La storia umana e di fede dei Santi Martiri Nicandro, Marciano e Daria e i sentimenti dei venafrani

Sono in dirittura d’arrivo a Venafro i riti religiosi e i festeggiamenti civili in onore dei Santi Martiri della città Nicandro, Marciano e Daria, che nel 303 d.C. ai tempi dell’Imperatore Diocleziano si sacrificarono per ribadire il loro nuovo credo, il Cristianesimo, che di lì a poco avrebbe soppiantato il paganesimo decretando la fine di Roma e della sua plurisecolare potenza. Nel trittico patronale del 16, 17 e 18 giugno prossimi tante a Venafro le celebrazioni in onore dei Santi Martiri, numerosi gli appuntamenti festivi e consistente la partecipazione popolare. In ragione di siffatto interesse che precede ed accompagna gli eventi ormai imminenti, appare opportuno tracciare in breve la storia umana, sociale e di fede dei tre protagonisti, Nicandro, Marciano e Daria, riproponendone provenienza, figure, ruoli sociali ed estremo sacrificio, unitamente ai profondi sentimenti del popolo venafrano nei loro confronti.

Nicandro e Marciano  sono soldati dell’esercito romano nel quale occupano posti di rilievo e responsabilità quali ufficiali ; si vuole che superiore di grado sia Marciano, fratello maggiore. Sono originari della Mesia, l’odierna Bulgaria, e con truppe da loro comandate sono di stanza nell’importante colonia romana della Gens Julia, Venaphrum, per riportarne gli abitanti al paganesimo essendosene allontanati per il crescente affermarsi del nuovo credo, il Cristianesimo. Con Nicandro e Marciano raggiungono Venaphrum anche le rispettive famiglie, ossia Daria, moglie di Nicandro, e Aldina, moglie di Marciano, dal quale questi ha avuto una figlia che all’epoca degli avvenimenti di seguito descritti è ancora in tenera età. I due fratelli però, che avrebbero dovuto cancellare il Cristianesimo come da ordini ricevuti da Roma, vengono a loro volta affascinati dalle innovative idee religiose e ne restano a tal punto colpiti dal rinunciare a sacrificare agli dei pagani abbracciando in toto il Cristianesimo, nonostante appunto gl’inviti perentori di Roma perché perseguitino i residenti nella colonia restii a rinnegare la nuova dottrina. Daria e Aldina sono anch’esse, seppure in maniera diversa, coinvolte nelle vicende dei rispettivi mariti. In effetti Aldina ribadisce in ogni occasione piena appartenenza al paganesimo e cerca in tutti i modi di convincere il proprio sposo Marciano ad abbandonare la nuova dottrina, tornando al paganesimo. Per riuscire in tale opera si serve della figlia in tenerissima età che continuamente propone al padre, ribadendo più volte al consorte l’opportunità della scelta pagana per questioni di carriera militare e quindi socio/economiche. C’é di mezzo il futuro e la famiglia -sostiene la coriacea e pagana Aldina- per cui conviene assolutamente lasciar perdere il cristianesimo! L’uomo però non l’ascolta, è convinto delle proprie scelte e va avanti deciso. Diversa la situazione familiare di Nicandro. Con Daria non ha figli e può contare sul pieno e convinto appoggio della moglie. Questa lo sostiene apertamente nella lotta contro il potere pagano di Roma, lo aiuta a non cedere alle lusinghe che arrivano dall’Urbe, lo fortifica nella fede cristiana e, quando si approssima l’ora del patibolo, è vicina e determinata al fianco di Nicandro perché quegli affermi il nuovo credo senza tentennamenti e con assoluto coraggio in vista del premio della beatitudine eterna. L’uomo è già convinto di sé e va verso l’estremo sacrificio col sorriso sul volto, così come tutti i martiri dell’epoca. Nicandro e Marciano vengono così condannati a morte e la loro esecuzione avviene per decapitazione il 17 giugno del 303 d.C., mentre a Roma regna l’Imperatore Diocleziano. Opinione popolare diffusa, ed in quanto tale con valore storico, vuole che il boia abbia colpito là dove sorge oggi una colonna in pietra sormontata da una croce, eretta secoli dopo sul piazzale della Basilica del Santo Patrono, periferia est di Venafro, per ricordare il punto esatto del martirio. Identica idea popolare, e quindi analogo riscontro storico, accredita il loro seppellimento nella stessa zona del martirio, in quanto era lì ubicato il cimitero militare dell’epoca, dove appunto spettava riposassero i resti dei due fratelli in quanto ufficiali dell’esercito romano. Anche Daria viene condannata a morte per aver ribadito apertamente la fede cristiana. All’epoca però per le donne non é prevista