La scalinata della Zecca Fiorentina e altre novità, l’analisi dell’architetto Giorgio Elio Pappagallo

Il contributo nell’ambito della rubrica Alesia e i suoi compagni di viaggio

Il cantiere dei nuovi Uffizi da me diretto negli anni 2006-2010, è stata l’occasione per indagare e rilevare le testimonianze di una complessa sedimentazione storica rimasta troppo a lungo nascosta ed ignorata.

Parte di quanto scoperto sull’evoluzione degli assetti originali della grande fabbrica, sulle tecniche costruttive e sulle trasformazioni urbanistiche di tutta l’area, è stato divulgato nel volume La fabbrica degli Uffizi, Indagini e ritrovamenti 2007-2009 – ediz. Sillabe 2011. Pubblicazione che ha sofferto il limite di una investigazione circoscritta e limitata, condotta sotto l’incombenza di un programma di cantiere incalzante e contro le resistenze di quanti volevano sbrigativamente occultare il valore culturale di quanto andava emergendo. Ho avuto modo troppo spesso di constatare, anche tra quanti operano nella salvaguardia dei beni culturali, una diffusa disattenzione verso lo studio dei sistemi costruttivi e delle tecniche edilizie del passato, del magistero che si cela dietro la cortina dei rivestimenti e degli apparati decorativi. Se questo atteggiamento è più delle volte sintomo di un ritardo culturale, qualche volta è coscientemente perseguito senza alcuna remora per fini che nulla hanno a che fare con la tutela del patrimonio monumentale.

Tra le molte scoperte fatte in quel periodo quella relativa alla scalinata dell’antica Zecca fiorentina è tra le più significative e mi ha dato l’opportunità di comprendere e ricostruire in maniera più dettagliata quello che era stato l’assetto urbano fra piazza della Signoria ed il fiume prima della fabbrica vasariana.

E’ opportuno sapere che la costruzione della Loggia dell’Orcagna (1376-82), resa possibile dall’abbattimento di un complesso dedalo di chiassi, torri e casolari, oltrechè segnare definitivamente l’impianto della nuova piazza dei Priori, determinò pure il nuovo profilo della strada che dalla piazza stessa portava al fiume. La nuova edificazione sorta alle sue spalle  fu contenuta entro la linea di prolungamento del fianco orientale della Loggia. Si allargò così lo spazio antistante la chiesa di San Pier Scheraggio e dalla piazza si aprì una più ampia prospettiva verso il fiume. Di questa nuova edificazione, risalente ai primi anni del XV secolo, l’edificio della Zecca costituì certamente la parte più significativa, caratterizzando il nuovo prospetto della strada fino all’angolo con l’antica via Baldracca, oggi via Lambertesca. Tutto il fronte della Zecca era preceduto da una ampia scalinata avanzata rispetto al filo di facciata per metri 5,5 e con lunghezza complessiva di circa 42 metri. La terminazione in prossimità dell’antica via di Baldracca presentava una poligonale spezzata con elementi di raccordo angolari. A questa scalinata appartengono gli ampi tratti rinvenuti durante i lavori nel piazzale degli Uffizi.

Consideriamo che la nuova strada su cui si apriva la Zecca scendeva verso il fiume con una pendenza negativa di circa 1,7%. L’inclinazione del piano stradale fu pertanto compensato con l’aumento progressivo del numero dei gradini, da due all’altezza della Loggia, a quattro in prossimità di via Lambertesca. Il piano di sbarco della scalinata fu probabilmente rimosso per far posto alla pavimentazione del piazzale degli Uffizi. Ai piedi della scalinata, in tre saggi distinti, è stata individuata la presenza di una pavimentazione stradale in pietra ad opus incertum a conferma di una completa riqualificazione dell’area limitrofa alla piazza, che vedeva insieme alla Zecca la presenza sul fronte opposto dell’antica chiesa di san Pier Scheraggio. La scalinata venne successivamente interrata dagli interventi di riporto operati dal Vasari per livellare il piazzale degli Uffizi sulla quota di piazza della Signoria.  Da quel momento se ne perse la memoria e tutte le ricerche e le descrizioni fatte fino a tempi recenti sulle trasformazioni e sugli assetti edilizii del centro urbano non ne fanno alcun cenno. Eppure la sua effige resta ancora visibile (per chi la cerca) nella medaglia commemorativa realizzata dal Poggini per la fondazione delle Magistrature e nell’affresco del Vasari-Stradano nelle stanze di Clemente VII in palazzo Vecchio raffigurante l’assedio di Firenze da parte degli imperiali. In quest’ultimo tutta l’area tra piazza della Signoria e il fiume è rappresentata nelle condizioni immediatamente precedenti alla edificazione del complesso delle magistrature, con l’area più prossima al fiume già liberata dal tessuto edilizio preesistente e ancora visibili ai piedi del fabbricato della Zecca i gradini della nostra scalinata.

