoli più incantevoli dell’isola, a due passi dalla sua casa estiva.

Pochi ricordano che Fred Bongusto, agli inizi della sua luminosa carriera, presentò al Festival di Napoli una canzone, dal titolo Napoli c’est finì. E da lì nacque il paragone, ovviamente in sedicesimo, tra la metropoli che guarda mare e Vesuvio e la nostra strada lastricata di traballanti basole laviche.

Via Marconi, ci fu un tempo che rappresentò uno dei luoghi più vivaci e vissuti della nostra città. Le case erano tutte abitate e i negozi davano soddisfazioni. Poi, un po’ alla volta lo scenario è cambiato, a cominciare dal commercio di vicinato. Anche i nomi storici sono stati cancellati.

C’ERA UNA VOLTA

Non ci sono più i De Rensis che vendevano carni, in due distinti siti; è sparito, per assenza di ricambi, il mitico “Muccichillo” (Merola); non ci sono più tracce della frutteria Mandato, né ha lasciato segnali quella di Salvatore Letizia. Tra i “chianchieri” mancano all’appello i De Tata, né si hanno più notizie di Cicchese e Gianfelice, l’uno di fronte all’altro, con pane fresco e dolciumi.

Che dire dei baccalaioli? Raffaele Sabotino, detto Mussolini, e la moglie Olga Filipponio dominavano la scena. Anche qui nessuno di famiglia ha seguito le orme dei genitori. Antonio Sabatino,  finchè ha potuto, ha venduto materiale elettrico e piccoli elettrodomestici. Il figlio ha cambiato zona, produce e vende mozzarelle a Sant’Antonio di Padova.

Morì per un infarto Carmine Aceto, da quel momento il suo store di biancheria non ha più riaperto.

Una delle perdite più clamorose e sofferte si è avuta quando, stanco e pieno di acciacchi, Gino Iannaccone abbassò per sempre le saracinesche del Bar Ciccio (di Santa Maria). In un paio di circostanze due coraggiosi subentranti hanno provato inutilmente a rianimarlo.

I figli di Mimì Di Biase, mitico alimentarista, sono rimasti nel commercio, buttandosi nei preziosi. Ma per una serie di situazioni anche la loro attività ha presentato il cartello con la scritta “chiuso”.

Ha cercato di intercettare una diversa clientela, portandosi più sopra, l’orologiaio Franco Santoro che ha lasciato la bottega al figlio che l’ha chiusa per spostarsi in via Mazzini. Tra le assenze più clamorose è il caso di ricordare Sina, con i suoi accessori di abbigliamento medio fine. Al suo posto c’è un elegante negozio per donna, di Anna Mignogna.

Vive ancora, e sembra anche in ottima salute, l’ex Barletta, con annessa vendita di frutta e verdura.  Si è persa la contabilità dei piccoli artigiani, calzolai e sarti specialmente. Resistono, invece, parrucchiere pel signore e un “barbiere”.

Qualche anno fa ha finito di mescere anche l’ultima cantina; prima ce n’erano due in via Marconi e un’altra, Oriente, a pochi metri, in via Palombo.

Luci spente e serrande abbassate anche per Loco Toro, out let, e Lo Scarabattolo di Franco Baranello. Ma il raffinato artigiano-artistico sembra intenzionato ad aprire una scuola per giovani.

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