la decapitazione, pena estrema per gli uomini, e soprattutto il loro martirio avviene di regola in data successiva rispetto ai maschi e con metodi diversi. Daria comunque é a sua volta martirizzata, ma a distanza di giorni dal marito e dal cognato. Trascorrono secoli e nel 955 viene eretta una Basilica, ovviamente assai diversa dall’attuale, sul luogo del martirio e in ragione della crescente fede popolare di venafrani e popolazioni del territorio circostante. Il luogo di culto è affidato in custodia ai monaci basiliani, ordine monacale assai diffuso in quel tempo e successivamente scomparso. All’epoca comunque dei resti mortali dei Martiri non c’è traccia, ma fede e convinzione delle genti del posto sono tali da fortificare sempre più l’idea che in loco siano avvenuti i martiri e come tale bisogna pregare ed aspettare eventi nuovi. Altre centinaia di anni corrono via, fino a quando circa sei secoli orsono la Basilica é affidata in custodia ai Frati Minori Cappuccini Francescani, l’ordine religioso che attualmente la cura con tantissima devozione. E coi Cappuccini nell’attiguo Convento si arriva al 1930 quando, per la determinazione e l’assoluta convinzione di due religiosi dell’epoca, P. Leone Patrizio e F. Angelantonio Carusillo, il primo Superiore del Convento venafrano ed il secondo comune Frate di cerca, ed assieme a volontari del posto si scava nottetempo per un lungo periodo nel sottosuolo dell’altare principale, senza preavvisi ed autorizzazioni di sorta. Ed è proprio grazie alle convinzioni ed alla fede dei predetti religiosi, oltre che dei civili volontari al loro fianco, che finalmente viene alla luce il Sarcofago del Patrono San Nicandro, di cui P. Leone e F. Angelantonio erano convintissimi di trovar traccia ! Murate sulla destra del Sarcofago sono rintracciate altre due sepolture, mai comunque scientificamente esaminate, che si ritiene appartengano a Marciano e Daria. Del resto, così come tali due sepolture non risultano ufficialmente ispezionate, altrettanto dicasi per il Sarcofago nel quale si ritiene riposino i resti del Patrono. In passato, aprendo un piccolo varco su un lato e introducendovi qualcuno a fatica un braccio, si vuole che siano state toccate ossa umane. Per i venafrani, ed è bene ribadire che una crescente voce popolare col tempo diventa storia ossia fatto certo, trattasi dei resti del giovane e coraggioso ufficiale dell’esercito romano Nicandro! Trascorrono altri tre anni da tali scavi notturni non autorizzati, che tra l’altro si vuole che siano costati l’allontanamento definitivo da Venafro dei due religiosi che agirono all’insaputa  dell’Ordine Francescano, e nel 1933 l’allora Superiore del Convento e Custode alla Basilica, P. Guglielmo, procede alla sistemazione della Cripta, cui il popolo venafrano decide di conferire massimo decoro. Una bellissima gara di solidarietà fa sì che ognuno a Venafro faccia il massimo possibile per abbellire la Cripta e renderla degna di ospitare i Martiri. Operai, manovali, fabbri, commercianti, artigiani ect. l’aggiustano, l’abbelliscono e tanti sono coloro che si prodigano. Tra questi, due vanno segnalati: il fabbro Nicola Atella, che realizza e dona alla Basilica la particolare ed attuale struttura di ferro a protezione del Sarcofago del Patrono, e l’artigiano Arduino Cardines, che con le proprie mani dà forma al lampadario in ferro battuto (diametro ca. 2 mt., con 10 punti/luce) posto al centro della Cripta, illuminandola magnificamente. Intanto prende corpo una suggestiva convinzione popolare: ossia che la Santa Manna, liquido che si raccoglie prodigiosamente e nei momenti più impensabili dell’anno in una pietra concava in fondo al pozzetto sottostante l’altare storico principale della Basilica e a ridosso del Sarcofago del Patrono senza essere collegata con alcuna rete o condotta idrica, si accredita sempre più la convinzione popolare -si diceva- che la Santa Manna abbia qualità miracolose. Il popolo di Venafro e dei centri limitrofi attribuisce infatti al liquido poteri superiori, miracolosi appunto, tanto da berne, cospargerla sul corpo dei sofferenti e porgerla ai malati perché guariscano. I voti depositati nel corso dei decenni in Convento -oggi purtroppo rimossi a seguito di lavori di  ristrutturazione del sito religioso- confermano il convinto e fermo credo popolare verso quanto si raccoglie a ridosso del Sarcofago del Santo, vale a dire la sua prodigiosità. La fede nella Santa Manna è tanta e