E’ interessante notare come al momento della sua costruzione il fronte della Zecca non venne allineato sulla direzione delle strade che all’epoca scendevano più a sud verso il fiume. Queste risultavano infatti inclinate di alcuni gradi rispetto alla linea di facciata del nostro edificio come è possibile notare nella famosa veduta della Catena realizzata dal Rosselli (1472 – particolare).

Ciò dovette rivelarsi assolutamente vincolante per l’orientamento dato dal Vasari alla nuova fabbrica delle Magistrature. Di questo si mostra consapevole lo stesso Vasari allorché in una lettera a Cosimo reputa necessario, “volendo fabricarci, entrar loro in corpo” (nelle case poste a sud della Zecca), “perché la linea della facciata della Zecha va loro adosso”. Un riordino razionale e funzionale della via dei Magistrati non poteva pertanto che prendere atto dell’orientamento del fronte della Zecca, allineare ad esso il braccio corto degli Uffizi e contrapporre in parallelo il braccio lungo di levante.

Le conseguenze come è noto furono l’esproprio e la demolizione  di tutti gli edifici che ricadevano nel perimetro del progetto cancellando con essi una parte significativa della Firenze medievale. Si stima che gli edifici coinvolti nell’esproprio fossero circa 300.

Se tra le scoperte condotte nell’area degli Uffizi alcune sono state assolutamente inaspettate consentendo per questo di arricchire e in certi casi di riscrivere alcuni momenti della storia urbana (penso all’area cimiteriale risalente alla tarda età romana rinvenuta sul retro della fabbrica in prossimità della biblioteca Magliabechiana), molte altre sono state condotte in maniera mirata e specifica sotto la guida di numerose fonti documentarie ed iconografiche già note. A questo riguardo ho avuto la possibilità di verificare e confermare alcune precise notazioni contenute nelle Deliberazioni di partiti della fabbrica de’ 13 magistrati nelle quali i provveditori (membri deputati alla realizzazione della fabbrica) davano conto circa l’utilizzo dei materiali da costruzione e la qualità non sempre omogenea delle apparecchiature murarie.

Sappiamo così delle rimostranze del Vasari sulla scelta di affidare a cottimo al miglior offerente le parti più delicate sotto il profilo strutturale e decorativo e il giudizio negativo da lui dato sulle mura grosse fatte da mastro Domenico nel sito dei Nove conservatori, in quello della Mercanzia e dell’Honestà. Illuminanti sono pure le giustificazioni portate dai provveditori alle osservazioni del duca sulla molta trascuratezza nella conduzione dei lavori: “[…] a noi consta per il facto che li prezzi delle pietre murate sono stati tucti scandagliati et tirati a prezzi sì bassi et con quelle diligentie di maniera negoziati che per aventura li scarpellini che l’hanno lavorate volendo salvarsi delle lor giornate non l’han ossute di quella leggiadria dar facte che per aventura se il prezzo di esse non fussi stato tanto scarso”.

Ricorrono spesso nelle Deliberazioni riferimenti alle ristrettezze economiche (dovute probabilmente alla prolungata guerra con Siena) che portarono a limitare le demolizioni degli edifici ai soli casi strettamente necessari e utilizzare, ove fosse stato possibile, tutte o parte delle strutture preesistenti. Criterio questo che si applicava perfino alle murature interrate scoperte nel corso degli scavi. Interessante a proposito è l’appello fatto nell’ottobre del 1560 a Vasari dai provveditori della fabbrica perché tornasse da Arezzo per dirimere “le diverse opinioni che i maestri muratori avevano sul levar via o no e’ muri vecchi che si scuopreno in questi fondamenti.

Non stupisce che in questo contesto in cui forte era la necessità di economizzare e mantenere un controllo sulla   produttività del cantiere, si provvedesse (nota curiosa) ad aprire una porta nella recinzione del cantiere a quel canto dirimpetto a quel della fine della Zeccha acciò che per essa gli operaij di detta fabbrica più facilmente se ne possino andare all’hosteria di Baldracca9 quivi vicina a cibarsi senza perdere quel tempo che essi forse perderebbono in andar a cibarsi in altri luoghi più lontani et diversi.

Resta il fatto che l’estensione e le modalità organizzative del cantiere delle magistrature, la sua durata pluriennale, la compresenza di numerosi appaltatori, l’utilizzazione di edifici preesistenti, gli adattamenti e le trasformazioni successive, trovano oggi riflesso in un campionario quanto mai eterogeneo di apparecchiature murarie, in molti casi scadenti, con blocchi disposti generalmente senza ricorsi orizzontali e con frequenti innesti di materiale laterizio per la regolarizzazione dei piani di posa.

Arch. Giorgio Elio Pappagallo