crescente che i devoti in continuazione, quando ce n’é …, ne chiedono ai Frati Cappuccini i quali volentieri la distribuiscono. La Santa Manna diventa così una costante della fede popolare e dei comportamenti quotidiani dei venafrani e delle popolazioni limitrofe, suscitando interessi diffusi. Ad onor del vero non manca chi, scettico, chiede che il liquido venga analizzato scientificamente in laboratorio per accertarne la natura, ma  sin’ora questo ufficialmente non é stato fatto dalla Chiesa e con tutta probabilità le cose tali resteranno, anche se nel recente passato da parte di un Vescovo Diocesano si tentò di analizzarne un quantitativo minimo presso un laboratorio di analisi extraregionale, ma il tutto non giunse ad una conclusione data la quantità minima -si vuole- portata ad analizzare e da allora nessuno più ha ritenuto di ripetere studi, accertamenti e quant’altro. Per i venafrani comunque, e non solo per loro, la convinzione è che la Santa Manna sia presente in fondo al pozzetto a ridosso del Sarcofago del Patrono a testimoniare -è l’opinione diffusa- l’amore e la vicinanza del Santo alla città e alle opere dei suoi abitanti, in ragione della loro positività. Presenza preziosa e rilevante quindi, quella della Santa Manna, quale ennesima conferma della fede popolare. Tornando al passato, e per attestare l’assoluta rilevanza ed il prestigio storico dei Santi Martiri di Venafro, va detto dei personaggi di spicco di epoche trascorse che hanno visitato e si sono genuflessi dinanzi ai resti mortali dei Santi venafrani. Nel 1268 Carlo d’Angiò raggiunge la Basilica di San Nicandro alla vigilia della battaglia di Benevento, prostrandosi al cospetto dell’altare della Cripta allora esistente. Papa Nicola IV nel novembre del 1290 concede indulgenza plenaria a quanti visitano la chiesa, il che testimonia l’assoluta importanza di tale luogo di culto nel corso dei secoli. Tra fine ‘800 ed inizio del ‘900 si hanno invece interventi sostanziosi nella Basilica, con l’ordine dei Frati Minori Cappuccini Francescani che si distingue nella realizzazione del magnifico ed imponente altare ligneo centrale. In effetti tali religiosi nei luoghi di culto loro affidati sono soliti occuparsi degli allestimenti degli altari, cosa avvenuta anche a Venafro, dove i Frati col francese P. Bernardino da Mentone, al secolo Pietro Campana, realizzano l’altare ligneo principale della Basilica, al cui interno è situato l’artistico tabernacolo. Giusto anni addietro lo stesso altare, intaccato dall’inesorabile trascorrere del tempo, è stato oggetto di cure e restauri da parte di apposito studio di professionisti tarantini, costituito da giovani ed assai affidabili restauratori ambosessi che ne hanno rilanciato e fatto emergere tutta la suggestione e la storia cristiana che la pregevole opera racconta. Vediamo in dettaglio tale storia. In alto è raffigurato San Michele, ai lati troviamo statue lignee di monaci, esattamente a sinistra San Fedele da Sigmarinda e a destra San Felice da Cantalice. Quindi affreschi sacri tutt’intorno al tabernacolo e al centro la magnifica pala del pittore olandese Dirk Hendrickz, italianizzato in Teodoro d’Errico, che raffigura in alto la Vergine col Bambino e in basso San Francesco e i Santi Martiri Nicandro e Marciano in atto di adorazione. Manca però Santa Daria ! Al riguardo, spiegazioni ufficiali mai nessuno le ha fornite. La supposizione é che, non essendo secoli addietro la figura di tale donna Martire ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa, si ritenne (forse) di ossequiare siffatta ufficialità omettendo di rappresentare nella tela anche Santa Daria. I venafrani comunque sono oggi convinti e determinati a tutt’altro ! Venerano Santa Daria alla pari del marito San Nicandro e del cognato San Marciano, ritenendoli appunto i Santi Martiri della Città. E tutto il resto a loro poco o nient’affatto interessa ! Quindi l’attualità della fede popolare che  si estrinseca in momenti particolari ed eventi unici. Da segnalare tra l’altro l’Opera di San Nicandro, antico dramma sacro su vita, messaggi ed estremo sacrificio dei Santi Martiri attraverso la narrazione scenica della loro esistenza terrena. Trattasi di lavoro teatrale proposto con cadenza triennale, ed anche oltre, nella settimana precedente il trittico festivo di metà giugno ed inteso come avvicinamento e preparazione spirituale alle celebrazioni patronali, in maniera da vivere queste ultime con la devozione, la partecipazione e la fede dovute. L’Opera viene allestita ed interpretata da persone di diversa età ed estrazione sociale di Venafro e dintorni nel centro storico cittadino, in prevalenza sulla suggestiva piazzetta dell’Annunziata servendosi come ambientazione degli esterni, della scalinata d’ingresso e del sagrato dello stesso luogo di culto, siti assolutamente propizi per siffatta rappresentazione. Altra devotissima forma di preparazione spirituale al trittico festivo patronale di metà giugno è il cosiddetto “Mese di San Nicandro”,ossia i trenta giorni (17 maggio/17 giugno) di preghiere e celebrazioni all’alba in Basilica (h 5,30 S.mo Rosario, h 6,00 S. Messa celebrata a turno dai sacerdoti della Diocesi d’Isernia/Venafro) perché la mente e lo spirito del credente si avvicinino ed accolgano nella maniera giusta l’insegnamento e le ricorrenze festive di metà giugno. Il culmine di siffatta fede popolare è rappresentato da due momenti particolarissimi. Il primo : il solenne Pontificale del 17 giugno mattina in Basilica con l’offerta da parte del Sindaco di Venafro di ceri e chiavi della Città nelle mani del Vescovo Diocesano a significare il positivo connubio tra potere civile e religioso, e soprattutto la piena e convinta dedizione dei venafrani ai loro Santi Martiri, ai quali affidano protezione e futuro della Città e della sua popolazione. Il secondo : la solenne e partecipatissima processione conclusiva del 18 giugno che intorno alle 20,30 e subito dopo l’effettuazione dell’asta popolare (in dialetto venafrano, l’ “ammessa”) sul piazzale del luogo di culto dedicato al Santo Patrono per aggiudicarsi l’onore e l’onere di mettersi in spalla statue e reliquie dei Santi Martiri, riporta arredi e simulacri sacri alla SS.ma Annunziata intonando decine di volte in coro il bellissimo “Sciogliam di lode un cantico o popol venafrano …”, vale a dire l’Inno popolare in onore dei Santi Martiri, scritto da Raffaele Atella e musicato da Domenico Criscuolo. Nella circostanza il popolo porta in  spalla esattamente la Testa/Reliquario di San Nicandro, le Reliquie di Santa Daria (più esattamente trattasi di reliquie di martiri cristiani prese dalle catacombe dell’antica Roma, “battezzate” dalla Chiesa quali reliquie di Santa Daria e da allora riconosciute tali dalla popolazione venafrana) ed il veneratissimo Busto argenteo del Patrono San Nicandro, rifatto ex novo dopo il furto dell’ originale della Scuola Orafa Napoletana del ‘600, sempre nella memoria di tutti per il coinvolgente e schietto sorriso stampato sul volto del giovane ufficiale dell’esercito romano convertitosi al cristianesimo, giusto com’erano soliti fare i martiri cristiani nell’andare incontro al patibolo pagano. E il simulacro che ricordi San Marciano ? Non c’è, Venafro non ha alcunché che  raffiguri il fratello maggiore del Patrono! Anni addietro un gruppo di volenterosi cittadini si attivò per avviarne la realizzazione, chiese udienza e s’incontrò con l’allora Vescovo d’Isernia/Venafro, Mons. Visco, il quale elogiò idea ed iniziativa definendole “lodevoli e da portare avanti”. I primi impegni successivi furono positivi e la gente di Venafro sposò la causa condividendone le finalità. Subito dopo però intervennero fatti e personaggi che finirono per bloccare il tutto, affossando ogni cosa. Qualcuno asserì, assai inopportunamente, “meglio lasciar perdere, ci sarebbero troppe statue da portare in processione!”. Altri invece dissero, “piuttosto si realizzi un mezzo busto in pietra, collocandolo in qualche spazio di verde pubblico della città !”. Un gran peccato siffatti strani ed incomprensibili atteggiamenti, perché appariva ed appare giusto a molti che il popolo di Venafro disponga anche del simulacro che ricordi San Marciano. Non resta perciò che sperare che in un futuro prossimo la bellissima iniziativa popolare della realizzazione della Statua di San Marciano torni in auge e finalmente si concretizzi, in modo che Venafro possa fregiarsene completando il trittico di Reliquie e simulacri dei loro Santi. Nel mentre comunque Venafro nella sua totalità è pronta ancora una volta a celebrare e festeggiare i propri Santi Martiri Nicandro, Marciano e Daria, augurandosi opere e tempi migliori mercé la loro intercessione e grazie a propri adeguati comportamenti di vita.

                                                                               Tonino Atella 

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